La straordinaria storia dell’artista Lorenzo Reina. Aveva creato il Teatro Andromeda 

È morto il 27 dicembre 2025. È stato uno scultore prolifico e di straordinario talento poetico: campo in cui ha giocato gran parte della sua vita di artista, manipolando oltre la materia anche i concetti

È morto il 27 dicembre, nella Fattoria dell’arte, sui monti dell’entroterra agrigentino, lo scultore Lorenzo Reina (Santo Stefano Quisquina, 1960 – 2025). Aveva 65 anni e la morte lo ha colto sospendendo il gesto della sua instancabile ed energica azione creativa. Chi lo ha conosciuto avrebbe trovato calzante quel ritratto ideale di chi fa scultura tracciato da Jacopo Pontormo nell’inchiesta sulle arti di Benedetto Varchi, nel 1547: “Ecci ancora e’ varii modi di fare, come di marmo, di bronzo e tante varie sorte di pietra, di stucho, di legno, di terra e molte altre cose, che in tutte bisogna gran praticha oltre alla fatica della persona che non è piccola; ma questa tiene l’uomo più sano e fagli megliore complessione”.  E la “complessione” di Lorenzo Reina era a dir poco possente, piena di energia: lontano il pensiero che un uomo così forte potesse andarsene così presto. 

Ecco chi era Lorenzo Reina 

Oggi, dire di Lorenzo Reina “se n’è andato” è alquanto impreciso sul piano astrale: perché la sua traccia fisica terrestre è così marcata e ben strutturata sul territorio che non è possibile (neanche volendo) parlare di “scomparsa”.  Io parlo invece di “persistenza”. 

Questa persistenza di Lorenzo non è solo nella sua massima espressione monumentale: il Teatro Andromeda, la più nota e celebrata rappresentazione -appunto- “spettacolare” del suo genio, il locus dove sembrano materializzarsi i versi di una canzone di Paolo Conte: insieme sognavamo come sarebbe stato se il Poeta astigiano fosse venuto a cantarcela proprio qui? La magia che avrebbe generato, dalla scena circolare del Teatro Andromeda, il risuonare di «Dorme un Teatro, scolpito al centro di un’agricola contrada, tanto qui nessuno si dispera…”  

L’arte e il teatro secondo Lorenzo Reina 

Quel teatro che, in vent’anni di versatile attività di musica, poesia e letteratura ha illuminato, dall’alto dei suoi mille metri, l’ombroso entroterra agrigentino, proiettandolo nel mondo, essendo stato anche set pubblicitario di importanti marchi (tra cui: Amaro Averna, 2020; Louis Vuitton, 2023). Così come il complesso rurale della Fattoria dell’arte fin dalla sua apertura nei primi Anni Duemila è stato centro di attrazione e produzione d’arte contemporanea: una mensa dell’arte sui monti, dove gli artisti invitati (con i loro progetti) hanno trovato per anni attenta e affabile accoglienza, fertilizzando un territorio altrimenti condannato all’inconsistenza culturale.  

Il film di Davide Gambino 

Un più eloquente racconto di questa sua vita nell’arte e nella natura è magnificamente rappresentato nel film pluripremiato “Pietra Pesante”, del regista Davide Gambino (2013): ovvero, come nasce e si sviluppa la vita di un giovane scultore siciliano imprigionata nel corpo di un pastore bambino, nelle alture dei monti Sicani;  e come questa metamorfosi necessita di un gesto di ribellione che si compie nella visione di un teatro che salvi il pastore e l’artista in un’unica arcana soluzione, messa in atto, giorno dopo giorno, per anni, come il tumulo ossessivo di Incontri ravvicinati del terzo tipo: per comunicare Oltre.  

Da quel Teatro di pietre, partito dall’archetipo pastorale della pàra (recinto del gregge), l’artista è pervenuto con le sue modificazioni graduali ad una dimensione mitologica e post-archeologica, tanto da essere riprodotto e assunto persino in una graphic novel di Dylan Dog [n.28 dic./gen. 2025], oltre ad aver trovato già degna accoglienza alla XVI Biennale di Venezia-Architettura del 2018.  

