Juliette Binoche debutta alla regia con “In-I In Motion”

La sua prima volta da regista, il suo sostegno alle donne private della propria libertà e quelle volte che disse no a Spielberg. L’attrice francese si racconta

Ospite della 43esima edizione del Torino Film Festival, l’attrice francese Juliette Binoche presenta in anteprima italiana In-I In Motion, il suo debutto alla regia. Un esordio che nasce dal desiderio di tornare a un’esperienza fondativa: quella del 2007, quando lei e il ballerino-coreografo britannico Akram Khan decisero di sospendere carriere già affermate per dedicarsi a un’avventura artistica radicale. Sei mesi di lavoro condiviso portarono alla creazione di In-I, spettacolo che avrebbe poi girato il mondo e che oggi Binoche rilegge con un nuovo sguardo, interrogandosi sul cuore stesso dell’atto creativo.

“In-I In Motion” è il primo film diretto da Juliette Binoche

Il film recupera decine di ore di materiali inediti: improvvisazioni, conflitti, scoperte reciproche. “In-I è nato dall’improvvisazione”, racconta. “Non avevamo un soggetto: dovevamo reinventarci. Akram ha rinunciato a parte delle sue certezze per accompagnare il mio corpo; io ho fatto lo stesso con lui nella recitazione. Le nostre abilità dovevano adattarsi, respirare insieme”. Ne emerge un processo fragile e potentissimo, in cui il movimento diventa linguaggio e l’incontro tra due corpi rivela la trasformazione personale che la creazione comporta.

Dallo spettacolo “In-I” al film

In-I è dunque una performance nata dall’incontro tra un’attrice e il danzatore Akram Khan. Privati di un’idea iniziale, i due si sono confrontati con differenze culturali, artistiche e personali: lei alla ricerca di un movimento autentico, lui chiamato ad avvicinarsi alla vulnerabilità emotiva della recitazione. Entrambi hanno affrontato paure, pregiudizi e limiti, simboleggiati dal “muro” di Anish Kapoor. L’aiuto di due figure fondamentali—l’acting coach Susan Batson e la trainer Su-Man Hsu—ha permesso loro di trovare un metodo comune basato sulla “sensazione”, aprendo nuove possibilità tanto nella danza quanto nella recitazione. Il percorso è stato intenso: improvvisazioni, conflitti, stanchezza, ma anche umorismo e complicità. Mentre lo spettacolo prendeva forma, ognuno imparava dall’altro: lei il radicamento fisico, lui l’espressione emotiva e verbale. Il documentario In-I In Motion vuole mostrare tutto questo senza filtri: la fatica, le tensioni, i momenti di crescita e trasformazione.

In-I In Motion © 2025 Miao Productions
In-I In Motion © 2025 Miao Productions

Juliette Binoche debutta alla regia

Nell’incontro con i giornalisti, Binoche amplia la sua riflessione parlando del proprio percorso: “Ogni ruolo è una trasformazione. Potrei scrivere un libro su come il cinema mi ha cambiato. Da spettatrice, i film di Dreyer mi hanno segnata profondamente, in particolareLa passione di Giovanna d’Arco (1928)’”. Oggi, come attrice e ora anche regista, si sente attraversata da una nuova curiosità: desidera visitare luoghi mai visti e affrontare sfide diverse. Anche la regia, confessa, non è più un territorio distante: “Mi sento pronta a realizzare lungometraggi narrativi e di finzione”.

L’impegno di Juliette Binoche

Il suo sguardo sul cinema europeo resta limpido: un ecosistema capace di accogliere la diversità e rimanere fedele alla priorità artistica pur all’interno delle logiche industriali. Forte anche il suo impegno civile: “Non riesco a tacere di fronte alle donne del Sudan o dell’Iran private della libertà. Dobbiamo manifestare e opporci, e vorrei vedere più uomini al nostro fianco”. Un pensiero che affonda nelle sue radici: cresciuta da una madre femminista, riconosce come la propria storia familiare—il divorzio dei genitori, gli anni in collegio—abbia contribuito a formarla. “Sono grata agli errori. Tutto ciò che riceviamo nella vita plasma l’artista che diventiamo”.
Al festival, Binoche non evita le domande sugli aneddoti della sua carriera, come i tre “no” a Steven Spielberg: la prima volta perché non voleva abbandonare un progetto che amava; la seconda perché preferì Tre colori – Film blu di Krzysztof Kieślowski a Jurassic Park; la terza per Schindler’s List, dove – incinta –  non se la sentiva di interpretare una donna stuprata e uccisa. Non solo Spielberg: ha detto no anche a Martin Scorsese. “Fanno parte di quella generazione di cineasti interessati ai gangster e alla fantasia. Appartengono a un immaginario lontano dal mondo che viviamo”, afferma. Un mondo che lei continua a interrogare con coraggio, muovendosi—ancora una volta—in motion.

Margherita Bordino

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

Scopri di più