Provincia Cosmica. Virginia Zanetti e l’arte come pratica relazionale tra casa, territorio e comunità 

“Provincia Cosmica”, la rubrica di Artribune dedicata agli artisti che vivono ai “margini” del sistema, si sposta a Scandicci. È qui che vive Virginia Zanetti. L’abbiamo intervistata e ascoltato le sue riflessioni su territorio e comunità

La noia e la solitudine della periferia sono “luoghi fertili” nella pratica di Virginia Zanetti (Fiesole, 1981), artista interdisciplinare che concentra la sua ricerca sul tema autobiografico e sul concetto di superamento del limite individuale. Il tema della casa è centrale nella sua produzione, così come quello del territorio e della marginalità. 

Installation view, Virginia Zanetti. La danza del sale, BUILDING TERZO PIANO, Milano. Photo Michele Alberto Sereni
Installation view, Virginia Zanetti. La danza del sale, BUILDING TERZO PIANO, Milano. Photo Michele Alberto Sereni

Intervista a Virginia Zanetti 

Sei nata a Fiesole e cresciuta tra Scandicci e Prato. Cosa ti ha spinto in giovane età a lasciare questi luoghi? Cosa cercavi lontano da casa? 
Fin da piccola alternavo i tempi lenti e gli spazi vuoti della periferia o della campagna ai viaggi. Il primo vero distacco autonomo da casa coincide con il mio ingresso, a diciannove anni, all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Già dall’adolescenza frequentavo la rete studentesca e il centro, un ambiente eterogeneo e politicamente attivo che mi ha portata a co-fondare il gruppo Homme, impegnato nella libera circolazione dei saperi, nella promozione della creatività in una città sempre più vetrina, e nella rivendicazione del diritto abitativo per studenti e giovani artisti. In quegli anni ho vissuto esperienze collettive intense, abitando e riattivando spazi dismessi a Firenze e in Mugello, anche grazie al mio professore di pittura Adriano Bimbi, che scelse alcuni studenti per vivere, dialogare e produrre opere insieme. Quegli spazi sono diventati luoghi di sperimentazione artistica, politica e relazionale. Ho sempre scelto di alternare gli stimoli che mi dava la città ai luoghi marginali o di campagna; quest’ultima mi ha dato molto: silenzio, natura. La mia attrazione per i posti decentrati nasce forse proprio dal fatto di essere cresciuta in periferia. Allo stesso tempo, sentivo il bisogno di un confronto costante con persone vicine alla mia sensibilità. 

Eppure, dopo aver vissuto in varie città dal nord al sud dell’Italia, alla fine hai deciso di tornare alla base. Cosa ti ha spinta a percorrere la strada in senso inverso? 
Ho provato a vivere per brevi periodi a Berlino, Bologna, Milano: contesti ricchissimi di stimoli, persone, attività, produttività, ma sono sempre tornata per vivere più stabilmente in Toscana, scegliendo luoghi decentrati. Anche adesso, a periodi, vivo a Milano, ma quando sto troppo al nord mi manca la luce, l’apertura dello sguardo che si ha scendendo dall’Appennino, gli spazi ampi e solitari dove creare. Questi luoghi, apparentemente vuoti, sono profondamente intrecciati al mio processo creativo. Palermo è stata l’ultima città che ho scelto per vivere: l’ho incontrata durante il mio lavoro Abissi a Manifesta 12, ci ho vissuto e insegnato per circa un anno e mezzo in Accademia. Pur essendo una città densa, offre l’apertura del mare, un grande calore umano e un tempo dilatato. 

E ora? 
L’ultimo ritorno è stato determinato da motivi contingenti di salute e familiari: avevo bisogno di cure per me e di prendermi cura dei miei genitori, essendo figlia unica. La casa dei miei nonni materni a Scandicci era stata messa in vendita, così ho deciso di riacquistarla io, con un tentativo di tornare alle mie radici e trovare una diversa qualità dello stare: una stabilità apparente, più che definitiva, un punto di appoggio da cui continuare a partire. Una soglia più che un approdo. 

Virginia Zanetti, CASA, performance. Photo Andrea Lettera, 2025
Virginia Zanetti, CASA, performance. Photo Andrea Lettera, 2025

