Intervista a Stefano Bollani. Un Concerto Azzurro come il quinto chakra

Intervista a caldo a Stefano Bollani al Teatro dell’Opera di Firenze, una volta finite le prove con l’Orchestra del Maggio Fiorentino. Per la prima assoluta del Concerto Azzurro del 25 maggio, su questo stesso palco.

Stefano Bollani. Photo Valentina Cenni
Stefano Bollani. Photo Valentina Cenni

Concerto Azzurro nasce dall’incontro tra Stefano Bollani e il direttore d’orchestra Kristjan Järvi, nato in Estonia e cresciuto a New York, con partitura preparata da Paolo Silvestri, già arrangiatore e co-autore del Concertone sedici anni fa.
Al tempo, quella di Bollani e Silvestri con l’Orchestra della Toscana fu un’esperienza che – per rimanere in tema di colori – fu marcatamente rosa, sia per la copertina del disco che per i brani, come i romantici My funny Valentine o Prima o poi farem lamore. Stavolta, invece, il Concerto sarà Azzurro, e dopo l’Opera di Firenze sarà a Roma il 5 luglio con l’Orchestra di Santa Cecilia e il 7 ottobre a Lipsia con l’Orchestra Sinfonica della radio MDR.
Sotto a un cielo giustamente azzurro, partiamo proprio da alcune considerazioni cromatiche. Bollani ci spiega che il concerto ha questo nome perché l’azzurro è il colore, oltre che del cielo, del quinto chakra: quello della gola, dell’espressione, della comunicazione e della creatività.

Stefano Bollani. Photo Valentina Cenni
Stefano Bollani. Photo Valentina Cenni

L’INTERVISTA

Come nasce un concerto che, come tu dichiari, “non poteva che essere azzurro”?
Tutto è iniziato quando Kristjan Järvi mi ha chiesto di fare un concerto per pianoforte e orchestra, e per far mia la commissione mi sono inventato la cosa più semplice del mondo: lasciar fluire tutte le idee che mi venivano, sapendo solamente di avere tre movimenti: primo, secondo e terzo. È diventato un flusso di coscienza con orchestra.

Kristjan Järvi è riconosciuto mondialmente come un innovatore della scena classica per via del suo eclettismo e delle sue sperimentazioni. Cosa porta nell’orchestra di diverso rispetto ad altri grandi con i quali hai collaborato?
Kristjan è il più onnivoro musicalmente, è un direttore che ha lo spirito adatto per il Concerto Azzurro, un concerto che non è costruito su uno stile definito. Dall’orchestra richiediamo sonorità diverse, da “big band” o più rock, oppure sudamericane. Lui è aperto. Per esempio ha un ensemble con tanto di batteria, l’Absolute Ensemble, col quale ha riarrangiato Bach. Ha delle carte in più rispetto a un classico direttore.

 Si dice anche che l’arrangiatore Paolo Silvestri sia molto zelante e meticoloso. Come riesci a conciliare la sua puntigliosità con la tua predisposizione alla disobbedienza creativa? Come avete collaborato per Concerto Azzurro?
Pensa se anche lui fosse con la testa fra le nuvole! Ho bisogno di qualcuno che mi radichi in terra, e lui è perfetto. I ruoli non sono sempre così chiari, ma tendenzialmente io arrivo con un’idea e lui mi aiuta a certificarla, però poi a volte sono io quello concreto… come nelle migliori coppie, ci si scambia! Nel caso di Concerto Azzurro Paolo si è trovato di fronte un sacco di cose già orchestrate e ha contribuito molto nel primo tempo, che è il più ambizioso come lunghezza, aggiungendo degli stimoli.

Come percepisci la differenza tra l’improvvisazione con un’orchestra sinfonica e quella invece da solo?
Io adoro inventare la musica sul momento, non voglio dover recitare l’Amleto tutte le sere. Non ho quel tipo di attitudine, non mi interessa. Invece suonare con un’orchestra vuol dire preordinare moltissimo. Quindi faccio il possibile in questa struttura per avere momenti in cui poter scappare. In quei momenti so già che dopo un tot di battute poi ci sarà “quell’evento lì”. Magari ogni sera viene suonato in maniera diversa, ma so già a cosa vado incontro, so già che – per esempio – sto andando verso un fortissimo.
Il bello di improvvisare da solo è che costruisco e nel mentre mi accorgo dove sto andando. Se io suono e sento che sto andando naturalmente verso un fortissimo, che sto andando verso un do maggiore… ci vado. Sta accadendo. Non sono partito da casa pensando “a tre minuti e quarantadue vado verso un do maggiore in fortissimo”. Questa per me è la differenza. Credo sia per questo che anche la maggior parte dei musicisti del passato adorasse improvvisare. Da Paganini a Mozart. Perché hai bisogno di costruire quell’evento lì, di comporre sul momento.

Stefano Bollani. Photo Valentina Cenni
Stefano Bollani. Photo Valentina Cenni

C’è qualcosa che è stato per te di stimolo ultimamente? O qualcosa che ti ha meravigliato?
Un libro di James Hillman, Il codice dell’anima. Hillman fa capire che ognuno ha una sua missione. Porta come esempi vite di personalità celebri, ma il discorso che fa vale per ognuno. Ho pensato: “Chissà se sto perseguendo il mio scopo”. Mi ha fatto riflettere su qualcosa che magari davo per scontato. Mentre si suona capita di esser presi da un turbine, di pensare solo: “Che bello”. Se invece a un certo punto mi fermo e mi ripeto “sto suonando”, allora capisco che è vero. Capisco che è ciò che devo fare. Che voglio fare. 

Nella tua homepage allo stato attuale conto nove sezioni: Book, Brasil, Danish, Piano Solo, Radio, Rava, Symphonic, Theatre, Tv… e poi la più preoccupante: “altro”.
Ma cosa c’è nella sezione “altro”? Aiuto! Non lo so neanche io. Ridurremo. C’è troppa roba, come se ci fossero venti Bollani nel pianeta, invece ce n’è uno solo. Devo arrivare a una sintesi. Quando c’è troppa gente dentro, diventa tutto difficile da gestire. A un certo punto, quando li amalgami è molto più divertente.

Dalle nove sezioni sono passata al tuo calendario pieno di live. E lì mi sono fatta l’idea che tu abbia architettato tutto per poterti rilassare quel paio d’ore a sera mentre suoni davanti al pubblico. Che la tua unica maniera per raggiungere il vuoto mentale, o il Samādhi, sia salire sul palco. È per questo che sei sempre in tournée?
Sì, è così, lo ammetto. Ma non me ne sono accorto per molti anni. Ci sono arrivato dopo a capire che lo stavo facendo per ritagliarmi lo spazio per fare due cose insieme: meditare e al tempo stesso comunicare. Non chiudermi, ma comunicare il contenuto della mia meditazione. Per dire in un determinato momento ciò su cui sto riflettendo davvero, con un vuoto mentale. Per questo amo l’improvvisazione. Hai capito tutto. Quindi ora ti dovrò sopprimere!

Margherita Schirmacher

www.stefanobollani.com

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Margherita Schirmacher
Ha vissuto metà della sua vita a Firenze e metà a Roma. Ha lavorato dieci anni per La Lepre Edizioni organizzando eventi, si è specializzata in Informazione Scrittura e Giornalismo a Roma Tre, poi dalla letteratura è passata alla musica e ha ideato insieme a Gianni Togni il concorso per cantautori “Folkstudio ad Altroquando”. Collabora con Theparallelvision.com.