Cinema d’animazione. L’avventura al femminile di Rémy Chayé

Pellicola d’esordio del regista francese, Tout en haut du monde racconta al pubblico una storia che ribadisce la necessità di liberarsi dagli stereotipi ancora legati all’universo femminile.

Sasha Tchernetsov ha solo 12 anni quando l’adorato nonno Oloukine parte per una spedizione alla conquista del Polo Nord, meta sognata per tutta una vita. Lo saluta sbracciandosi dalla banchina del porto mentre lo vede allontanarsi e prendere il largo a bordo del Davaï, imbarcazione magnifica e imponente, considerata unanimemente inaffondabile.
Due anni più tardi – è il 1882 e di Olukine non si hanno più notizie – la vita della ragazza scorre serena a San Pietroburgo, in un grande palazzo sulle rive della Neva. I genitori, appartenenti a una ricca famiglia aristocratica, vorrebbero vederla sposa del principe Tomsky, nipote dello Zar, anche per legarsi, attraverso questa unione, alla famiglia reale. Il matrimonio però non rientra tra le ambizioni di Sasha, che del nonno ha ereditato lo spirito d’avventura e l’ostinazione. E pur di ritrovarlo, ovunque egli sia, è disposta a intraprendere un lungo e periglioso viaggio attraverso i ghiacci.
Uscito al cinema lo scorso maggio, e distribuito dalla PFA, sempre più attenta alla diffusione di titoli provenienti dal fertile panorama dell’animazione francese, Sasha e il Polo Nord (Tout en haut du monde nel titolo originale, Long Way North in quello internazionale) segna l’esordio del regista Rémy Chayé, già assistente alla regia e storyboarder dei cult The secret of Kells di Tomm Moore (candidato all’Oscar per l’animazione nel 2010) e Le tableau (La tela animata) di Jean-François Laguionie.

Rémy Chayé, Sasha e il Polo Nord (2015)

Rémy Chayé, Sasha e il Polo Nord (2015)

FORMAZIONE AL FEMMINILE

Ci sono almeno tre buone ragioni per farsi conquistare da questa prezioso racconto di formazione d’oltralpe, Premio del pubblico al Festival di animazione di Annecy nel 2015. La prima è di natura estetica: per quel suo aspetto minimale che punta dritto all’essenza, sacrificando la linea in favore del colore, colore che è tutto, è pieno, è luce, è forza; la seconda ragione è di tipo narrativo, perché se una storia è avvincente (come lo è questa) e i personaggi sono solidi e ben definiti, raramente fallisce; infine, da un punto di vista puramente pedagogico, perché coi tempi infelici che corrono è sempre meglio ribadire – schivando furori demagogici ma comunque fuor di metafora – che le ragazze non si realizzano per forza nel matrimonio e, anziché sospirare per l’arrivo di un principe qualsiasi, possono benissimo sognare, cercare e trovare altrove la felicità. Nell’avventura, nell’esplorazione del mondo, ovunque desiderino lasciarsi portare dalle proprie inclinazioni. E a parità di coraggio e determinazione, Sasha, contrariamente a La Principessa Zaffiro o a Lady Oscar, non è neppure costretta a indossare abiti maschili per vincere la diffidenza di chi, per classe o per genere, ne mette inizialmente in discussione le abilità.
Particolarmente indovinate anche le intrusioni musicali di Jonathan Morali che, tra coerenza filologica con la tradizione musicale russa e inaspettati echi di modernità new wave, contribuiscono a rendere quella di Sasha una storia senza tempo.

Beatrice Fiorentino

Francia/Danimarca, 2015 | 81’ | regia: Rémy Chayé

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #37

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Beatrice Fiorentino

Beatrice Fiorentino

Giornalista freelance e critico cinematografico, scrive per la pagina di Cultura e Spettacoli del quotidiano Il Piccolo e per diverse testate online. Dal 2008 collabora con l'Università del Litorale di Capodistria, dove insegna Linguaggio cinematografico e audiovisivo. Dal 2015 cura…

Scopri di più