Ipercorpo 2016. Cosa rimane del festival forlivese

Brevi note su alcuni spettacoli di danza incontrati al Festival Ipercorpo, tenutosi a Forlì a fine maggio. Pensando a Marshall McLuhan.

Convivio - photo Gianluca Naphtalina Camporesi Works
Convivio - photo Gianluca Naphtalina Camporesi Works

UN FESTIVAL MULTIFORME
Teatro, danza, arti visive, musica, video: tanto si è intrecciato nei proteiformi spazi abitati dal Festival Ipercorpo di Forlì dal 25 al 29 maggio scorsi. Lungi da ogni pretesa di esaustività, il desiderio è quello di restituire alcune osservazioni su tre proposizioni coreutiche incontrate, collocandole del tutto arbitrariamente su un’asse freddo-caldo mutuata da Marshall McLuhan. Vale forse ricordare che per il sociologo e filosofo canadese “freddi” sono i medium a “bassa definizione” (che richiedono una “alta partecipazione” dell’utente per riempire, completare le informazioni non trasmesse), mentre “caldi” sono quelli caratterizzati da un’alta definizione e di conseguenza da una scarsa partecipazione richiesta/necessaria: articolazione che ha caratterizzato, anche temporalmente, alcune proposte presentate al Festival delle arti forlivese.

TRA CORPO E SPAZIO
Il punto di partenza è stato Strettamente Confidenziale di Marco Valerio Amico, “dispositivo museale coreografico” nel quale ciascuno spettatore ha avuto la possibilità di fruire in autonomia le azioni coreografiche presenti (di Fabrizio Favale/Le Supplici, C.ia Stalker_Daniele Albanese, gruppo nanou+Ronin e Annalì Rainoldi), muovendosi liberamente dentro e fuori la monumentale ex chiesa di San Giacomo in cui esso è stato installato. Tra gli elementi costituenti tale dispositivo è parso particolarmente intrigante Convivio di gruppo nanou, con la danza di Sissj Bassani, Rhuena Bracci, Marco Maretti e la musica dal vivo del gruppo Ronin. Le geometriche scene in bianco e nero curate da Giovanni Marocco hanno dialogato con solide figurine impegnate in misurazioni ginniche dello spazio: occhialoni e berretti da aviatore, il loro malinconico, insensato, topografico affannarsi ha avuto l’effetto, per dirla con Deleuze, di “rendere sensibile una specie di tragitto, una specie di esplorazione compiuta dalla Figura in quel luogo o su se stessa”. Ciascuna con i propri tic (a tratti vicine l’una all’altra, più spesso isolate), hanno interagito con una musica liquida e proteiforme, a comporre un evento propriamente unico che si inscrive con piena legittimità nell’ormai consolidata ricerca internazionale sul rapporto fra spazi museali e corpo in movimento.

Marzo - photo Gianluca Naphtalina Camporesi Works
Marzo – photo Gianluca Naphtalina Camporesi Works

DANZA E ALTRE ARTI
Altra ibridazione fra danza e forme d’arte altre è quella proposta da Dewey Dell in Marzo, spettacolo nato in collaborazione con il fumettista e artista visivo giapponese Yuichi Yokoyama e il direttore teatrale Kuro Tanino. Marzo attinge all’immaginario dei manga e degli anime giapponesi: Agata Castellucci, Eugenio Resta e Enrico Ticconi, guidati in scena da una sempre più magnetica Teodora Castellucci, propongono una personale, concentrata rilettura di modelli e memorie culturali preesistenti (detto altrimenti: di esperienze di seconda mano). Cinque energiche maschere abitano la scena ricurva con movimenti flessuosi e scattanti, stop e dinamismi improvvisi: è una danza spesso didascalica rispetto ai frammenti di testo dai toni sapienziali diffuso intrecciandolo al tappeto sonoro intessuto da Demetrio Castellucci / Black Fanfare. Marzo si propone come una sorta di ballet d’action nipponico che si colloca in una corrente di stampo citazionistico emersa a fiotti regolari nel corso dell’ultimo secolo, e oltre. Gli stranianti incroci fra statue greco-romane e occhiali da sole di Giorgio de Chirico, le divertenti foto-performance en travesti di Yasuma Moritura, i celeberrimi baffi di Marcel Duchamp: esempi della storicizzata tendenza ad attingere alla mole di prodotti culturali esistenti e recuperarla, riattualizzarla. O meglio, straniarla: medesimo risultato della colta operazione pop di Dewey Dell.

What age are you acting_ - photo Gianluca Naphtalina Camporesi Works
What age are you acting_ – photo Gianluca Naphtalina Camporesi Works

TEATRO E STATO D’ANIMO
Decisamente “caldo”, nell’accezione proposta in apertura di queste note, lo spettacolo che ha concluso il Festival Ipercorpo 2016, What age are you acting? di Silvia Gribaudi, da lei interpretato assieme a Domenico Santonicola: due coinvolgenti e avvolgenti “corpi-teatro” si trovano “loro malgrado” impegnati in una serie di gesti quotidiani espressivi di stati d’animo, reiterati e progressivamente accompagnati da musica (tra le quali il commovente Concerto n. 1 di Antonio Vivaldi) a creare carnali, umanissime coreografie.
I due, accomunati da una bellezza non convenzionale, abitano quasi sempre nudi lo spazio scenico, rivolgendosi al pubblico con morbida auto-ironia ed esibita “naturalezza”. Evocano, in un surreale crescendo di nuvole di farina e ortaggi tagliati, lacerti di passato: dalle libere coreografie sulla riva del mare di Isadora Duncan alla Nascita di Venere di Sandro Botticelli, dal Discobolo di Mirone alla danza espressionista di Mary Wigman. Lo spettacolo, sottotitolato La decadenza tragicomica del corpo, è parte del Progetto di dialogo intergenerazionale e dell’invecchiamento attivo verso l’arte della danza e promosso da Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa, dal Nederlandse Dansdagen di Maastricht e dalla Dance House di Lemesos, con il sostegno del Programma Cultura 2007-2013 dell’Unione Europea: importanti appoggi internazionali che danno la misura dell’ampio orizzonte entro cui si muovono questa insolita proposizione performativa e l’intelligente Festival che l’ha ospitata.

Michele Pascarella

www.ipercorpo.cittadiebla.com

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Michele Pascarella
Dal 1992 si occupa di teatro contemporaneo e tecniche di narrazione sotto la guida di noti maestri ravennati. Dal 2010 è studioso di arti performative, interessandosi in particolare delle rivoluzioni del Novecento e delle contaminazioni fra le diverse pratiche artistiche.