Scolpire il vuoto come luogo del possibile: Antonio Tropiano di scena a I Martedì Critici
Torna il format di interviste ideato da Alberto Dambruoso all'Accademia di Belle Arti di Frosinone. Protagonista di questa nuova puntata è lo scultore calabrese, intervistato dallo storico dell'arte e da Loredana Rea
Si può pensare il vuoto non come assenza, ma come luogo di possibilità? È da questa domanda che prende forma la ricerca di Antonio Tropiano, protagonista di un incontro nell’ambito de I Martedì Critici, il format ideato da Alberto Dambruoso e Loredana Rea. Nato in Calabria nel 1976 e attivo tra Roma e San Caterina dello Ionio, Tropiano porta nel dibattito contemporaneo una pratica scultorea che affonda le proprie radici nel linguaggio, nella filosofia e nella tradizione umanistica.
Antonio Tropiano e il simbolo come chiave di lettura
Al centro del lavoro di Tropiano si colloca il concetto greco di symbolon, inteso come gesto capace di tenere insieme visibile e invisibile, materia e pensiero. Come osserva Alberto Dambruoso, le sue opere si configurano come metafore della condizione umana, costruite attraverso un linguaggio simbolico che invita lo spettatore a un’esperienza interpretativa stratificata. In questo senso, la formazione dell’artista come filologo medievale e rinascimentale si riflette in una pratica attenta ai significati nascosti, ai rimandi e alle ambiguità del segno.
Dalla parola alla forma
Per Tropiano, il punto di partenza della scultura è sempre il verbo. I titoli delle opere non accompagnano la forma, ma ne costituiscono l’origine concettuale, attingendo nelle parole, nella loro storia e nelle loro mutazioni di senso. Il legno, materiale privilegiato della sua ricerca, diventa così il luogo in cui l’ispirazione letteraria si traduce in una forma concreta.
La mostra di Antonio Tropiano a Roma
Esempio di questo modus operandi è Ad Vacuum (Verso il vuoto) la mostra di Tropiani, ospitata negli spazi di PROSA Contemporanea a Roma (e visibile sino al 23 gennaio). Per l’artista il vuoto non è mancanza, ma uno spazio generativo in cui ogni possibilità attende di esprimersi. Nella scultura, lavorata “per levare”, il pieno coincide con la figura scelta, mentre il vuoto si manifesta nelle schegge scartate, che custodiscono tutte le forme non realizzate.
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