Scenes from a Marriage, la nuova serie del regista Hagai Levi presentata a Venezia 78

Remake della omonima serie del 1973 diretta da Ingmar Bergman, “Scenes from a Marriage” di Hagai Levi è stata presentata, Fuori Concorso, durante l’appena conclusasi Mostra del Cinema di Venezia. Ecco le nostre impressioni

Scenes from a Marriage
Scenes from a Marriage

Non è facile comprendere la motivazione che ha spinto Hagai Levi ad accettare la proposta di Daniel Bergman di proporre una nuova versione del capolavoro del padre Scene da un matrimonio, originariamente pensato nel 1973 per la televisione, e diviso in sei parti, episodi o scene, come preferiamo chiamarli, a seconda della nostra focalizzazione sull’aspetto seriale o teatrale. Se più volte lo sceneggiatore, regista e produttore israeliano ha dichiarato l’influenza dell’opera in questione del maestro svedese sul proprio lavoro, ciò non basta per raccogliere la sfida e provare ad attualizzare la storia di una coppia costretta ad affrontare la crisi del proprio matrimonio, all’interno di un contesto storico e ambientale di grande trasformazione. Bergman, ai tempi, con diversi matrimoni falliti alle spalle e reduce dalla rottura della tormentata relazione con Liv Ullmann, immagina di raccontare questa dissoluzione in un arco temporale di dieci anni, procedendo ad uno scavo psicologico e intimo sempre più approfondito. 

IL RAPPORTO CON UNA DONNA ACCUDENTE E MATERNA 

Erland Josephson è Johan e Liv Ullmann è Marianne, una coppia borghese, dall’unione apparentemente idilliaca, ancora profondamente radicata in una suddivisione tradizionale dei ruoli, in cui la donna cerca in tutti i modi di compiacere l’uomo, con la gentilezza, l’accudimento, l’avvenenza e una malsana tensione alla perfezione, pur essendo forte e indipendente fuori dalle mura domestiche con la sua professione da avvocatessa divorzista. Il nucleo psicologico che sta dietro alla vicenda pone l’accento sul rapporto di dipendenza e repulsione provato dall’uomo nei confronti di una donna materna, a partire dal quale vengono poi delineati i problemi sessuali della coppia. Il matrimonio entra in crisi nel momento in cui Johan si innamora di Paula (di cui pure si stancherà in fretta). Da qui comincia quella discesa nell’inferno della separazione che non risparmia odi, accanimenti, confessioni brutali, aggressioni fisiche, tentativi di riavvicinamento e incontri clandestini dopo anni dal divorzio. Non essersi amati affatto o essersi amati in maniera imperfetta è il dubbio finale con cui ci si deve misurare di fronte a questa comune vicenda umana, analizzata così in dettaglio da alimentare il voyeurismo dello spettatore dell’epoca e non pochi divorzi dovuti al rispecchiamento.

Scenes from a Marriage
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UN ADATTAMENTO CON UN’INVERSIONE DEI RUOLI 

Nel nuovo adattamento Hagai Levi, pur rimanendo molto fedele all’originale, introduce alcune variazioni sostanziali. Prima di tutto inverte gli equilibri della coppia. Jessica Chastain è Mira, una donna manager nel campo tecnologico, disinvolta e ambiziosa, mentre Oscar Isaac è Jonathan, un professore di filosofia che è il fulcro casalingo della famiglia. In questa versione, più contemporanea, la figura che manifesta una maggiore propensione all’accudimento è l’uomo, mentre la donna, più condizionata dal proprio narcisismo, è l’ingranaggio che si spezza, che inizia a mettere in discussione la relazione, scegliendo di troncarla dopo essersi innamorata di un collega più giovane. La coppia, che nel primo episodio viene sottoposta sempre a un’intervista, questa volta parte di una ricerca di una studentessa sui nuovi equilibri familiari innescati dall’inversione dei ruoli, si presenta ancora una volta nella sua apparente solidità, salvo alcune laconiche confessioni di Mira, in assenza di Jonathan, che aprono una breccia sui non detti e le insoddisfazioni, anche sessuali, che li porteranno ad allontanarsi.

Scenes from a Marriage
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TRA MONOGAMIA E POLIGAMIA: NUOVE COPPIE E FORME DI AMORE 

Un altro elemento importante nella caratterizzazione del personaggio maschile è infatti il suo rapporto piuttosto inibito con la sessualità, dovuto al background culturale e religioso, essendo ebreo e in conflitto con l’ortodossia. Come spesso accade la frattura definitiva avviene in seguito ad un evento traumatico, che è un aborto, dopo una lunga discussione a letto, che ricalca quella dell’originale bergmaniano, sull’ipotesi di avere o meno un altro figlio. Tra le novità della prima puntata è il dialogo in compagnia di un’altra coppia, che nella vita ha scelto un tipo di relazione aperta ma non per questo priva dei più comuni problemi relativi allo stare insieme, cui si aggiungono quelli arrecati dalla difficile gestione della condivisione degli amori extra-coniugali, su monogamia e poligamia. Il contesto è radicalmente diverso, nonostante ciò le dinamiche sono piuttosto simili, per quanto Levi abbia esplicitato di essere più interessato ad indagare il peso e il prezzo del divorzio, rispetto a quello del matrimonio.

SFONDARE LA QUARTA PARETE 

Senza addentrarci troppo nei singoli episodi, che sono cinque, per una miniserie che ha tutte le carte in regola per stupire, appassionare ed emozionare e che, dopo la presentazione fuori concorso a Venezia 78, vedremo su Sky e NOW (trattandosi di un progetto HBO) a partire dal 20 settembre, possiamo anticipare un dettaglio che rafforza il concetto di “scena”, svelando e integrando il dispositivo sia teatrale bergmaniano sia dell’adattamento, come interferenza tra testi, che contribuisce, con il procedere della narrazione, a rendere sempre più liquidi i confini tra realtà e rappresentazione, tra vita degli attori e dei personaggi. Ogni episodio comincia con uno dei due attori che arriva sul set, passando dal backstage con tecnici, operatori e professionisti di ogni genere, e mentre entra nella parte ci lascia spiare (in teoria, perché invero si tratta di un dispositivo metacinematografico quindi di finzione) quella sottile linea di confine che separa il tempo oggettivo da quello sullo schermo. Tirando le somme di questo lavoro molto ambizioso, volendo fare un’osservazione specifica sulla storia (perché ovviamente la regia è molto diversa, non risente di quell’impostazione che Bergman mutua da Dreyer, teatrale ma anche orientata all’espressività del volto e all’utilizzo di primi e primissimi piani), forse l’inversione dei ruoli non basta a spiegare la complessità delle dinamiche psicologiche di una coppia dei nostri giorni. Da un punto di vista psicoanalitico però è difficile trovare nuovi riferimenti che, al di là dell’emancipazione che riguarda il piano sociale, possano problematizzare il rapporto della donna con un nuovo tipo di uomo, in cui si specchia quello con la figura paterna.

– Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.