Il ruolo del fruitore nell’arte di Virginia Zanetti 

Sei un’artista attiva su più fronti, non ultimo quello della curatela. Quanto è importante “alfabetizzare” le persone all’arte contemporanea? 
Fin da piccola sono stata una grande appassionata d’arte, oltre ad avere una forte necessità espressiva. Riconoscendo il valore che l’arte ha avuto nella mia vita – credo sinceramente che mi abbia salvata – ho sempre sentito il bisogno di renderla accessibile, come una forma di restituzione, un debito di gratitudine. Per questo mi è venuto sempre naturale curare il lavoro di altri artisti, condividere conoscenze e insegnare. 
Ho iniziato a insegnare molto giovane, in contesti educativi di ogni ordine e grado: mi è sempre interessato l’essere umano in tutte le sue fasi, fino ad arrivare oggi all’insegnamento in Accademia di Belle Arti a Carrara. Ho vissuto sette anni a Prato, dove vinsi nel 2018 un bando comunale per uno studio d’artista che decisi subito di trasformare in uno spazio condiviso: è nato così Estuario Project Space, un progetto partecipato con artisti, curatori, grafici e altre figure ibride. È stato un luogo di formazione, mostre e apertura al territorio. Oggi lo spazio fisico non esiste più, anche a causa dei cambiamenti politici e della difficoltà di sostenere attività gratuite senza un supporto economico stabile, ma l’associazione è ancora viva e sta cercando una nuova forma. 

Proprio a Estuario hai dato vita nel 2025 alla performance Casa-Via Piero Calamandrei 6. Cosa ti interessava comunicare?
Dopo anni di nomadismo mi sono trovata a confrontarmi con l’idea di mettere radici. La performance nasce nel periodo del mio ritorno a Scandicci, dalla riacquisizione della casa dei miei nonni materni e dal confronto con la mia storia familiare. Era una casa attraversata da amore, ma anche da lutti, separazioni, malattia. Doveva essere ristrutturata e io mi sono trovata ad abitare un luogo carico di oggetti, mobili e stratificazioni emotive. Non avendo più uno studio a Prato ho deciso che per un periodo lo studio sarebbe stato la mia abitazione. Così la scorsa primavera, prima di iniziare i lavori di ristrutturazione, ho coinvolto Estuario in una performance pensata come un atto quasi psicomagico: insieme abbiamo inciso lentamente la parola “casa” nel muro fino al suo crollo. La parete, simbolo di stabilità, è stata messa in crisi attraverso un’azione condivisa di apertura. La distruzione è diventata passaggio necessario alla trasformazione: la casa non come possesso, ma come pratica relazionale e temporanea, in linea con la mia ricerca sull’impermanenza e la non-dualità. 

E il concetto di “casa” ritorna anche nel lavoro svolto a Dynamo Camp. Che connotazione assume qui? 
È un tema che a lungo ho evitato anche nella mia vita. La perdita precoce delle mie nonne materne e la separazione dei miei genitori hanno reso complessa per me l’idea di casa e stabilità. Quando Dynamo Camp mi ha invitata a lavorare con i genitori di bambini con disabilità o gravi malattie, ho sentito il bisogno di esplorare insieme a loro cosa potesse significare “casa”. Nei miei laboratori invito i partecipanti a conoscersi insieme attraverso l’arte, che assume un valore epistemologico. Nel workshop La casa (che) abito abbiamo utilizzato il linguaggio dell’arte – materiali, peso, altezza, trasparenza, leggerezza – per pensare la casa in sé e la propria estensione. Ne sono nate installazioni essenziali, quasi indossabili, accompagnate da parole chiave sul concetto di casa disseminate nello spazio. Attraverso materiali semplici come legno e tessuto, i genitori dei bambini ospiti di Dynamo Camp hanno dato forma alla propria “casa interiore”. Abbiamo esplorato la relazione tra corpo e architettura fino a riconoscere che il corpo è la prima casa che abitiamo. 

Il concetto di “casa” per Virginia Zanetti 

Al di là della tua esperienza personale: che cos’è “casa” per un artista? 
Oggi sento che la prima casa è il corpo abitato dall’anima, ma è una domanda ancora aperta, come la mia opera. Se penso a un luogo sicuro, per me la casa coincide con il processo creativo: uno spazio mobile che mi ha sempre permesso di sentirmi nel mondo, anche quando tutto il resto era instabile. 

L’artista è nomade per definizione? 
Esistono artisti molto stabili geograficamente, ma il nomadismo è insito nella ricerca. Come scrive la curatrice Giulia Bortoluzzi riprendendo il soprannome datomi da mia madre, “Virginia Zanetti è un moto perpetuo”, un’attitudine entropica fatta di distruzione e rinnovamento. Non si tratta solo di nomadismo abitativo, ma di una postura trasformativa che riguarda la materia e il territorio. In questo senso, il riferimento a Robert Smithson e al suo concetto di “paesaggio dialettico” è fondamentale: un processo dinamico di creazione e conflitto tra naturale e artificiale, che ha profondamente influenzato anche il mio lavoro. 

Per certi versi la provincia educa alla noia e alla solitudine. Sei d’accordo? 
Sì. Sono cresciuta così, anche per dinamiche familiari che mi hanno portata a stare molto sola. La periferia mi ha offerto un contatto profondo con la natura, con tempi dilatati e spazi vuoti, ma anche con molte forme di umanità. La noia e la solitudine, se attraversate, diventano luoghi fertili: hanno inciso profondamente sulla mia creatività, sulla capacità di ascolto e sulla qualità delle relazioni che costruisco. 

Alex Urso 

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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