Il Teatro delle Pietre di Lorenzo Reina 

Ma l’eclatanza mediatica del teatro non può adombrare che Reina è stato uno scultore prolifico e di straordinario talento poetico: campo in cui ha giocato gran parte della sua vita di artista, manipolando oltre la materia (legno, pietra, piombo, bronzo, acqua, pigmenti minerali), i concetti filosofici di “mutamento” e di “ritorno all’origine”. 

Il mito di Prometeo (il dio che ama l’umanità tanto da donarle il fuoco rubato agli dei) è ripreso più volte nelle prime sculture di Lorenzo, ancora pastore-bambino del gregge paterno, realizzate cavando frammenti di alabastro dai luoghi del pascolo, intagliando la pietra con strumenti di fortuna.  

Da quelle origini dal sapore arcaico tra la fine degli anni Settanta  e i  primi anni Ottanta, si sviluppa la prensile intelligenza del giovane e si attrezza di un bagaglio di studio autodidatta che gli fa assorbire l’energia dei grandi maestri della scultura moderna e contemporanea (da Brâncuși -il più amato- a Giacometti, da César a Manzoni, e nel tempo, Fabro, Paolini, Penone…), un’appassionata erudizione dell’arte contemporanea e uno studio “matto e disperatissimo”, che grazie alla sua forza fisica straordinaria, genera l’unicità di Lorenzo Reina, sviluppando quel suo gruppo di opere dei primi anni Novanta in cui il vuoto si fa pieno, come l’incavo addominale di una pecora, che lo scultore ha svuotato, scarificato e calcato di gesso dall’interno, tramutandolo in bozzolo.  Oppure nei cavi della propria bocca che da vuoti si traducono in pieni, fusi in bronzo: corpus eucaristico di una religione ancora tutta da scrivere. 

La scultura di Lorenzo Reina 

Sovente, nella sua scultura, agisce l’eterno dualismo positivo/negativo, in una alchimia di accostamenti e innesti arditi: l’inserimento di una sequenza di vertebre animali nella sezione di un tronco d’olmo (“Omphalos”, 1992); o in “Germinale” (1991), dove il processo di crescita di una teoria caotica di semi di grano viene bloccato e fermato in uno schermo di materia vitrea, sempre con risultati di grande finitezza tecnico-formale.  Ma anche il concetto del ritorno all’origine (terrestre, biologica o animistica) è insistito e variabile in creazioni dal misterioso congegno: in “Respiro” (2021), il calco del suo volto fuso in bronzo galleggia, grazie ad un rivestimento somatico di cera, in un cubo di tufo colmo d’acqua, in un patafisico tentativo di rinascita e autorigenerazione. 

Lo è anche nell’opera installativa in cui il corpo dello scultore, uscito da una maschera integrale di caucciù, rilascia la vecchia pelle, richiamando la muta di un serpente o lo scuoiato San Bartolomeo michelangiolesco della Sistina. Qui sembra dirci che l’artista è già (-sempre-) altrove

Teatro Andromeda
Teatro Andromeda

Le opere di Lorenzo Reina 

Queste e tante altre opere esemplari oggi sono custodite nella torre ottagona di questo suo articolato museo all’aperto che è meta continua di migliaia di visitatori provenienti da ogni parte del mondo, grazie alle cure attente dei magnifici figli, Libero e Christian, sotto l’occhio amorevole e materno di Angela. 

Recentemente Lorenzo aveva aggiunto al suo museo all’aperto il frutto dell’ultima straordinaria e profetica creazione: “La Madre”, un pregevole incastro architettonico di tufo ove, attraversando uno stretto cunicolo, siamo ri-condotti sulla via del ritorno: nelle pareti uterine dello Spirito primigenio.  Lì ascoltiamo il sempiterno battere di una goccia che scava la roccia, feto millenario, che abita quell’alveo nella penombra. 

In questa sua ultima opera, Lorenzo Reina sigilla il percorso del suo genio. 

Da quell’opera ci porge le tracce ideali della sua nuova vita oltre la vita. 

In quell’opera ritroviamo il mistero dell’ultimo viaggio notturno di quel pastore errante dei monti sicani. 

Alfonso Leto 

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