20 anni di Danza Urbana: un atto politico necessario

Danza Urbana nasce da un gruppo di studenti del Dams di Bologna nel 1997 e quest’anno festeggia i suoi vent’anni. Dal 2 fino all’11 settembre il festival invade piazze e spazi inconsueti, dimostrando come sia maturato il suo rapporto con un linguaggio contemporaneo che stravolge i codici della danza. Abbiamo intervistato Massimo Carosi, il direttore artistico.

Elìas Aguirre e Álvaro Esteban, Entomo - photo Elìas Aguirre
Elìas Aguirre e Álvaro Esteban, Entomo - photo Elìas Aguirre

Danza Urbana è una tra le realtà più importati del panorama della danza italiana. Cosa lo rende differente dagli altri festival?
L’idea fondante è l’utilizzo di spazi non teatrali. Volevamo creare un laboratorio creativo che permettesse agli artisti di confrontarsi con possibilità altre. Il teatro all’italiana impone uno sguardo prospettico. La danza urbana, invece, sovverte questo schema per andare al di là dell’idea stessa di rappresentazione. Si crea, dunque, un rapporto diverso col pubblico, con i luoghi quotidiani. La danza uscendo dai teatri assume un’incisività più forte, raggiunge lo spettatore disinformato, crea una consuetudine, un’opportunità di sperimentazione.
Si tratta di un “atto politico” perché si uniscono tre elementi: il corpo, che si fa contenitore di tabù culturali; la libertà di espressione degli artisti; la fruizione dello spazio pubblico e quindi il livello di democrazia di una società.

In questi vent’anni, cos’è cambiato da quest’ultimo punto di vista?
Oggi è sempre meno anarchico l’utilizzo dello spazio urbano e, confrontandoci continuamente con la burocrazia e l’amministrazione, conosciamo bene tutti i limiti e i vincoli, realizzando quanto sia importante continuare a difendere questa libertà. La danza urbana è gratuita per necessità, ma l’ultimo decreto ministeriale prevede che i festival abbiano almeno il 90% degli spettacoli a pagamento. Detto senza mezzi termini, occorre il biglietto a prescindere dal valore del progetto, dalla valenza artistica e dalla ricaduta sociale. Questa è una battaglia che noi abbiamo perso, ma non abbiamo ancora perso la guerra [sorride, N.d.R.].
In occasione del ventennale è stato organizzato un convegno, Città che danzano, curato da me e Paolo Ruffini, per aprire un dibattito pubblico e attivare un’attenzione su questi temi. Si è scelto di invitare studiosi, operatori, di vari settori culturali e coreografi (Rossella Mazzaglia, Viviana Gravano, Antoine Pickels, Piersandra Di Matteo, MK e altri) dividendo la giornata del 4 settembre in tavoli tematici che approfondiranno la storia, i processi e le estetiche della danza.

La Veronal, Bologna. Pasolini - photo Renzo Zuppiroli
La Veronal, Bologna. Pasolini – photo Renzo Zuppiroli

Il programma di quest’anno è ricco di nomi importanti che appartengono alla scena italiana e internazionale…
Abbiamo scelto di lavorare con chi ha attraversato più volte il nostro festival contribuendo a una crescita reciproca. Mi riferiscono a Fabrizio Favale, che ha esordito a Danza Urbane nel 1998, e Simona Bertozzi che ha iniziato a collaborare con noi nel 2003.
Ma anche a due maestri della danza nazionale, Michele Di Stefano e Enzo Cosimi, che per omaggiare il festival, e soprattutto Bologna, presentano due progetti ad hoc. Uno si intitola Veduta > Bologna, un lavoro che fa implodere il concetto di prospettiva: Di Stefano posiziona otto spettatori davanti a due finestre che si affacciano su Piazza Maggiore costringendoli a un solo punto di vista. L’altro è Corpus Hominis, creazione sul rapporto tra anzianità e omosessualità che si terrà in un rifugio antiaereo e che Cosimi ha inserito all’interno di una trilogia sull’emarginazione, Ode alla bellezza. Ritorna anche La Veronal con Bologna: Pasolini, produzione internazionale voluta dal festival iniziata l’anno scorso.

Altri artisti?
Elìas Aguirre e Álvaro Esteban con Entomo, Sharon Fridman con ¿Hasta Dónde?, Arno Schuitemaker che presenta The fifteen project riadattato per gli spazi urbani e Yoko Higisano con Stabat Mater che abbiamo incontrato dieci anni fa grazie a un progetto di scambio culturale tra Italia e Giappone.
La novità è il Gruppo Phren con Montyon (esercizi pedonali), una preapertura al festival, progetto del Centro Mousiké di Bologna che coinvolge giovani danzatori e che nasce da una serie di attività formative gratuite pensate da Danza Urbana.

Elìas Aguirre e Álvaro Esteban, Entomo - photo Elìas Aguirre
Elìas Aguirre e Álvaro Esteban, Entomo – photo Elìas Aguirre

Cosa ti hanno lasciato questi vent’anni di festival?
Tutto ci remava contro e ci chiedevano perché avessimo paura a “sbigliettare”. Ma non abbiamo mai accettato l’idea di dare un prezzo alla danza urbana e riteniamo necessario il nostro progetto oggi più che mai. Il mio lavoro mi ha fatto capire che il pubblico potenziale della danza è molto più ampio, bisogna solo saper andare a prenderlo.

Alessandra Corsini

www.danzaurbana.it

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Alessandra Corsini
Alessandra Corsini è laureata in Dams Teatro, è stata blogger per “La danza nella città 2015” (blog ufficiale della Biennale Danza), ha scritto per “Altre Velocità” e ha aperto un'associazione culturale con altre tre colleghe da cui è nato “BlaubArt – dance webzine”. Prima danzava, ora vorrebbe inghiottire un vocabolario per avere sempre le parole giuste.