“No Good Men”: donne, giornalismo e resistenza. Il film alla Berlinale 76
La rom-com afghana che racconta gli ultimi giorni di libertà a Kabul prima del ritorno dei talebani. Shahrbanoo Sadat ha presentato il suo film alla Berlinale 76
Presentato alla Berlinale, No Good Men è il nuovo film di Shahrbanoo Sadat, terzo capitolo di una pentalogia iniziata con Wolf and Sheep e proseguita con The Orphanage. Ambientato nel 2021, alla vigilia del ritorno dei talebani a Kabul, il film sceglie una prospettiva diversa e anche sorprendente: raccontare gli ultimi giorni di libertà attraverso i codici della commedia romantica.
No Good Men. Il film di Sharbanoo Sadat
La protagonista, Naru, è l’unica cameraman della principale emittente televisiva di Kabul. Madre di un bambino di tre anni, sta lottando per mantenere la custodia del figlio dopo aver lasciato un marito fedifrago seriale. Convinta che nel suo Paese non esistano “uomini buoni”, Naru si muove in una città sospesa, attraversata da tensioni politiche e da un senso di precarietà imminente. Quando Qodrat, il giornalista più importante della rete, le offre un’opportunità professionale, tra i due nasce un’intesa inattesa. Mentre percorrono la città documentandone gli ultimi frammenti di normalità, la disillusione di Naru comincia a incrinarsi: è davvero impossibile trovare un uomo diverso?
Una rom-com afghana
Sadat rivendica con forza la scelta del genere. “Quando dicevo che volevo fare una rom-com, alcuni finanziatori si offendevano”, racconta la regista. Come se, per un’autrice afghana, fosse consentito solo raccontare guerra e tragedia. In questa reazione, Sadat legge una forma sottile di disumanizzazione: perché ai personaggi afghani dovrebbe essere negata la complessità? Perché non possono vivere anche ironia, leggerezza, desiderio?
Per costruire il film, la regista è tornata nella redazione televisiva dove aveva lavorato tra il 2009 e il 2014. Ha seguito reporter impegnati in ogni tipo di servizio: dagli attacchi terroristici alle visite al palazzo presidenziale, fino ai vox populi con i cittadini. Si è immersa in ore di archivi segnati da esplosioni e attentati, senza la distanza emotiva che i giornalisti imparano a costruire. Un’immersione che l’ha travolta, lasciandole addosso ansia e stress proprio nei mesi che precedettero la caduta di Kabul.
Le donne e la libertà negata a Kabul
Naru incarna una donna della nuova classe media urbana cresciuta dopo il 2001: indipendente, con un lavoro e una voce pubblica. Eppure la sua libertà è fragile, circoscritta alla “bolla” del centro cittadino. Basta uscire da quel perimetro perché l’autonomia si restringa drasticamente. Anche per lei esiste un soffitto invisibile: di fronte alle istituzioni o alle autorità, la libertà si dissolve.
Dal 1973, con la fine della monarchia, l’Afghanistan ha attraversato conflitti quasi ininterrotti. Ogni cambio politico ha ridefinito il tessuto sociale di Kabul, e le vite delle donne sono sempre state le prime a subire le conseguenze. No Good Men sceglie di raccontare tutto questo non solo attraverso il trauma, ma anche attraverso l’umanità quotidiana: una storia d’amore possibile, fragile come la città che la ospita. In quel breve spazio tra paura e speranza, Sadat trova il suo gesto più politico: restituire agli afghani il diritto alla complessità.
Margherita Bordino
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati