Portobello: in arrivo la serie sul processo di Enzo Tortora firmata dal regista Marco Bellocchio
Fabrizio Gifuni indossa i panni di Enzo Tortora: un uomo di spettacolo che, travolto da un ingiusto processo, scopre quanto il linguaggio possa essere insieme arma e trappola. Ecco il trailer
Tra la confusione dello studio televisivo e l’austerità dell’aula di tribunale, Marco Bellocchio in Portobello costruisce il proprio racconto su due “teatri” speculari e conflittuali. Mette in scena non solo la parabola giudiziaria di Enzo Tortora, ma il cortocircuito tra spettacolo, giustizia e opinione pubblica. La serie, con Fabrizio Gifuni protagonista, è insieme un dramma storico e una riflessione politica sul giudizio, la solitudine e il peso della parola.

I due “teatri” del caso Tortora in “Portobello”
Il cuore drammaturgico della serie si fonda su due spazi contrapposti e complementari: da un lato lo studio televisivo di Portobello, luogo di libertà, performance e dominio della scena, dove Tortora è conduttore, regista del ritmo, capace di trasformarsi in personaggi (Pulcinella, Cristoforo Colombo) e di esercitare un controllo sul linguaggio e sul pubblico; dall’altro l’aula del tribunale, teatro rovesciato, dove Tortora non è più sovrano della parola ma imputato, sottoposto allo sguardo giudicante dello Stato e dell’opinione pubblica. Bellocchio fa dialogare questi due spazi come due dispositivi di potere: in televisione il giudizio è implicito e mediato; in tribunale è esplicito, ritualizzato e implacabile.

Drammaturgia e politica dello sguardo in “Portobello”
La scelta di concentrarsi su questi due spazi, studio e aula, non è solo narrativa ma profondamente politica. In entrambi i luoghi si esercita una forma di giudizio, ma con esiti opposti: nello studio, Tortora plasma il racconto; in tribunale, il racconto gli sfugge di mano. Bellocchio mostra come il “teatro televisivo” di Tortora non funzioni più davanti alla macchina giudiziaria: le stesse strategie retoriche che lo hanno reso celebre diventano infatti per lui un boomerang. Gli avvocati lo invitano al silenzio, a non trasformare il processo in un’altra puntata di Portobello. Eppure, proprio in aula, emerge una verità più profonda e dolorosa: quando Tortora si alza e prende la parola, il linguaggio diventa gesto di resistenza, quasi atto fisico.

In “Portobello” la parola diventa una forza fisica
In linea con il cinema di Bellocchio e con il lavoro di Gifuni, la serie attribuisce alla parola una centralità assoluta. Tortora è un uomo che “abita” il linguaggio: parla un italiano colto e impeccabile, senza concessioni populiste; accetta il rischio dell’antipatia pur di non rinunciare alla propria indipendenza; rifiuta ogni furbizia retorica. Questa scelta stilistica lo isola, ma definisce anche la sua integrità. Nel processo, la sua parola attraversa due fasi: prima è inefficace, poi — nelle dichiarazioni finali — diventa potentissima, non tanto per cambiare l’esito (già fortunatamente orientato da un giudice serio), ma per restituirgli dignità.

Gifuni è Tortora. La solitudine del protagonista
Uno dei nuclei emotivi della serie è la solitudine di Tortora. Circondato dagli avvocati, dalla sorella e dalle figlie, appare comunque profondamente solo. Non è una solitudine tematizzata in modo didascalico, ma qualcosa che emerge per sottrazione. Gifuni suggerisce un parallelo con Esterno Notte (la precedente serie in cui ha lavorato con Bellocchio): come Aldo Moro, anche Tortora passa da una dimensione di massima visibilità pubblica a una condizione di isolamento e disperazione, segnato dal tema del tradimento. In Portobello è la sorella (Barbora Bobulova) ad assumere un ruolo chiave: è lei a rappresentare un legame intimo, professionale e affettivo, testimoniato dal fatto che Tortora le chiedeva spesso “Come sono andato?”.

Enzo Tortora tra politica e moralismo
La serie illumina anche la posizione politica e morale di Tortora: appartenente a un piccolo partito, marginale rispetto ai grandi blocchi (DC e PCI); estraneo ai centri di potere, alla massoneria, fieramente laico in un Paese cattolico; portatore di un moralismo solitario che lo rende poco simpatico al potere. Questa marginalità politica rende la sua caduta ancora più significativa: non è la vittima di un sistema da cui traeva protezione, ma di un sistema che lo percepiva come scomodo. Portobello, dal 20 febbraio su HBO Max, non è solo una ricostruzione storica, ma un’indagine sul rapporto tra verità, spettacolo e giustizia. Con la regia di Bellocchio e l’interpretazione di Gifuni, la serie trasforma l’assurdo caso Tortora in una riflessione universale: su come la parola possa salvare o condannare, e su quanto sottile sia il confine tra visibilità e solitudine.
Margherita Bordino
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