Pregi e difetti della grande mostra sulla tragicomicità dell’arte italiana a Roma
Alcune riflessioni sulla nuova mostra al MAXXI di Roma, che fortuitamente presenta quasi gli stessi artisti di mostra non troppo dissimile al Mambo di Bologna, realizzata appena un anno fa. Sarà che l’arte italiana fa così tanto ridere?
“Tragicomico: cosa, avvenimento, situazione, che ha insieme aspetti comici e drammatici”. Secondo la Treccani questa è la definizione della parola che ha ispirato Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal Secondo Novecento ad oggi, la mostra collettiva appena aperta al MAXXI, che propone “un racconto inedito della storia dell’arte italiana contemporanea in Italia, letta attraverso la lente del tragicomico”. Le cifre sono da capogiro: oltre 300 opere di 130 artisti, selezionate dai curatori Andrea Bellini e Francesco Stocchi, affiancate da un programma di approfondimento esteso a letteratura, filosofia, cinema, teatro e architettura. Un progetto ampio ed ambizioso, che dovrebbe costruire “una mappatura alternativa dell’arte italiana, che possa mettere in luce voci, linguaggi e orientamenti spesso rimasti ai margini del sistema dell’arte”, secondo le intenzioni di Bellini. Purtroppo, non è proprio così, e cerchiamo di spiegare il perché.
Il MAXXI e l’arte italiana
A differenza di altri musei come Rivoli, Pecci e Mambo, nei suoi 26 anni di attività (di cui 16 nell’edificio di Zaha Hadid) il MAXXI non si è distinto per una particolare attenzione verso l’arte visiva italiana, a differenza di quanto avvenuto sia per architettura e fotografia, con risultati eccellenti. Solo nei primi 10 anni di attività, grazie alla cura di Paolo Colombo, il primo nucleo temporaneo del museo ha ospitato collettive come Migrazioni e multiculturalità (2001) o Apocalittici e integrati (2007), oltre che monografiche e bipersonali di artisti come Clemente, Marisaldi, Manzelli, Cucchi, Pistoletto. Una volta costruito il MAXXI, l’indagine sugli emergenti è stata limitata al premio MAXXI, e a poche personali di artisti già affermati come Spalletti, Toderi, Favaretto, Favelli, Nannucci, Gilardi, Pivi, Kounellis. Ma non basta: a differenza di molti musei internazionali, il MAXXI non ha una project room, che aiuterebbe molto i migliori artisti emergenti italiani con una mostra istituzionale. Da questo punto di vista quindi la mostra Tragicomica colma una sorprendente lacuna del museo.

Premesse teoriche
Nel puntuale e documentato saggio pubblicato nel corposo catalogo della mostra, (edito da Marsilio) Andrea Bellini indica come riferimento principale per la genesi della rassegna il libro di Giorgio Agamben Categorie italiane. Studi di poetica (1996), che aveva già ispirato Vice Versa, il Padiglione italiano alla Biennale del 2013. Agamben identifica come tratto distintivo della cultura italiana “la sua essenziale pertinenza alla sfera comica e il suo conseguente rifiuto della tragedia”. Su questa affermazione è stata costruita una mostra che “per quanto ambiziosa e per certi versi imponente, non aspira a essere esaustiva” secondo Bellini. Dando per vero questo assunto, “buona parte degli artisti italiani potrebbero – in qualche misura – far parte di questo progetto”. Ma Bellini restringe il campo. “Dovendo tuttavia necessariamente operare delle scelte, abbiamo voluto concentrarci su coloro che fanno di questo particolare stato d’animo il centro della loro poetica e del loro modo di vedere il mondo”. Una annotazione precisa da parte di chi aveva evidenziato il tema per primo nell’ articolo Thrills and Laughters. Paura di ridere?,pubblicato su Flash Art nel 2003. La visione di Stocchi invece è diversa. “Tragicomica può essere così percepita come un montaggio, un’antistoria dell’arte italiana costruita su risonanze,incongruenze, artisti noti e protagonisti ritrovati” scrive in catalogo. Due punti di vista non del tutto coincidenti: il primo più rigoroso, il secondo più aperto, che include nella narrazione categorie come antitragico, antieroico, frammentario, resiliente, antiretorico. Stocchi vede nel tragicomico “una possibilità di lettura che riconosce nella tensione tra riso e dolore, tra distanza e coinvolgimento, non una contraddizione da risolvere, ma una condizione da abitare”.

