Nella periferia di Milano c’è una galleria che intende lo spazio espositivo come luogo di relazione tra artisti, opere e pubblico
Prima di prendere il nuovo nome di Scia, lo spazio si chiamava StudioHomeAwareness, un nome che già racchiudeva la visione del progetto: studio come luogo di lavoro e sperimentazione, casa come spazio accogliente e condiviso, awareness come consapevolezza del processo creativo
È nel tessuto della scena indipendente milanese che si racconta la storia di Galleria Scia, un progetto dedicato alla ricerca artistica emergente che si è trasformato nel tempo e che riflette sul ruolo dello spazio espositivo come luogo di relazione tra artisti, opere e pubblico. A fondarlo è stato Francesco Giannantonio, che arriva all’arte contemporanea dopo un passato tra sport e moda.

La storia di Galleria Scia a Milano
Prima di diventare Scia, lo spazio si chiamava StudioHomeAwareness, un nome che già racchiudeva la visione del progetto: studio come luogo di lavoro e sperimentazione, casa come spazio accogliente e condiviso, awareness come consapevolezza del processo creativo e del modo in cui gli artisti vengono accompagnati nel loro percorso. Un’impostazione quasi laboratoriale, in cui l’attività commerciale non è mai stata pensata come fine ma come strumento per sostenere la ricerca emergente. Anche l’architettura della galleria riflette questa stratificazione. Gli ambienti che oggi compongono lo spazio derivano infatti dall’unione di diverse attività precedenti, inglobate nel tempo insieme a nuove porzioni. Il risultato è una struttura composita, fatta di ambienti eterogenei che si susseguono e dialogano tra loro, contribuendo a creare un’atmosfera riconoscibile, quasi una piccola geografia interna che i visitatori attraversano e reinterpretano a ogni mostra.

Le mostre di Galleria Scia quando era StudioHomeAwareness
Fin dalle prime mostre, StudioHomeAwareness si è costruita come piattaforma per artisti emergenti che hanno condiviso da subito l’impostazione sperimentale del progetto. Tra questi figurano Agne Raceviciute, Carolina Papetti, Martina Rota e Giorgia Grassi, coinvolti in mostre collettive e nei primi format espositivi che hanno contribuito a definire l’identità dello spazio. A questa fase iniziale è seguita una programmazione più orientata alle personali di ricerca, con artisti come Diego Gelosi – ingegnere aerospaziale oltre che artista – Rachele Calisti, Viktoria Kurnicki e Beatrice Zito, scrittrice e artista. Un passaggio che ha segnato la direzione curatoriale dello spazio, sempre più interessato a indagare pratiche ibride e ricerche interdisciplinari.

Il nuovo corso di Galleria Scia
Il cambio arriva poi con l’incontro tra Giannantonio e Mattia Maisto, direttore dello studio di consulenza creativa PPS PPS. Da questo dialogo nasce l’esigenza di ripensare l’identità del progetto e avviare un rebranding capace di restituire una visione più matura. È così che prende forma Scia: il nome evoca l’idea di traccia, di movimento e di continuità, e sintetizza un approccio curatoriale aperto al dialogo e alla collaborazione. Oggi Scia si propone come uno spazio volutamente privo di schemi rigidi: la programmazione segue i tempi della ricerca degli artisti e privilegia progetti sviluppati in stretta sintonia con il contesto espositivo. Un’impostazione che promette, nelle prossime stagioni, mostre “sui generis”, come anticipa lo stesso Giannantonio.
La mostra di Alessandro Simoni da Galleria Scia
Intanto, dal 19 marzo 2026 (e fino al 18 aprile) la galleria presenta “VLAD: Virtual Liminal Access Devices”, mostra personale di Alessandro Simonini, accompagnata da un testo critico di Claudio Kulesko. Per l’occasione Simonini riunisce una serie di lavori che indagano la coscienza come spazio liminale, un territorio di soglia in cui corpo anatomico, percezione e conoscenza si incontrano e si contaminano. Ossa, sangue, luce nera e suono diventano così strumenti di un’indagine ontologica che attraversa l’oscurità come dimensione conoscitiva. L’ambiente della galleria si trasforma così progressivamente in un campo di esperienza simbolica, dove gli elementi materiali dialogano quasi come in un rituale.
Caterina Angelucci
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