La storia di Deborah Feldman in Unorthodox, miniserie per Netflix

Da Williamsburg a Berlino alla ricerca del proprio posto nel mondo. Dalla storia privata di Deborah Feldman a quella di Esty, protagonista della miniserie. La storia di una donna fuggita dalla propria comunità non per coraggio ma per disperazione. Dalla realtà alla finzione una serie capolavoro

Unorthodox
Unorthodox

Dalla disperazione alla libertà.Unorthodox è la storia di una ragazza ebrea nata e cresciuta nella comunità Satid Hasidic di Williamsburg (Brooklyn, New York), fondata negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. La ragazza ebrea protagonista nella miniserie targata Netflix prende il nome di Esty, mentre nella vita reale si tratta di Deborah Feldman. Ebbene sì, Unorthodox non è un racconto di finzione ma una storia tratta della vicenda personale di una giovane scrittrice americana oggi residente a Berlino. Deborah Feldman racconta in prima persona la sua storia nel memoir Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots pubblicato nel 2012. La storia di una millennial, classe 1986, cresciuta senza internet, senza una particolare istruzione, con un abbigliamento quasi di un’altra epoca, circondata da regole ferree e quasi primitive riguardanti la tradizione della sua comunità, in un contesto molto maschilista e patriarcale.

Deborah Feldman
Deborah Feldman

DA ESTY A DEBORAH 

Unorthodoxmostra la diciannovenne Esty (interpretata dall’attrice israeliana Shira Haas) in fuga da un matrimonio combinato e infelice, in cui anche il rapporto fisico è sofferto e frustrante. Esty con la complicità dell’insegnante di pianoforte riesce a scappare verso Berlino città dove la madre con cui non ha molti contatti. Nel frattempo suo marito Yanky (Amit Rahav) insieme al cugino Moishe (Jeff Wilbusch), incaricati dall’intransigente rabbino, sono sulle sue tracce per portarla indietro. Quella che potrebbe sembrare una “normale” storia di coraggio, fuga, ricerca della libertà si rivela qui come un grande dramma umano. Deborah Feldman, dalla cui vita e libro è tratta questa miniserie, è cresciuta credendo che lo sterminio degli ebrei da parte di Hitler altro non è che una punizione di Dio nei confronti degli ebrei che si sono assimilati agli europei. Per salvare la nazione ebraica, le è stato insegnato che gli ebrei devono vivere separati dalla società e rispettare le antiche regole e tradizioni ebraiche. In Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots Deborah Feldman documenta la sua educazione repressiva, il matrimonio combinato all’età di 17 anni e la decisione di prendere il figlio piccolissimo e lasciare la comunità per realizzare se stessa e per trovare il proprio posto nel mondo. Questo posto Deborah Feldman l’ha trovato lontano dall’America e dalla vita tradizionale degli Stati Uniti. La sua storia, come quella della protagonista della miniserie, è un crescendo di incontri tra diverse culture e idee, tra diversi usi e costumi tutti rivolti al sogno Europeo.

Unorthodox
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IN RELAZIONE CON GLI ALTRI E SE STESSA 

Il rapporto con gli altri e con se stessi diventa il nucleo fondamentale della miniserie Unorthodox, uno dei migliori prodotti cinematografici di Netflix degli ultimi tempi. Sì, perché di cinema si tratta. Dalla scrittura ai costumi, dai tempi vuoti alla direzione degli attori, tutto qui parla di cinema, di cinema fatto perfettamente e con grande sacralità e rispetto nei confronti della storia narrata. Unorthodox, diretta da Anna Wingere di Alexa Karolinski, ha per protagonista una donna ma non è una serie femminista. È una serie sulla libertà, sulle relazioni, sulle diversità. Una storia di evoluzione, di desiderio. Esty è una giovane inesperta, preparata solo alla vita all’interno alla comunità in cui è cresciuta e in cui ha un destino segnato. Un destino che non accetta e che non sente suo. E il cambiamento che Esty vive nel corso delle puntate è particolarmente fisico. Passa da perfetta figura anonima di una piccola comunità a donna forte della propria identità e provenienza pronta a mettersi in gioco sfidando l’ignoto. Nel momento in cui Esty, ormai a Berlino da qualche giorno, smette i vestiti tipici della sua comunità per indossare quelli moderni e comuni a tanti giovani della sua età, come un semplicissimo paio di jeans, si manifesta il massimo della consapevolezza di sé e del suo sogno futuro. Una scena impeccabile. Emozionante, straziante, profonda, che mette in gioco tutta una serie di emozioni e suggestioni che solo nel gran bel cinema si possono trovare. La storia di Esty ha alcune differenze con la realtà vissuta da Deborah Feldman, molto piccole e necessarie alla narrazione. Tra tutte: Esty si salva con la musica, la Feldman con la scrittura.

Unorthodox
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L’INTERVISTA

Di seguito un breve scambio di battute con Deborah Feldman.

In un’intervista che hai rilasciato un paio di anni fa hai detto “cerco di ottenere tutta la luce che posso”. Mi spieghi meglio?

Penso che quando cresci con una limitata fonte di gioia, trascorri il resto della tua vita cercando di compensare ciò, in un certo senso.

Nel 2006 hai lasciato tuo marito e la comunità dove sei cresciuta. Cosa ti ha dato la spinta e il coraggio?

Non è stato coraggio, più una forma di disperazione. La “motivazione” stessa era mio figlio, ma penso che le persone che se ne vanno hanno bisogno di sentirsi spinte al punto di rottura, che non hanno più nulla da perdere. 

Perché hai scelto di andare via dagli Stati Uniti?

In parte perché non mi sentivo a casa lì, non mi sentivo americana, e in parte perché volevo mettere, letteralmente, un oceano di distanza tra me e il mio passato. 

Ora vivi a Berlino. È vero che sei rimasta particolarmente colpita dalle librerie di questa città?

Dalle librerie, sì, ce ne sono moltissime qui, e anche molti caffè che si propongono come librerie. Sono rimasto colpita dalla cultura letteraria che si respira in questa città. 

Nella miniserie Esther è una ragazza che ha fede ma si sente fuori posto nella sua comunità. Ha però un legame molto forte con la nonna. Quanto ti somiglia il personaggio di Esther in questo?

In questo senso la serie è molto accurata, poiché mia nonna è stata la figura centrale della mia infanzia e la persona che ho amato di più. 

Esther trova la pace e il futuro nella musica. Lo stesso è per te con la scrittura?

Certamente, è così! 

Cosa rappresentano per te scrittrici come Jane Austen e Louisa May Alcot?

Sono donne che sono state in grado di osservare le società in cui vivevano con un occhio molto acuto e riflessivo, e hanno raccontato storie sulle donne, per le donne, in modo da condividere questa prospettiva con tutti i lettori influenzandoli non solo a breve ma a lungo termine.

Quale impatto speri abbia la tua storia a livello culturale e sulle donne?

Spero che la mia storia possa contribuire nel favorire la comprensione tra persone di culture diverse e ravvicinare i diversi estremi della società, cosa che ritengo molto adatta al nostro zeitgeist (dal tedesco, spirito del tempo).

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.