I 50 anni del mitico film Taxi Driver 

Solitudine, violenza e redenzione: il capolavoro intramontabile di Scorsese e Schrader con protagonista De Niro compie il primo mezzo secolo


Decadenza americana post-Vietnam e solitudine esistenziale
si fondono in un’opera che mescola atmosfere noir con elementi di dramma e di Western. Era il febbraio del 1976 quando Taxi Driver approdava nelle sale statunitensi, e oggi è unanimemente riconosciuto come uno dei grandi capolavori del cinema mondiale e tra i vertici assoluti della filmografia di Martin Scorsese. Il film, che nello stesso anno vinse la Palma d’Oro al Festival di Cannes, è scritto da Paul Schrader e interpretato da Robert De Niro, con la partecipazione di una giovanissima Jodie Foster nei panni di una baby-prostituta.

Taxi Driver secondo Martin Scorsese

Scorsese, Schrader e De Niro convergono da sempre sul ritratto di Travis Bickle come figura emblematica dell’America post-Vietnam: sola, fratturata e moralmente smarrita. Come è noto, per Scorsese, il cuore del film è la rappresentazione della solitudine e dell’alienazione del protagonista e della sua progressiva discesa psicologica. L’obiettivo non era giustificare la violenza di Travis, ma far comprendere le condizioni emotive che la generano, suscitando empatia nello spettatore. Il regista ha più volte sottolineato come, in modo inquietante, lo stato emotivo di Travis sembri oggi condiviso da molte persone, conferendo al film una straordinaria attualità. Durante la post-produzione, Scorsese dovette difendere con determinazione la sua visione artistica dalle pressioni dello studio, arrivando a considerare misure estreme pur di evitare tagli significativi. Il compromesso finale si limitò a una riduzione della saturazione del rosso nelle scene più cruente, preservando l’impatto visivo e narrativo del film.

Taxi Driver: l’opinione di Schrader

Per Paul Schrader la sceneggiatura è un’opera profondamente autobiografica, concepita in un periodo di crisi personale, isolamento e autodistruzione. L’idea del tassista come metafora esistenziale – un uomo chiuso in una “bara di ferro” che attraversa la città senza mai davvero connettersi con essa – nacque durante un ricovero ospedaliero e divenne il nucleo simbolico del film. Schrader ha ammesso di riconoscersi in Travis Bickle: la sua rabbia repressa, la solitudine e il desiderio di purificazione confluiscono nel personaggio. Scritta in appena quindici giorni, la sceneggiatura riflette anche la formazione calvinista dell’autore: Travis è un “puritano moderno” che tenta di redimere un mondo percepito come corrotto attraverso la violenza, incarnando la tensione tra repressione morale e bisogno di redenzione.

Taxi Driver: il punto di vista di De Niro

Robert De Niro, dal canto suo, ha dato corpo a questa visione attraverso una preparazione rigorosa e immersiva: ottenne una licenza da tassista e lavorò per settimane tra le strade di New York, sperimentando in prima persona la solitudine notturna della città. La costruzione del personaggio culminò nella celebre scena allo specchio – e nella battuta “You talkin’ to me?” – improvvisata sul set e divenuta un’icona della storia del cinema. De Niro ha sempre descritto Travis come un uomo profondamente isolato, ma al tempo stesso universalmente riconoscibile nella sua fragilità emotiva. Secondo l’attore, la forza di Taxi Driver risiede proprio nel colpire un nervo scoperto collettivo: un disagio sociale ed esistenziale che, a distanza di decenni, continua a risuonare nel pubblico.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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