I dimenticati dell’arte. Giuseppe Vannicola

Per questa nona puntata, la rubrica dei “Dimenticati dell'arte” tenuta da Ludovico Pratesi pesca nel mondo della musica e della letteratura. Ricordando la figura di un marchigiano violinista e scrittore dalla breve vita.

Dove c’è un uomo vivo, c’è un’opera d’arte. Il dono della vita è infinitamente al di sopra di tutti gli altri”. Così scriveva nel 1915, sei mesi prima di morire, una delle figure più originali e dimenticate della vita culturale italiana, che molti non avranno mai sentito nominare.
Si tratta di Giuseppe Vannicola (1876-1915), violinista e scrittore di talento, che ha vissuto una breve esistenza all’insegna dell’intensità.

GIUSEPPE VANNICOLA VIOLINISTA E SACERDOTE

Nato a Montegiorgio, un piccolo paese delle Marche in provincia di Ascoli Piceno, da giovane comincia una carriera di violinista tra Roma e Napoli per poi trasferirsi a Parigi, dove condivide una soffitta con il pittore napoletano Lionello Balestrieri, che ritrae il giovane Vannicola, dandy e bohémien, mentre suona il suo strumento nella grande tela Beethoven (1900) esposta l’anno seguente alla Biennale di Venezia, dove viene acquistata dal Museo Revoltella di Trieste.
Tornato in Italia, nel 1899 decide di lasciare la musica e farsi sacerdote nell’Abbazia di Montecassino, dove rimane solo un anno, non convinto di una scelta così estrema. Animo inquieto, torna allo studio del violino a Milano, dove entra nell’orchestra diretta da Arturo Toscanini, mentre nel frattempo frequenta il mondo della letteratura. Diventa amico di Filippo Tommaso Marinetti, che lo ricorda così: “Spesso deliziava le pause delle nostre notti consacrate allo spiritismo con delle inebrianti cavate del suo magistrale violino… Scrisse, tentò tutte le forme letterarie, sempre lanciato in folli e mirabili esplorazioni spirituali. Anima tentacolare, egli si logorò le braccia a stringere i più terrorizzanti fantasmi”.

Giuseppe Vannicola. Courtesy Fondazione Balestrieri

Giuseppe Vannicola. Courtesy Fondazione Balestrieri

GIUSEPPE VANNICOLA INCONTRA OLGA DE LICHNIZKI

Nell’estate del 1900 incontra sul lago di Como la nobile russa Olga de Lichnizki, che lo spinge a sviluppare il suo talento letterario: l’anno seguente pubblica il Trittico della Vergine (1901), composto da tre poemi di impostazione simbolista e decadente. Nel 1904 l’inquieto giovane si trasferisce a Firenze con Olga, e insieme fondano la Revue du Nord (1904-1907), rivista letteraria preziosa e raffinata, finanziata per tre anni dalle sostanze di Olga. Nel frattempo Vannicola pubblica il romanzo autobiografico Sonata Patetica (1904), che viene così recensito dall’amico Giovanni Papini: “Questo libro è lo specchio di un’anima. Di un’anima modernissima, ricca di sensibilità e di analisi, capace di innalzarsi nei cieli metafisici con uno smarrimento religioso e di curvarsi sulla terra, a frugare con mani crudeli le proprie debolezze e i propri morbi”.
Per i tipi della Revue du Nord esce nel 1905 la sua terza opera letteraria, De Profundis clamavi ad te, dedicata ad Olga. A scriverne è ancora Papini, sulla rivista Leonardo: “In questo libro c’è ancora della lirica, c’è ancora del romanzo, ma c’è di più. C’è il tentativo di fondere la critica e la filosofia e la teologia in una specie di sublimazione poetica e musicale, ove l’unità è data dall’anima che la compie”. Nello stesso anno la coppia si trasferisce a Roma, in un attico a Piazza di Spagna, dove dilapida le ultime sostanze in una vita inutilmente sfarzosa, mentre nel corpo già malato di Vannicola, che soffriva di artrite deformante, la malattia avanza inesorabile.

GLI ULTIMI ANNI A ROMA

Tra il 1906 ed il 1908 fonda un’altra rivista, Prose, che vede tra i collaboratori Giovanni Amendola e Giuseppe Prezzolini. Vannicola traduce Oscar Wilde e André Gide, che conosce negli anni romani. Lo scrittore francese lo descrive nei suoi Diari con queste parole: “Vannicola; la sua faccia da tenero pulcinella; la sua mania, quando paga, di tenere per sé i pezzi di rame e di lasciare in mancia quelli d’argento. Nodoso come un ceppo, amoroso come un pàmpino”.
Abbandonato da Olga nel 1909, trascorre gli ultimi anni della sua breve vita in maniera povera e disordinata: invecchiato di colpo, cammina appoggiandosi a un bastone per le strade di Roma, in un tracollo verticale che non gli impedisce però di pubblicare il racconto breve Il Veleno (1912), ripubblicato da Sellerio nel 1981 con una nota di Claudia Salaris. Tre anni dopo Vannicola muore a Capri, il 10 agosto 1915, forse per un incidente o per l’abuso di morfina: scrittore maledetto, è uno dei rappresentanti italiani più originali – come ha sottolineato Armando Audoli – di una prosa che si nutriva di rapporti fra la cultura italiana e quella nordeuropea.

– Ludovico Pratesi

LE PUNTATE PRECEDENTI

I dimenticati dell’arte. Liliana Maresca
I dimenticati dell’arte. Antonio Gherardi
I dimenticati dell’arte. Brianna Carafa
I dimenticati dell’arte. Fernando Melani
I dimenticati dell’arte. Pietro Porcinai

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Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi

Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore…

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