La danza come guarigione. Batsheva Dance Company

Tutto esaurito al Teatro Zandonai per il lavoro coreografato da Ohad Naharin nell’ambito del Festival Oriente Occidente. I tre pezzi confermano la vocazione della compagnia israeliana a spettacoli di grande impatto emotivo e straordinaria forza empatica. Mentre il tour continua a Torino, in mezzo alle polemiche.

Batsheva Dance Company, Three - photo Gadi Dagon
Batsheva Dance Company, Three - photo Gadi Dagon

SENTIRE LO SPAZIO
Come a Ravenna, anche a Rovereto ci sono camionette della polizia e auto dei carabinieri davanti al Teatro Zandonai perché il Festival Oriente Occidente ospita la Batsheva Dance Company, compagnia finanziata da un governo per molti “guerrafondaio”. Ma nulla c’è, nella danza acclamata di Ohad Naharin, di consenziente e schierato con l’ideologia della destra israeliana. Volendo di ebraico c’è la cabala: 3 è il giorno di settembre in cui il lavoro è andato in scena e Three il titolo di uno spettacolo che unisce Bellus, Humus e Secus.
Ma i titoli e i nomi, come ha spiegato il coreografo a fine spettacolo a una annoiata e infastidita Marinella Guatterini, non significano nulla. Un po’ come quel Gaga che, su memoria dadaista di lallazione primigenia, è diventato un linguaggio e non un metodo. Gaga è la prima parola, è il ricominciamento dopo l’infermità di Mr. Gaga, per citare il titolo del film che uscirà a breve. “Fare danza significa guarire partendo dalla pelle”, ci ha detto a sipario chiuso, “con essa sentiamo lo spazio, il flusso delle informazioni, la comunicazione”.

Batsheva Dance Company, Three - photo Gadi Dagon
Batsheva Dance Company, Three – photo Gadi Dagon

TUTTA LA FORZA DI GAGA
Gaga non è una negazione come il suo omofono di Zurigo, ma una apertura di possibilità. È un’eco che deflagra sotto la pelle per connettere istinti e sentimenti ad articolazioni di forme, pulsazioni emotive a traiettorie muscolari che dicono le infinite possibilità articolatorie del corpo, sospendendolo tra delicatezza ed esagerazione. Vibrazioni come onde che, andata e ritorno, fluttuano nel corpo, nelle forme dello shaking, del flash o del floating in un sentimento mai sentimentale. Onde sismiche, sciami che lasciano il corpo ansimare e sudare come atti di un dono. Un offertorio è la carne e la pelle mostrata al termine di Secus sotto le magliette sollevate davanti al pubblico: una esplosione di singolarità che saltellano dentro i parallelepipedi che tanto ci ricordano il Memoriale dell’Olocausto di Berlino. Un affollarsi di gesti, colori (la casualità dei costumi) messo in tensione non certo dai narcisismi degli assoli, ma da quel miracolo che à la collisione tra interpretazione e coreografia. Un unico organismo che si espande con la sensualità di un femminile piegato dentro l’estetica plastica e precisa dell’arte marziale. Virtuosismi e sorprese. Una grammatica scompaginata dalla rabbia alla felicità, dette con un alfabeto di corse, assoli, gesti tersi e puliti, duetti interrotti da cali di tensioni elettriche che tanto sembrano respiri, fiato da riprendere.

Batsheva Dance Company, Three - photo Gadi Dagon
Batsheva Dance Company, Three – photo Gadi Dagon

BELLEZZA, CORPO, MOVIMENTO
Un’impossibilità della forma di contenere la processualità, il divenire della personalità del ballerino. A tal punto che Naharin ne asseconda anche l’ironia lasciando a un danzatore il compito – alla Nam June Paik – di presentare i pezzi con un video sottobraccio che parla in a-sincrono. Gaga predica che la danza “è capacità di immaginare e inventare, adatta a tutti”. Anche se rotazioni, flessioni, piegamenti e quell’imprevedibile totalità e infinità che il corpo si concede sembrano escludere gran parte del pubblico che dedica ai danzatori un tripudio di ben quindici minuti di applausi. Perché è incontenibile anche la potenza viscerale che si sprigiona nell’assolo maschile sulle Variazioni Goldberg di Bach (interpretazione per pianoforte di Glen Gould), subito però propagata per contagio agli altri danzatori che, toccati, rispondono con le sfumature dell’anima mossi dall’ancestrale (quelle percosse sui corpi dal sapore tribale): semicrome e note impazzite dentro la calma del Neroli di Brian Eno (ma il musicista, da anni militante del movimento BDS – Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni, ha negato l’autorizzazione a utilizzare il suo brano). Perché la bellezza è anche nella relazione con l’altro corpo, corpo che struttura o destruttura il movimento ricevuto, ne fa, ancora una volta, eco, o rimando di una ennesima vibrazione che dall’avvolgimento del palco si propaga fin su all’ultimo girone di balconata.

Simone Azzoni

www.batsheva.co.it
www.orienteoccidente.it

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Simone Azzoni
Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art e Art marketing tips. Ha curato numerose mostre all’Arsenale di Verona tra cui Mokka, Mistral, e La Sedia. Docente di lettere presso la scuola secondaria è critico teatrale per riviste e quotidiani nazionali (L’Arena, Sipario, Drammaturgia). È autore di seminari di Lettura critica dello spettacolo presso l’Università di Verona. Organizza rassegne teatrali di ricerca e sperimentazione con La Fondazione Teatro Nuovo di Verona e da tre anni è co-direttore artistico di Theatre Art Verona. Tra le pubblicazioni recenti, per la casa editrice Universitaria è uscito "Frame – Videoarte e dintorni". Per Fondazione Aida, è autore di testi teatrali rappresentati a Parigi, New York e attualmente in tournée.