Mustang. Kasia Smutniak torna in una terra magica col sul secondo film
Dopo averci portato al confine tra Polonia e Russia poco tempo dopo lo scoppio della recente guerra, Smutniak compie un altro viaggio, nel tempo e nello spazio, raccontato una terra a pochi nota
Al confine con il Tibet, nel cuore dell’Himalaya, esiste una terra da scoprire: il Mustang. Un luogo in cui il tempo sembra scorrere secondo ritmi diversi da quelli a cui siamo abituati, dove ogni gesto custodisce una ritualità profonda, quasi sacra. È qui che Kasia Smutniak, al suo secondo film da regista, compie il suo viaggio per la prima volta nel 2003, insieme a Pietro Taricone. Ed è sempre qui che sceglie di tornare dopo la sua scomparsa.

Kasia Smutniak e il Mustang
Prima torna da sola, poi con la figlia Sophie, allora ancora piccola, e poi con la sua famiglia. Viaggio dopo viaggio, il Mustang diventa per lei una seconda casa, un luogo di appartenenza e di memoria. È in questa terra che Kasia incontra Kunzom, una donna speciale che, dopo dieci anni trascorsi negli Stati Uniti, ha scelto di tornare alle proprie radici. Tra le due nasce un legame profondo e, insieme, una promessa: costruire una scuola che permetta ai bambini della regione di continuare a studiare senza essere costretti a lasciare le proprie famiglie. Una promessa che, con il tempo, è divenuta realtà. E che oggi è raccontata in un documentario capace di avvolgere lo spettatore con una storia intima, semplice e sincera. Presentato alla 21esima Festa del Cinema, il film arriverà nelle sale dal 23 novembre, distribuito da Fandango Distribuzione.

Kasia Smutniak, al suo secondo film da regista, racconta il Mustang
“È una storia raccontata nell’arco di 23 anni, una storia fatta di tanti strati, anche emotivi. Sono partita in un modo e sono arrivata in un altro”: Smutniak descrive così il lungo percorso che l’ha portata alla realizzazione del documentario Mustang, un viaggio che appunto va ben oltre la dimensione geografica. “È un vero e proprio on the road, non perché la protagonista si metta in viaggio, ma perché è la vita stessa a esserlo”. Dopo tanti anni, il Mustang smette di essere un luogo astratto e diventa una realtà concreta, fatta di persone, incontri e storie. Un’esperienza che le ha restituito molto, soprattutto una nuova prospettiva sul significato della felicità. “Mi ha dato un pezzo di vita, ma anche la speranza che esista una parte migliore di noi stessi. E non parlo della mia”. Il desiderio, spiega, era quello di far conoscere una filosofia di vita e una comunità reale che mette la felicità al centro della propria esistenza, arrivando a studiarla quasi come una scienza. “Che cosa dobbiamo fare per essere più felici? Non è un concetto astratto. È qui, è ora, è qualcosa di quotidiano”.

Una scuola al centro di tutto
Ed è proprio questa dimensione che Smutniak ha voluto raccontare attraverso la scuola e i suoi bambini, che ogni mattina si svegliano e ripetono gli stessi piccoli rituali. Gesti semplici, apparentemente ordinari, che diventano una sorta di manuale della felicità. “Tutto questo mi dà tanta speranza, ma allo stesso tempo mi fa anche molta paura”. Anche perché quel piccolo mondo, apparentemente sospeso nel tempo, deve confrontarsi con il cambiamento. La scuola sta infatti attraversando una fase delicata, un momento di trasformazione che Kasia Smutniak e le persone coinvolte nel progetto, Kunzom in primis, stanno cercando di accogliere, facendo tesoro di quanto questa esperienza ha insegnato loro.
Il ruolo della musica
Un ruolo fondamentale nel documentario lo ha anche la musica, elemento da cui l’attrice racconta di partire sempre, anche quando lavora come interprete. “The Long Road è un brano che mi ha accompagnata in ogni viaggio, così come Lotus Flower dei Radiohead”. Per costruire l’identità sonora del documentario ha lavorato a lungo con Lorenzo Tomio, cercando un punto d’incontro tra due universi musicali apparentemente lontani: da una parte i suoni ancestrali della cultura e delle montagne del Mustang, dall’altra quelli elettronici e contemporanei del mondo occidentale. Un intreccio nato anche dalle registrazioni raccolte sul posto, dalle preghiere dei bambini al suono delle campane, che sono diventate parte integrante della colonna sonora. Un modo per far dialogare mondi diversi e restituire, anche attraverso la musica, l’anima più autentica di quella terra.
Margherita Bordino
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