Wim Wenders e il cinema come atto di amore e compassione

Da presidente di giuria della Berlinale 76, il regista ribadisce la responsabilità etica dell’immagine: tra realtà e finzione, il film come spazio di empatia e trasformazione

Ad aprire la 76esima Berlinale è Wim Wenders, presidente di giuria, che sceglie parole di conforto e di speranza. È il gesto coerente di un autore che al cinema è rimasto fedele per tutta la vita, difendendone la funzione culturale e umana prima ancora che industriale. “Il cinema ha un potere straordinario: quello di essere compassionevole, di esercitare empatia”, afferma il regista. “Le notizie raramente lo sono, la politica ancora meno; i film, invece, possono esserlo profondamente. Ed è proprio questo il loro compito”. In un contesto storico attraversato da tensioni e fratture, Wenders ribadisce così la responsabilità etica dell’immagine cinematografica: non semplice intrattenimento, ma spazio di comprensione e condivisione.

Wim Wenders e il potere del cinema

Da sempre sostenitore del cinema in tutte le sue forme, l’autore insiste sul legame inscindibile tra realtà e immaginazione: “Le storie più grandi nascono dalla realtà, ma la realtà più autentica è intrisa di mito. Non si possono separare questi due elementi, perché insieme definiscono ciò che siamo come esseri umani. Finzione e realtà non sono opposti: sono dimensioni complementari di cui abbiamo bisogno”. Nel cinema, osserva, la convivenza di questi piani produce i risultati più alti: un film può essere radicato nel reale e, al tempo stesso, capace di elevarsi, di toccare una dimensione universale.

“Amo i film che sono pieni di verità”: Wim Wenders presiede la 76esima Berlinale

Qual è, dunque, il cinema che Wenders ama e difende? Amo i film che sono pieni di verità e, allo stesso tempo, capaci di costruire un racconto. Perché la bellezza del cinema è questa: non cambia soltanto il mondo, cambia anche chi lo fa. Ogni film è un’esperienza, e a volte ne esci trasformato, colmo di qualcosa di nuovo. Impari, scopri prospettive che prima erano oltre il tuo orizzonte, e torni a guardare la realtà con occhi diversi”. Il cinema, nella sua visione, è un dispositivo di trasformazione: modifica lo sguardo e amplia il campo del possibile.

La poetica dell’opera di Wenders: identità, narrazione e contemplazione

L’opera di Wenders incarna pienamente questa poetica. Il suo cinema è attraversato da una riflessione costante sull’identità, sul tempo e sul senso dell’esistenza, spesso affidata a figure solitarie immerse in paesaggi contemplativi. Nei film più celebri si avverte una tensione continua tra movimento e immobilità, tra viaggio fisico e ricerca interiore. In Il cielo sopra Berlino e Paris, Texas il lirismo visivo si intreccia all’introspezione, trasformando lo spazio in una vera e propria dimensione emotiva. Con Chambre 666 il regista interroga direttamente il linguaggio cinematografico, rivelando una consapevolezza teorica profonda del mezzo e delle sue trasformazioni. Nei documentari, da Il sale della terra ad Anselm, emerge invece l’interesse per gli artisti e per lo sguardo inteso come atto etico oltre che estetico, mentre Pina esplora il rapporto tra corpo, movimento e immagine. Anche in Perfect Days riaffiora il suo minimalismo poetico: la quotidianità diventa luogo di meditazione silenziosa, gesto di resistenza alla frenesia contemporanea e spazio in cui il tempo ritrova densità e significato.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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