Jeeg Robot e i David di Donatello

Quest’anno un’opera prima è candidata a 16 David di Donatello. Un cinema che si rinnova e che stupisce, nei suoi aspetti visivi, produttivi e sociali. Ecco perché “Lo chiamavano Jeeg Robot” è già un cult.

Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot - photo Emanuela Scarpa
Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot - photo Emanuela Scarpa

UN FILM VIRALE
La sceneggiatura di Lo chiamavano Jeeg Robot è del 2010, ma nel tempo è stata tagliata o aggiornata per non risultare obsoleta. In una delle prime stesure, lo Zingaro (Luca Marinelli) faceva irruzione a Uomini e Donne, dava un pugno in bocca a Maria De Filippi, e fuggiva con il trono. La scena non esiste più, ma rimane l’ossessione della visibilità che rende questo personaggio così contemporaneo. La stessa audience tv è ormai strettamente legata alle visualizzazioni YouTube, e persino il potere criminale deve fare i conti con la viralità per posizionarsi nei palinsesti della paura collettiva. Luca Marinelli è riuscito ad arricchire il suo personaggio di sfumature talmente raffinate da modificarne pure il peso narrativo, fino ad elevarlo a co-protagonista.
Le clip della dedica di Un’emozione da poco alla camorrista Nunzia (Antonia Truppo, candidata come miglior attrice non-protagonista) e la fuga in macchina sulle note di Non sono una signora sono già un cult sul web. E la citazione di Anna Oxa e Loredana Berté rimanda alla volontà di situarsi nell’immaginario pop degli Anni Ottanta, periodo in cui in Italia è arrivato l’anime Jeeg Robot d’acciaio, che coincide poi con quelli dell’adolescenza del regista, classe 1976.

Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot - photo Emanuela Scarpa
Claudio Santamaria in Lo chiamavano Jeeg Robot – photo Emanuela Scarpa

UN SUPEREROE ROMANO
Marinelli è in lizza ai David sia come miglior attore non protagonista, proprio per il ruolo dello Zingaro, sia come miglior attore protagonista di Non essere cattivo, in una parte per certi versi simile. Ma c’è un altro elemento che accomuna il film di Mainetti a quello di Caligari, e che da qualche tempo fa capolino nella narrazione di Roma. Al di là del facile riferimento a Pasolini, che pare detenga il brevetto della periferia, sarebbe forse più utile osservare che il cinema ha troppo spesso ignorato gli ultimi decenni di storia e speculazione edilizia della Capitale. Tanto da rappresentare la quotidianità della classe media in appartamenti di ampia metratura in pieno centro, divenuti una scenografia posticcia, e facendo tentennare il principio di sospensione dell’incredulità. Che invece, nel caso di Lo chiamavano Jeeg Robot, resiste, nonostante si tratti di una storia di fantascienza.
Le vicende sono infatti ambientate a Tor Bella Monaca, e Claudio Santamaria (candidato come miglior attore protagonista) è bravissimo a restituire la fragilità del personaggio di Enzo Ceccotti, piccolo criminale, emarginato e misantropo, fisicamente corazzato (per il ruolo l’attore è ingrassato di 20 kg). Un supereroe romano, che veglia la città dal Colosseo di epoca classica, e sventa attentati combattendo nella curva sud di quello contemporaneo. Anche qui una modifica di copione, Menotti – sì, il fumettista, co-autore della sceneggiatura insieme a Nicola Guaglianone (candidati anche loro ai David) – da tifoso laziale, aveva infatti ambientato la scena madre in curva nord.

ITALIA VS AMERICA
Con Enzo Ceccotti l’Italia ha finalmente il suo supereroe, al netto di autarchie grottesche o esterofilie inverosimili. E ancora una volta questo dipende dalla biografia di Gabriele Mainetti – il cui nome figura peraltro nelle cinquine di miglior regista esordiente, produttore e musicista – cresciuto in parte negli States, la cui famiglia conosce bene le architetture da cui si affacciano i supereroi: Sorgente Group detiene, attraverso il Fondo Michelangelo, la maggioranza della proprietà del Chrysler Building e del Flatiron Building di NYC.
E a proposito di supereroi americani, è nei cinema proprio in questi giorni Batman vs Superman, una lotta che denuncia la crisi di identità del concetto di bene, se a farsi la guerra sono i titani che ne portano da decenni il vessillo.
Per questo, in un momento storico in cui i confini di bene e male sono mobili, come tutto il resto, il lavoro di sceneggiatura sui personaggi risulta fondamentale, e nel caso di Jeeg l’apporto di Menotti e Guaglianone ha reso Enzo Ceccotti un supereroe credibile: dall’acquisizione dei super poteri, tuffandosi nell’ex biondo Tevere (forse la presenza di fustini radioattivi come causa è addirittura superflua), alla prima azione da supereroe, che non è salvare qualcuno bensì sradicare un bancomat e rapinare un portavalori, sino alla consacrazione a mito,  sancita dal proliferare di opere di street art che ne illustrano le gesta (la felpa di Ceccotti è un chiaro riferimento a Banksy) e like sui social. Fenomeno, questo, che ha avuto un risvolto reale, viste le manifestazioni spontanee di amatori e illustratori professionisti, che ogni giorno postano sulla pagina FB del film nuove proposte di locandine e vignette in cui Enzo Ceccotti è impegnato a salvare, se non il mondo, almeno Roma.

Ilenia Pastorelli in Lo chiamavano Jeeg Robot - photo Emanuela Scarpa
Ilenia Pastorelli in Lo chiamavano Jeeg Robot – photo Emanuela Scarpa

UNO SGUARDO FEMMINILE
Ma, come in tutte le storie rispettabili di supereroi, è una donna a instradare il protagonista nel suo processo di riconoscimento di uomo prima, e di supereroe con responsabilità sociali in un secondo momento. Enzo Ceccotti infatti si nutre di budini e la sua conoscenza dell’universo femminile è limitata alla fruizione di materiale porno.
Il personaggio di Alessia si ispira direttamente all’attrice che la interpreta, Ilenia Pastorelli (in cinquina come miglior attrice protagonista), forte accento romano, nessuna pregressa esperienza di recitazione e una partecipazione al Grande Fratello (non nel film). È lei, a sua volta emarginata e prigioniera di una psicosi popolata proprio dai personaggi di Go Nagai, a investire Enzo Ceccotti dell’identità di Hiroshi Shiba, e a intravederne le potenzialità di Jeeg, spronandolo ai suoi doveri di supereroe. Con Alessia il film si tinge di rosa, e non soltanto metaforicamente: il suo vestito da principessa, la scena del luna park e del tram colorano la fotografia di Michele d’Attanasio (candidato come miglior autore della fotografia), con una resa fumettistica che completa visivamente l’impianto scenico, firmato da Massimiliano Sturiale (candidato come miglior scenografo).
Ed è infine lo sguardo di Alessia, paradossalmente aderente al reale perché folle, la chiave interpretativa del mondo impazzito di Lo chiamavano Jeeg Robot, in cui attentati terroristici e violenza lasciano presagire al giorno delle tenebre. Non troppo distante dal nostro, che in più però può vantare proprio Anna Oxa e Loredana Berté come giudici di un talent di Maria de Filippi.

Mariagrazia Pontorno

www.lochiamavanojeegrobot.it

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