Bio e Wearable technology. Il fashion prossimo venturo

Biotecnologie e moda, connubio in apparenza impossibile ma che negli ultimi anni sta prendendo piede anche presso i grandi brand. La riflessione di Aldo Premoli

Dalla nascita del cucito, la tecnologia ha sempre guidato gli sviluppi del settore tessile. La rivoluzione industriale ha meccanizzato la produzione consentendo la diffusione di capi a prezzi accessibili, e l’utilizzo della chimica negli anni ’60 ha reso possibile l’invenzione di materiali come il poliestere, capaci di nuove performance: sia tecniche (ingualcibilità, superiore resistenza all’usura, stabilità dimensionale e una gamma di colori infinita) che estetiche (possibilità di adattarsi alle forme del corpo senza l’intervento di tagli e cuciture complesse). Tuttavia la convergenza delle tecnologie divenute di recente disponibili dischiudono possibilità sino a poco tempo fa inimmaginabili.

Different types of wearable technology

Different types of wearable technology

BIOTECNOLOGIE E MODA 

Le biotecnologie rappresentano da sempre un metodo a disposizione dell’agricoltura per ottimizzare la selezione del raccolto, accrescerne il rendimento e la resistenza alle malattie. Più di recente hanno cominciato ad essere impiegate nel campo del biorisanamento, e vastissimo è diventato il loro utilizzo nel settore medico e farmaceutico.
Il tessile non è rimasto a guardare. Sono molte le start up in corsa per trovare la prossima generazione di materiali rinnovabili da coltivare ​​in laboratorio. Per ora è più una speranza che una certezza: delle 1300 aziende biotecnologiche che operano negli USA, solo il 3% è in attivo; nonostante ciò i prezzi delle azioni emesse continuano a crescere, segno che l’attenzione per le loro potenzialità non cala.
Il filo di seta ad esempio è prodotto da larve di insetti che formano bozzoli, più comunemente conosciuti come bachi da seta.  Ma piuttosto che fare affidamento sulla crescita spontanea di questi insetti, oggi si creano fili di seta in provetta, un modo più efficiente di ottenere la materia prima: in laboratorio infatti è possibile accelerare e monitorare la loro crescita. Altrove si stanno creando alternative alla pelle naturale: anziché prelevarla da animali morti, un materiale altrettanto ricco viene ottenuto da foglie di ananas o funghi coltivati, e sono già molti i designer che lo utilizzano: Stella McCartney è un’antesignana, ma marchi come
Giorgio Armani, Michael Kors, Ralph Lauren e Vivienne Westwood si sono decisamente avviati in questa direzione.

TECNOLOGIE INDOSSABILI 

La convergenza di moda e tecnologia offre un’altra straordinaria opportunità e riguarda non solo la produzione di abiti, ma gli stessi corpi che li indosseranno. Solo pochi giorni fa la piattaforma First Flight di Sony ha rivelato il suo ultimo progetto per combattere il caldo estivo.

Reon Pocket è un dispositivo portatile grande come una carta da gioco: la dimensione giusta per essere infilato nel taschino di una t-shirt personalizzata. Reon può essere controllato con un comune bluetooth da smartphone per impostare la temperatura desiderata, e raggiungerà i primi acquirenti in Giappone nel marzo 2020. Anche in questo caso, si tratta di tecnologia mobile da “appendere” al corpo, simile a quella ormai molto diffusa di uno smartwatch.
Assai più ambiziosa la ricerca di Myant, azienda di Toronto pioniera nel textile computing: produce “tessuti intelligenti”, in cui i filati sono accoppiati con sensori elettronici in grado di monitorare la salute di chi li indossa. A spostarsi in avanti qui è la frontiera dell’healthtech, capace di misurare un gran numero di elementi vitali: livelli di attività, frequenza cardiaca, pressione sanguigna, schemi del sonno, conformità medica, e attraverso l’analisi del sudore persino i livelli di marker biochimici del corpo.
La wearable technology promette dunque di monitorare senza soluzione di continuità il benessere dei pazienti che la indossano, e allo stesso tempo semplificare alcune delle attività più dispendiose in termini di assistenza sanitaria come l’immissione dei dati, la diagnostica e persino le visite ambulatoriali.
Ovunque l’healthcare tende a divenire personalizzato: tutti assumeremo singolarmente  un ruolo più attivo nei confronti della nostra forma fisica, e la tecnologia indossabile sta accelerando il trasferimento di potere dal medico al paziente: anziché  basarsi esclusivamente sulle osservazioni degli specialisti, i pazienti raccoglieranno i propri dati sanitari, amministreranno i propri piani di trattamento e ne monitoreranno i progressi, il tutto su un’unica piattaforma. Il che non esclude, anzi semplifica la possibilità di assistenza sanitaria in remoto. La tecnologia indossabile può consentire di trasmettere ad operatori sanitari informazioni di cui hanno bisogno a portata di mano, abbreviando gli orari degli appuntamenti.

IL PUNTO DI ROTTURA

Tessuti intelligenti come quelli prodotti dall’azienda canadese potrebbero cambiare radicalmente la relazione del consumatore con il proprio abbigliamento. Consumatore che, nel frattempo, sta cambiando. La popolazione mondiale invecchia e l’healthcare è un megatrend che non conosce battute d’arresto. Il vero punto di rottura per il fashion prossimo venturo in ogni caso non sarà determinato de questa o quella performance, via via resa possibile da nuove categorie di “cose da indossare”. Queste ultime sono la causa, dove invece l’effetto – ancora tutto da osservare – potrebbe essere la relazione che stabiliremo con loro: come penseremo e sentiremo questi “vestiti”? È su questa parte umana, emotiva della moda – un tempo detto stile – su cui l’intelligenza artificiale ora punta gli occhi.

– Aldo Premoli

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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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