Il 23 novembre 1968 l’uscita del “White Album” dei Beatles segnò il nuovo clima della scena musicale. Sembravano passati secoli, eppure si trattava soltanto di 17 mesi, dal giugno del ‘67 quando era uscito “Sargent Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il capolavoro che aveva celebrato l’utopia pacifista dei figli dei fiori. Ma adesso il clima era diametralmente opposto.

Il maggio del 1968 è passato alla storia per la sollevazione studentesca parigina, caratterizzata anche da episodi di violenza che tuttavia non erano mancati nemmeno in altri contesti. In marzo, a Londra, in Grosvenor Square, una manifestazione giovanile contro la guerra del Vietnam davanti all’Ambasciata americana si era conclusa con cariche della polizia e arresti dei dimostranti. A Roma, ancora in marzo, la “battaglia di Valle Giulia” vide una cruenta guerriglia fra studenti e polizia. E negli Stati Uniti il clima politico era incandescente: gli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy, i disordini della Convention democratica in agosto a Chicago chiarirono come l’utopia del pacifismo fosse ormai tramontata. Fu in questo clima infuocato che nacquero due fra i più discussi album della storia del rock.

BEATLES IN CHIAROSCURO

Affascinante, disturbante, elegante, volgare, maturo e infantile insieme, il controverso White Album segnò l’inizio della fase finale della carriera dei Beatles, dopo il divertissement di Magical Mistery Tour. Se la controcultura “dura e pura” era stata il soggetto di Revolver, e Sgt. Pepper, evocando un approccio civile che parte dal pacifismo, per poi toccare la concordia fra generazioni, il White Album incarna la crisi spirituale e la degenerazione dei valori in cui affogava la gioventù della contestazione. Concepito in larga parte in India, a Rikhikesh (dove i Beatles si erano recati in pellegrinaggio per cercare quella serenità che pareva sfuggire loro in Europa), l’album non ha un’identità ben precisa, ma procede incerto su registri musicali assai lontani fra loro. Nel suo estremismo formale, Revolution 9 è apparentabile all’Astrattismo radicale di Kazimir Malevič; l’impianto sonoro pensato da Lennon, infatti, utilizzava la “distruzione della musica” come metafora di una rivoluzione sociale che spazzasse via le ultime tracce di conservatorismo. E lasciava gli ascoltatori confusi, come il quadrato nero di Malevič faceva con tutti coloro che lo avevano visto al museo. L’incertezza di Lennon davanti agli eventi emerge dal ripensamento di un verso di Revolution 1, che contraddiceva la versione uscita su singolo in estate, e sembrava approvare la violenza delle barricate, (pochi mesi dopo, nel maggio ’69, con The Ballad of John and Yoko, tornò nuovamente su posizione pacifiste).
Un brano difficile da concepire, perché presupponeva una responsabilità, anche se solo morale, non facile da assumere, e poche altre canzoni nella storia hanno subito un così violento fuoco di fila di polemiche. Per segnare una rottura anche visiva con Sgt. Pepper, fu scelta una copertina completamente bianca, quasi un quadro di pittura analitica. Tuttavia, forse inconsciamente, con il White Album i Beatles cercarono di conciliare i toni più duri della contestazione con i residui di psichedelia pacifista, anche se la leggerezza di riempitivi come Honey Pie, Savoy Truffle, Cry Baby Cry, Rocky Raccoon, tradiscono soltanto un intorpidimento creativo da parte del gruppo.

La copertina originale di Beggars Banquet dei Rolling Stones, censurata nel 1968
La copertina originale di Beggars Banquet dei Rolling Stones, censurata nel 1968

IL PRAGMATISMO DEGLI STONES

Il mondo della musica giovanile, che in un certo senso si riteneva ambasciatore e portavoce della cultura alternativa nel mondo, sperimentò una decisa inversione di tendenza dopo gli esperimenti con la psichedelia dell’anno precedente. La contestazione giovanile si era spostata su corde radicali e violente, ben lontane dalle atmosfere pacifiste e utopiste della psichedelia. Fu quindi una scelta quasi obbligata quella di tornare alle radici del blues. Con il loro abituale pragmatismo (che in alcuni casi sfiorava il cinismo di Oscar Wilde), i Rolling Stones espressero il loro Sessantotto affidandolo alle tracce di Beggars Banquet, pubblicato in dicembre dopo una lunga polemica sulla copertina (che recava, in originale, un bagno pubblico). Si tratta di un album dalle sonorità americane, un potente mix di blues, rock, country, folk, che, unito ai graffianti testi di Jagger e Richards, documenta il nuovo clima massimalista. Un album tuttavia con i piedi ben piantati a terra, che con sottile cinismo lascia intendere tutti i limiti oggettivi della contestazione; una track list che può essere paragonata alle pitture della Neue Sachlichkeit, con cui condivide lo spirito disilluso e denso di scetticismo. Salt of the Earth, in particolare, più che un testo di speranza lo si può considerare un testo di feroce satira politica, nei confronti di quei tanti leader-fantoccio che pregiudicavano lo sviluppo di molti Paesi e delle classi lavoratrici.

Il White Album dei Beatles
Il White Album dei Beatles

FINE DI UN’EPOCA

Se con il 1968 si aprirono le prime crepe che avrebbero portato allo scioglimento dei Beatles, a causa dell’“intrusione” di Yoko Ono, anche gli Stones stavano attraversando difficoltà interne: Beggars Banquet fu infatti l’ultimo album che vide la partecipazione di Brian Jones, sempre più destabilizzato dagli stupefacenti, che sarebbe scomparso appena un anno dopo. Storie di rockstar che però sono anche specchio della realtà giovanile dell’epoca (e non solo di quella).
Un malessere che si riversava anche sul mondo dei fan, o presunti tali, se è vero che nell’estate dell’anno successivo, il folle Charlie Manson scatenò i suoi ingenui seguaci nel massacro che costò la vita, fra gli altri, a Sharon Tate, moglie da pochi mesi di Roman Polanski. A suo dire, era stato spinto da due brani del White Album, Piggies e Helter Skelter: due brani di per sé ingenui, modesto tentativo di heavy metal quest’ultimo, scadente satira contro la polizia il primo. Ma dimostrarono come follia e allucinazione fossero ormai parte dell’immaginario e il discernimento diventasse sempre più difficile.
Anche i Rolling Stones ebbero la loro storia di sangue: il 6 dicembre di quel medesimo 1969 ci sarebbe stata la tragedia di Altamont, ennesimo segnale di un’esplosione incontrollata di violenza che seguiva un clima ormai avvelenato, e che avrebbe messo la pietra tombale sull’utopia del rock. Tuttavia, lo spettacolo sarebbe continuato.

Niccolò Lucarelli

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.

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