Desiderio queer e realtà virtuale si incontrano in tre film immersivi. Intervista al regista Chou Tung-Yen
Chou Tung-Yen è il regista della “Trilogia della nebbia”, dove il protagonista è lo spettatore alla scoperta della comunità gay di Taiwan. Abbiamo parlato con lui in occasione del Fierce Festival di Birmingham che presenta due film della trilogia
Il desiderio sensuale incontra l’incorporeità, o la corporeità digitale, della realtà virtuale nella Trilogia della nebbia del regista e artista taiwanese Chou Tung-Yen (Taipei, 1981). Laureato in regia teatrale all’Università nazionale d’arte di Taipei e poi in scenografia al Central Saint Martins di Londra, sin dagli anni dell’università Chou ha incorporato la videoarte nei suoi progetti, che si muovono tra teatri tradizionali e gallerie. Dal 14 al 18 ottobre la prima parte, In the Mist (2020), e l’ultima, Traversing the Mist (2023), della trilogia saranno parte del programma del Fierce Festival di Birmingham nel Regno Unito. Per l’occasione abbiamo raggiunto Chou in videochiamata per discutere questo percorso queer attraverso vapori e nebbie.

Intervista a Chou Tung-Yen
In The Mist è un video VR a 360° che ci porta dentro a un bagno turco, in mezzo a uomini nudi che lentamente iniziano a far sesso tra loro. Come è nato?
Avevo già sperimentato con i nuovi media. In Chronicle of Lightyear (2018), coprodotto con il danese Kulturværftet, c’erano proiezioni olografiche. L’Archivio cinematografico di Kaohsiung finanziava progetti in realtà virtuale e mi chiese se volessi fare un adattamento di quella storia, ma io dissi loro che volevo fare un film molto intimo e piuttosto esplicito ambientato in una sauna. L’epifania mi era venuta mentre mi trovavo nel bagno turco di uno stabilimento termale, dove vidi un una scena erotica tra uomini. Ma c’era nebbia tutto intorno a me, sembrava di stare in VR. L’esplorazione dell’intimità mi è comunque sempre interessata: ho fatto pure un documentario intitolato Looking For? (2017), un viaggio durato tre-quattro anni alla scoperta di come funzionino le app per appuntamenti, gli incontri, le relazioni, l’amore.
È stato difficile presentarlo alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia durante la pandemia?
Doveva debuttare lì, in concorso, ma il regolamento del festival imponeva che le opere in VR fossero disponibili anche online e su una serie di piattaforme ufficiali, come quella di Meta. Per In the Mist non era possibile, ma neanche volevamo escluderlo dalla competizione, così dovettero organizzare una proiezione speciale. C’è tanta violenza online, soprattutto nei videogiochi, e poi nelle scuole d’arte vediamo film come quelli di Pasolini, perciò non si pensa che il cinema europeo abbia problemi con certi contenuti. Ma la realtà virtuale è così intima da essere quasi inquietante, e il sesso è ancora un tabù, pur essendo stato un motore dell’innovazione tecnologica. Pensiamo al ruolo della pornografia nella diffusione di internet e della banda larga. Manca anche una piattaforma per l’arte in VR, e forse non c’è neanche richiesta: le persone ancora oggi incontrano l’arte VR principalmente in festival come il Fierce.
La trilogia “In the Mist” di Chou Tung-Yen
Come è passato da In the Mist alla seconda parte della trilogia, Gazing, In the Mist (2022) in realtà mista?
Tang Fu-Kuen, che all’epoca curava il Festival d’arte di Taipei, propose di sviluppare In the Mist in un’esperienza collettiva che 20 persone potessero vivere insieme. All’epoca le telecamere esterne dei visori per la realtà virtuale permettevano di vedere l’ambiente intorno solo in bianco e nero, a bassa risoluzione e deformando le forme vicine. Usavamo questa funzione per far muovere il pubblico all’interno di uno spazio in cui intanto avveniva una performance dal vivo. Nelle saune gay c’è questa incertezza, non sai cosa stai vedendo. È davvero molto buio, le persone esistono quasi solo come concetti, diventano eteree… almeno da quello che ne ho letto, perché non ne ho alcuna vera esperienza diretta.
L’ultimo capitolo della trilogia, Traversing the Mist, è un’esperienza completamente in VR, interattiva e per più persone. In una precedente intervista ha detto che voleva evitare il linguaggio dei videogiochi. Perché un artista che lavora a uno spazio virtuale e interattivo in VR sente il bisogno di allontanarsi dal medium videoludico, che in 50 anni dovrebbe aver perfezionato proprio l’arte di interagire con gli spazi virtuali?
Non ho niente contro i videogiochi, ma non sono un gran videogiocatore e magari ho in mente solo i casi meno interessanti. Il punto è che non volevo creare un’esperienza incentrata su obiettivi da raggiungere e sulla sensazione che nasce dal raggiungerli. Non volevo creare una escape room in cui ci fossero sfide da risolvere. Volevo usare la VR come un portale per entrare in un sogno, in uno spazio che normalmente non vedresti e che puoi esplorare.

Chou Tung-Yen al Fierce Festival
Presenta In the Mist e Traversing the Mist al Fierce Festival, un festival di performance dal vivo incentrato su corpo e fisicità. Come convive questo con la natura digitale dei suoi lavori?
Mi domando cosa possiamo fare con un corpo digitale. Se alziamo la mano vediamo muoversi una mano virtuale che contemporaneamente è la nostra mano e non lo è. Alla fine di Traversing the Mist – è un po’ uno spoiler – il pubblico entra in un corpo gigante, identico a quello degli avatar dei partecipanti che a loro volta hanno lo stesso avatar. E in questo grande corpo i loro avatar iniziano a invecchiare e,infine, evaporano, ed è il tuo corpo che sta invecchiando ed evaporando. È un’esperienza che pensavo valesse la pena di offrire al pubblico, e che il pubblico avrebbe trovato interessante sperimentare. Mi piace anche decostruire gli spazi illusori che costruisco, mi piace il contrasto tra realtà e illusione. Alla fine di In the Mist le mura del bagno turco si allontanano e ci accorgiamo di trovarci su un palcoscenico. Tutto quel desiderio di amore, di lussuria… alla fine quel che resta è polvere, fumo, nebbia nell’aria. Magari è qualcosa che proviene dalla pratica teatrale, dalla rottura della quarta parete. Ora non crediamo più molto nella quarta parete, ma in VR possiamo rompere tutte le pareti.
Matteo Lupetti
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