Biennale Cinema 2017, tra biopic, distopie e gli USA di Trump: 4 film dalla giornata di apertura

Parte il “diario” di Artribune dalla Laguna di Venezia che racconta giorno per giorno la 74 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Le passerelle non sono ancora cominciate, ma il programma inaugura senza indugi. Con una selezione che concilia ricerca autoriale e successo di pubblico.

La giuria della Biennale Cinema 2017. ph. Irene Fanizza
La giuria della Biennale Cinema 2017. ph. Irene Fanizza

I leoni di resina con patina bronzea sono ancora avvolti nel cellophane quando le prime file di cinefili mattinieri si iniziano a comporre dinanzi alle sale della cittadella del cinema, nel primo giorno della 74 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
I lavori di allestimento proseguono frenetici in vista della cerimonia inaugurale prevista per la sera, nel frattempo però i film si susseguono senza aspettare il red carpet.  La selezione operata dal critico cinematografico, il direttore Alberto Barbera conferma la volontà di conciliare ricerca autoriale e titoli che possano circolare ben oltre il Lido: da un po’ di anni, infatti, i film provenienti dagli USA passano dalla Laguna agli States, trionfando agli Oscar.  Ogni edizione ha inoltre aggiunto elementi architettonici che attestano l’intenzione di far crescere il nucleo iniziale degli spazi adibiti alla Mostra (partiti dall’Hotel Excelsior) sino a farlo diventare una cittadella del cinema, con tanto di giardini, zone lounge, ristoro e persino piazze, panchine e una fontana (inaugurata quest’anno davanti il casinò). Ma Venezia non è solo passerelle, red carpet e lustrini. Quest’anno aleggia sulla kermesse l’ombra della storia ed è sentito più che mai il tema sicurezza; i controlli sono molto accurati, ma senza contaminare l’entusiasmo che si respira alla vigilia di ogni edizione.

Mariagrazia Pontorno

www.labiennale.org

1. SALA DARSENA, DOWNSIZING DI ALEXANDER PAYNE – IN CONCORSO

Downsizing di Alexander Payne

Esiste un modo per conciliare capitalismo selvaggio, edonismo sfrenato e rispetto del pianeta, addirittura salvandolo da sovrappopolazione e catastrofi climatiche? Sembrerebbe di sì, una scoperta scientifica partita da sperduti laboratori norvegesi sarebbe la soluzione per i mali dell’umanità. Nessuno spoiler, il contenuto è nel titolo: Downsizing. Rimpicciolire cioè gli esseri umani -poco più di 10 cm di altezza- in modo da ottimizzare le risorse e garantire spazi, consumi e ricchezze, rendendo così alla portata dell’everyman -nel film interpetato da Matt Damon– case di lusso, frigoriferi intasati di leccornie e persino parure di diamanti (no blood). Ma si può davvero ridurre un problema che ha le sue radici nella coscienza umana a una questione di misure? La pellicola di Alexander Payne ambisce a toccare i temi più scottanti dell’attuale agenda mondiale ottenendo però esiti deboli, per via di un approccio confuso (c’è materiale per diversi film) e visivamente poco incisivo. Non bastano gli effetti speciali (poco curati e prevedibili) e alcuni attori travestiti da scienziati per fare un film di fantascienza, soprattutto quando l’idea portante è già stata frequentata da classici dell’intrattenimento, col rischio di fare un film diverso da quello immaginato, un po’ come l’ A.I. di Spielberg che si rivelò una rivisitazione di Pinocchio. Il cinema, come il pianeta, necessita più che mai di cuore e anima, requisiti che paiono mancare al film scelto per inaugurare Venezia74.

2. SALA DARSENA, NICO DI SUSANNA NICCHIARELLI – ORIZZONTI

Nico. 1988, TrineDyrholm

Nico la ricordiamo tutti come la musa di Andy Wharol e la Femme Fatale dei Velvet Underground, androgina e divina. Per questo si stenta a riconoscerla nei panni di una donna sovrappeso e sgraziata, in tour per l’Europa con una band di semi-dilettanti alla vigilia della caduta del muro di Berlino. La pellicola, della quale Artribune ha già parlato ampiamente, è un biopic intarsiato di filmati vintage che ricostruisce gli ultimi tre anni di vita dell’artista, con momenti toccanti e altri che invece rischiano il cliché del maledettismo. Una brava Trine Dyrholm presta a Nico il corpo ma pure la voce, interpretandone la produzione solista nonostante la recitazione a tratti sopra le righe. Forse i miti andrebbero lasciati nell’Olimpo della giovinezza e del silenzio, senza violare gli spazi sacri della loro immagine. Del resto il lato umano è lo specchio delle imperfezioni che si rifuggono quando li si invoca, e sapere che Nico accompagnava gli spaghetti col limoncello, parlava col cibo in bocca e non era una buona madre serve solo a sgretolare il sogno e poco aggiunge alla conoscenza del suo percorso artistico. Un film comunque coraggioso per lo sguardo sincero con cui la regista si è approcciata al dramma di una donna sola, prima prova internazionale della Nicchiarelli.

3. SALA PERLA, SAVI GABIZON, LONGING – GIORNATE DEGLI AUTORI

Longing, Savi Gabizon

Il film di Gabizon è un respiro profondo di vero cinema. Semplice, ma potente che tiene incollati allo schermo per tutti i suoi 103 minuti, supportato da una recitazione di rara naturalezza e da una trama avvincente e originale, dai toni comici e drammatici. Di più non si può dire perché il rischio spoiler è alto, ma basti sapere che Longing è una pellicola che parla di morte per celebrare la vita, stravolgendone i più classici rituali.

4. SALA DARSENA, FIRST REFORMED, PAUL SCHRADER – IN CONCORSO

First reformed di Paul Schrader

Non deve essere un caso se entrambi i film in concorso della prima giornata di Venezia 74 hanno come sfondo temi che l’America di Donald Trump ha scelto per il momento di trascurare, quali il riscaldamento globale e tutela dell’ambiente. Se nel film della mattina i toni erano ironici e leggeri, in quello di fine giornata si sono fatti cupi sostenuti da una fotografia umbratile e contrastata. Ethan Hawke è un pastore depresso, Amanda Seyfried la moglie incinta di un ambientalista, anche lui depresso. Il contrasto tra vita attiva e contemplativa con annessi tormenti è il nucleo intorno al quale la  vicenda si dipana, con suicidi più o meno riusciti, rimestaggi sentimentali e un finale quasi esplosivo, che bilancia con coerenza penitenze al cilicio e giubbetti al tritolo.

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