Uno sguardo sulla Georgia. “And Then We Danced”, il film regista Levan Akin

Presentato al 34esimo Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture e applaudito alla Quinzaine des Réalisateurs della 72a edizione del Festival di Cannes, il film del regista svedese di origini georgiane Levan Akin affronta il tema dell’omosessualità

And then we danced
And then we danced

Natura e cultura. Quale relazione intrattengono e in che modo intervengono nel plasmare l’identità? Si tratta di domande la cui risposta non può che essere opaca perché il nostro sguardo sulla realtà è in costante trasformazione. Non solo perché abbiamo imparato a non dare più per scontati genere e amore, ma anche perché siamo sprofondati nel dubbio del “chi sono veramente”? A guidarci in questa coraggiosa esplorazione è l’insofferenza nei confronti di tutto ciò che dovrebbe essere scritto, compreso il modo di danzare, secondo una tradizione (ma poi esiste veramente la tradizione?) che vorrebbe rigidamente distinti i ruoli maschile e femminile, normate le pose e i movimenti, prefissati gli abiti e gli sguardi. In And Then We Danced, dell’autore svedese di origini georgiane Levan Akin, presentato al 34esimo Festival Mix Milano di Cinema Gaylesbico e Queer Culture, film simbolo della modernizzazione della Georgia, del suo bisogno di recidere i legami, ormai esclusivamente mentali, con l’Unione Sovietica trovando una propria voce, accolto con entusiasmo e applaudito alla Quinzaine des Réalisateurs della 72a edizione del Festival di Cannes e aspramente contestato dai più conservatori, danza e amore si incontrano all’insegna della liberazione tanto quanto del suo fallimento. L’impianto è melodrammatico, il film affronta il tema dell’amore impossibile all’interno di un coming-of-age, se non propriamente inaspettato, capace di restituire, in maniera meno patinata di Chiamami col tuo nome (2017) del nostro Luca Guadagnino, il conflitto tra desiderio e appartenenza sociale, invenzione creativa e incapacità di sottrarsi all’immagine dell’Uomo georgiano. 

UNA DANZA CHE ESPRIME LO SPIRITO DI UNA NAZIONE 

“Non c’è sensualità nella danza georgiana” ripete Aleko, maestro del Georgian National Ensemble, a Merab, ballerino dalla corporatura esile e dalle movenze flessuose; e continua: la danza georgiana è lo spirito della nostra nazione. […]. Devi sembrare un monumento”. Le forze contrarie al protagonista sono molte e tutte maschili (Merab infatti abita con la madre e con la nonna, ed è sostenuto dall’amica d’infanzia e quasi fidanzata Mary), a cominciare dal padre, allontanatosi dalla famiglia, che vive di espedienti lavorando al mercato, avendo rinunciato da tempo alla sua carriera di ballerino e che preferirebbe fosse il fratello, decisamente più virile, a dedicarsi a una danza energica, dove le modalità del corteggiamento e della battaglia richiamano le lontane origini medievali. L’arrivo inaspettato di Irakli, ballerino ribelle ma di grande talento e nuovo contendente per il posto in Prima Compagnia, costituisce per Merab un motivo di crisi e stimolo su più fronti. Competizione e pulsioni, aggressività e fascino sono la strada per l’ingresso in un mondo sensoriale sconosciuto, in cui l’amicizia si tinge di omoerotismo e l’odore, di una maglietta nello spogliatoio, di una mano che ha appena masturbato, scatenano il desiderio. Incontenibile, bruciante, disarmonico rispetto alle motivazioni che spingono i due amanti alla segretezza. Notturno è l’amore, ammiccanti sono gli sguardi alla luce del sole. Sfortunatamente il destino è implacabile, il destino è una scelta che pone la coppia e lo spettatore di fronte a una domanda: “Sei pronto ad affrontare le conseguenze di questa passione?”. 

UNA FELICITÀ IMPOSSIBILE TRA NEGAZIONE E SOLITUDINE 

Piomba il silenzio, Irakli scompare per riapparire solo (per caso o per manifesta sincerità?) al matrimonio del fratello di Merab. La sua scelta è la censura, la negazione del sentimento, la repressione del desiderio in nome di una vita apparentemente più serena, a fianco di una donna, da cui tornerà lasciando definitivamente Tbilisi. È con un piano sequenza di circa tre minuti che Akin ci lascia spiare nel mondo emotivo di Merab dopo l’abbandono. Nonostante sia di spalle percepiamo tutto lo sconforto, l’abbattimento, lo smarrimento di fronte a una condizione di solitudine che pare irreversibile, determinata dalla scelta di aver accettato “chi essere”. Dall’oggettiva alla soggettiva, la camera si muove tra le sale dove gli invitati danzano, bevono e la goliardia riempie l’atmosfera, per fermarsi solo di fronte al vuoto di una finestra. L’inquadratura è immobile, in profondità un uomo raggiunge un albero, sosta in silenzio e poco dopo viene raggiunto da una donna che lo abbraccia, piange, lo conforta, si consola lei stessa. Sono Merab e Mary, un altro amore impossibile, di cui lenire le ferite, da comprendere, celebrando, tra le lacrime, la nascita di una bella amicizia. 

FUGGIRE PER DIVENTARE PIENAMENTE SE STESSI

È attraverso una porta che sbatte con forza che Merab esce e rientra in scena emergendo dal buio. In camera lo raggiunge il fratello e il successivo scambio è indimenticabile. “Luka dice che sei frocio. Dovevo difendere il tuo onore. Quindi le ho prese per niente? Eh?”. “Forse sì”, risponde Merab e mentre si aspetta una punizione, un pugno a sua volta, il fratello, disteso sul letto al suo fianco, avvicina il volto, abbassa gli occhi e lo abbraccia rassicurandolo: “Sei sempre stato migliore di me Merab. Non importa quello che dice papà. Diventerò un grasso georgiano che lavora per il suocero, ma mi sta bene. Devi andartene dalla Georgia Merab. Qui non c’è futuro per te”. Un sogno partire, un monito che segue alla prova eccellente dell’audizione, dove il delicato fluttuare delle mani nell’aria rende iracondo il più vecchio dei due maestri, simboleggiando la scelta di non soccombere, la volontà di affermare la propria identità. Un futuro diverso e radioso ma anche una cicatrice profonda, data dalla consapevolezza di trovare la libertà nella fuga, la realizzazione piena di sé lontano da una terra che forse non lo accetterà mai. 

– Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.