Tragicomica al Maxxi. Una mostra strabica
Dai saggi alle mostre non c’è sempre corrispondenza. Soprattutto quando davanti ad alcune opere esposte è difficile capire la loro aderenza al tema dichiarato dal titolo, e non si ha la possibilità di leggere le interpretazioni dei curatori di Tragicomica, spesso profonde e sorprendenti ma pubblicate solo nel catalogo. Le cose si complicano ulteriormente quando le intenzioni dei curatori sono diverse, e non sempre coincidenti. Ci si chiede se artisti come Pier Paolo Calzolari, Gianni Colombo, Pietro Consagra o Monica Bonvicini possano essere annoverati tra i “tragicomici”, secondo la definizione sottolineata da Bellini. A questo proposito stupisce non poco l’assenza di Lara Favaretto, Vettor Pisani, Luigi Ontani, Bruna Esposito o Gabriele Picco, esemplificativi di un atteggiamento tragicomico secondo Bellini. Difficile identificarlo in Giovanni Anselmo, Mario Merz o Domenico Gnoli – per fare qualche esempio – che sembrano rientrare più nella definizione di Stocchi. Molte opere selezionate appaiono pertinenti per Bellini, e altre per Stocchi. Una mostra strabica? Tragicomica appare come risultato di una convivenza forzata tra due visioni non univoche, che si è artatamente voluto far coincidere. Ognuno ha scelto le opere coincidenti con la propria scrittura curatoriale, e le due visioni insieme hanno determinato una situazione ipertrofica e poco coerente. Ma non tutto il male viene per nuocere: questo caotico strabismo ha avuto il merito di riscoprire figure dimenticate come Nori de Nobili, Guglielmo Achille Cavellini, Clemens Parrocchetti e molti altri. E non è poco.

Opere e allestimento
Davvero lodevole il reperimento delle opere, selezionate non in quanto rappresentative del pensiero degli artisti ma per la loro aderenza al soggetto, come se la mostra fosse stata immaginata come un album di figurine. Questo può giustificare le presenze di Sarenco, Luigi Serafini, Elisabetta Gut o Aronne Pleuteri, figure non così rilevanti all’interno di “una mappatura alternativa dell’arte italiana” scrive Bellini “che possa mettere in luce voci, linguaggi e orientamenti spesso rimasti ai margini del sistema dell’arte”? Senza dubbio la complessa configurazione spaziale delle gallerie del MAXXI ha condizionato non poco l’allestimento, che in più momenti ricorda i Salons dell’Ottocento, con accostamenti di opere troppo vicine tra loro. Anche a causa dell’affollamento sulle pareti spiccano invece le interessanti installazioni di Monica Bonvicini, Chiara Fumai, Elena Bellantoni, Lorenzo Scotto di Lutio, Jacopo Belloni, Gilberto Zorio, Giuseppe Penone, Gianni Colombo e Maurizio Cattelan. La sua Nona Ora (1999), concepita per una sala personale alla Royal Academy di Londra, viene riproposta qui su una terrazza protetta da una balaustra trasparente, che ne offre una visione sorprendente. In questo mare magnum, al visitatore del museo viene offerto come orientamento un unico pannello e una piantina numerata con i nomi degli artisti, senza però i titoli delle opere. Sono le uniche bussole per orientarsi nel tortuoso labirinto del tragicomico, dove alcune opere sono collocate in posizioni tali da passarefacilmente inosservate, come le sculture di Gianni Politi. Forse il MAXXI dovrebbe preoccuparsi di fornire al pubblico supporti didattici più chiari ed approfonditi, per evitare l’effetto luna park.

Un precedente… ironico
Nel 2025 il Mambo ha proposto una mostra collettiva piuttosto simile a Tragicomica. Si tratta di Facile ironia. L’ironia nell’arte italiana tra XX e XXI Secolo, curata da Lorenzo Balbi e Caterina Molteni, con 100 opere eseguite da 70 artisti, dei quali l’80% presenti anche al MAXXI. Nel museo bolognese il percorso era suddiviso in sette sezioni tematiche, che aiutavano il visitatore comune a comprendere, sia spazialmente che concettualmente, l’accostamento delle opere tra loro. Al MAXXI invece l’accostamento tra maestri come Pascali, Cucchi, Schifano, Boetti, Pistoletto e Penone con figure rilevanti come Paola Pivi, Roberto Cuoghi, Piero Golia o Francesco Vezzoli risulta incomprensibile se non viene spiegato in alcun modo al grande pubblico.
Gli italiani nei musei devono far ridere?
Una coincidenza sia temporale che tematica, scaturita in entrambi in casi da un anniversario: i cinquant’anni dalla fondazione della Galleria d’Arte Moderna di Bologna e i sedici anni del MAXXI nella sede attuale. Forse i musei si occupano dell’arte italiana contemporanea solo per sottolinearne gli aspetti ironici e circensi? Non vogliamo davvero pensare che nelle nostre istituzioni museali, finanziate con denaro pubblico, i nostri artisti emergenti vengano presentati in massa solo quando fanno ridere? Se fosse così, potrebbe sembrare che i primi a non prenderli sul serio siamo noi italiani: giocoforza è difficile immaginare che possano farlo le istituzioni di altri Paesi, che li ignorano del tutto. Alla Biennale di Venezia, tra i 111 artisti invitati alla mostra internazionale In minor keys (19 meno della mostra al MAXXI) non figura neppure un italiano, così come tra i 100 artisti invitati a Manifesta. Forse è il momento di farci qualche domanda, prima che sia troppo tardi, e gli artisti italiani diventino una specie in via di estinzione, come i panda.
Ludovico Pratesi
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