Il film ispirato a “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio (che lo stravolge completamente)
“Rosebush pruning”, presentato in Concorso alla Berlinale 76, ha infastidito molti, soprattutto la stampa italiana e quanti hanno amato il primo lungometraggio di Marco Bellocchio, un film manifesto della sua idea e identità cinematografica
Presentato in concorso alla Berlinale 2026, Rosebush Pruning segna l’incontro tra l’immaginario febbrile di Karim Aïnouz e un classico del cinema italiano, I pugni in tasca di Marco Bellocchio. Più che un semplice remake, il film è una riscrittura radicale che sposta il baricentro del conflitto: non più la madre come fulcro patologico della famiglia, ma il padre, incarnazione di un potere cieco e insieme pervasivo, specchio di una società patriarcale che si autoalimenta.
Cosa cambia in “Rosebush pruning” rispetto a “I pugni in tasca”
Aïnouz ha raccontato di aver rivisto il film di Bellocchio su proposta del produttore e di aver avvertito il desiderio di sovvertirne l’asse simbolico. Lo ha colpito la carica di ribellione dell’opera prima bellocchiana, quella tensione quasi euforica che attraversa ogni scena, come una fiaba dei Fratelli Grimm sotto acido. In Rosebush Pruning quella stessa eccitazione si traduce in un’atmosfera sospesa e velenosa, dove il lusso diventa gabbia.
La trama di “Rosebush pruning”
Siamo in Catalogna, in una villa isolata dove una famiglia americana immensamente ricca vive in un’apatia elegante e crudele. La madre, interpretata da Pamela Anderson, è data per morta — o forse no. Il padre, un magnetico Tracy Letts, è cieco, ma la sua cecità non attenua il controllo ossessivo sui figli. Attorno a lui gravitano Jack (Jamie Bell), Ed (Callum Turner), Anna (Riley Keough) e Robert (Lukas Gage), giovani imprigionati in un benessere che li svuota. Tra abiti griffati e borse di Bottega Veneta, cene raffinate e dialoghi affilati come lame, la noia si trasforma in una forma di violenza sotterranea. Il nodo emotivo è Jack, primogenito devoto e schiacciato dall’autorità paterna, disposto ad assecondarne anche le richieste più umilianti. Il suo innamoramento per Martha, interpretata da Elle Fanning, apre una crepa nel sistema familiare: per la prima volta, il desiderio individuale sfida l’ordine imposto. La decisione di lasciare il “nido” — che in realtà è una prigione dorata — innesca un effetto domino che mette a nudo rancori e dipendenze. A complicare ulteriormente il quadro arriva il ritorno della madre, viva e accompagnata da una compagna spagnola (Elena Anaya), presenza che scardina definitivamente l’ipocrisia della famiglia e introduce un elemento di rottura anche sul piano identitario. Il film, scritto da Efthimis Filippou — già sceneggiatore di The Lobster e Kind of Kindness — conserva un gusto per l’assurdo e il grottesco che amplifica il disagio fino a renderlo quasi surreale.
“Rosebush pruning” trasforma la ribellione individuale in un atto politico
Rosebush Pruning non si limita a omaggiare Bellocchio: ne rielabora la furia giovanile in chiave contemporanea, trasformando la ribellione individuale in un atto politico contro un’autorità familiare che è anche sistema di potere. Se nel film del 1965 l’urgenza era quella di rompere con la provincia e le sue convenzioni, qui la sfida è smascherare il vuoto morale che si cela dietro il privilegio. Il risultato è un melodramma algido e perturbante, in cui l’eleganza visiva contrasta con la decomposizione dei legami, e dove la potatura evocata dal titolo diventa metafora di una necessaria, dolorosa recisione.
Margherita Bordino
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati