Alla Fondazione Memmo di Roma la mostra sugli artisti internazionali che vivono a Roma (e parlano del tempo)
In occasione dell’undicesimo capitolo del ciclo Conversation Piece gli artisti propongono opere time-based, tra memoria, teoria, esperimenti e inversioni
Ubi fluxus, ibi motus era il motto Leonardo Da Vinci. Dalle meridiane egizie – primordiali cronometri di luce – ai database che schedano il presente, l’umanità non ha mai smesso di incasellare il tempo, piegarlo, misurarlo, renderlo visibile o commerciabile… Valéry, in Poésie et pensée abstraite (1939), definisce l’arte una “macchina per produrre il tempo”: l’opera arresta il ticchettio quotidiano e impone il ritmo inesauribile della sua forma.

Il tempo al centro dell’XI capitolo di Conversation Piece alla Fondazione Memmo
Non è un caso che il tema del tempo abbia attraversato anche l’arte contemporanea. Penso agli orologi degli Amanti perfetti di González-Torres, ai Date Paintings di Kawara, ai Détails di Opalka, al calendario pataphysico di Jarry; ai Merli di Boetti come all’“orologio senza lancette” di Cage, As Slow as Possible, in esecuzione continua dal 2001, per 639 anni, in una chiesa di Halberstadt. Fino a The Clock di Marclay, Leone d’Oro alla 54ª Biennale, al cambio di data di Julieta Aranda e a Sara Morawetz, che nel 2015 visse per più di un mese seguendo l’ora di Marte. In questo vertiginoso contesto, la mostra Affrettati Lentamente alla Fondazione Memmo di Roma, curata da Marcello Smarrelli, s’inserisce come un’ulteriore, piccola glossa.
Le opere inattese di Alicia Kwade a Roma
Alicja Kwade (Polonia, 1979), in Superheavy Skies, reinterpretando l’idea di Mobile di Calder, crea una struttura sospesa, il cui delicatissimo equilibrio è dato da pesi e contrappesi di rocce diverse che, appesi a sottili aste metalliche in costante rotazione, sfidano la gravità. Poco dopo l’artista sorprende ancora i visitatori con Assumption of Distinct Qualities, dove una pietra, a terra, sembra crescere intorno ad un tronco, invertendo il naturale corso degli eventi. Mentre a parete, una grande tela accoglie miriadi di lancette d’orologio sempre più ossidate, in una visione temporale spiraliforme.

Il concetto di tempo nella visione degli artisti alla Fondazione Memmo
Enrique Ramírez (Santiago del Cile, 1979) invece, sceglie il mare come figura del tempo. Nella sua serie Flotilla, collage di fotografie e lacerti di vele, l’acqua si fa memoria primordiale ed eco politica della recente operazione umanitaria in Medio Oriente. Su un registro più intimista si colloca Henry Taylor (USA, 1958), che affida al ritratto la cattura di un istante biografico.
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Dal loro canto, Prem Sahib (Londra, 1982) e Paul Maheke (Francia, 1985) lavorano su un piano più leggero e pop: il primo si muove tra archeologia urbana e gender politics in chiave camp; il secondo rilegge memoria coloniale e antiche iconografie funerarie tra tendaggi, superfici riflettenti, pannelli in alluminio specchiato e plexiglass. Cinque visioni sul tempo, tra attesa e accelerazione.
Francesca de Paolis
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