La Biennale di Venezia vista da una diciottenne

Come reagiscono i più giovani a questa edizione della Biennale di Venezia? Un’indagine sui linguaggi e gli approcci adatti alle nuove generazioni.

La sensibilità al tempo, in un presente di grandi cambiamenti. È questo che si discute con l’ironico May You Live in Interesting Times, in questa 58. Biennale di Venezia.
Resta essenziale prestare attenzione al presente, in continuo confronto con semplificazioni e conformismi che rappresentano un pericolo costante. Nella società di oggi veniamo ininterrottamente proiettati in relazioni immediate, senza interposizioni o filtri.
Istantaneità che diventano anche un elemento negativo, in grado di viziare le menti pigre.
Inevitabile come questo, da parte delle nuove generazioni, si traduca in una difficoltà a sforzarsi nello spendere del tempo per comprendere, provocando anche rifiuto nei confronti di ciò che impiega più di brevi istanti a “caricare”.
Gli aspetti più superficiali e apparenti diventano quindi un elemento fondamentale della quotidianità. Ciò non ne implica una saldatura esasperata, ma sottolinea un nuovo approccio sviluppato progressivamente nei nuovi contesti del presente. Ne può conseguire una diversa capacità di ricercare velocemente e intuitivamente, che arriva in diverse forme a stimolare la curiosità verso una molteplicità di significati nascosti.

ABITUDINE E SCHERMI

In questa Biennale è impossibile non notare la quantità di installazioni multimediali. Paradossale come richieda più tempo l’approccio alla video art, nonostante la nostra abitudine agli schermi. La durata di questo processo di graduale comprensione può significare anche un ostacolo che ne impedisce un approccio spontaneo. L’istantanea percezione visiva, lo spazio, l’organizzazione delle immagini e il suono sono parte di elementi che giocano un ruolo fondamentale.
Per esempio, in Deep See Blue Surrounding You, l’artista francese Laure Prouvost mescola performance, video e scultura in un unico lavoro. Da subito si viene proiettati in una dimensione particolare, ambigua. Il video si trasforma in esperienza, che sfalda i limiti dell’apparenza, e immerge e trasporta in un limbo tra realtà e immaginazione.
Ci sono poi, invece, le proiezioni di Kahlil Joseph con BLKNWS. Da due schermi diversi, seguono filmati non stop. Afroamericani protagonisti di scene random: video di YouTube, storie di Instagram, qualche vines. Il tutto compresso e proposto. Semplificato e distribuito. Niente dettagli essenziali, preamboli o contesti. Riemerge così la pericolosità dell’approccio superficiale insito nella comunicazione semplificata di questi anni, ma anche il fascino del creare in se stessi finte consapevolezze, nutrendoci spesso di false verità.
È questo il filo del rasoio, la situazione borderline sulla quale si muovono tutti, non solo le nuove generazioni.

Biennale Arte 2019 Arsenale, Kahlil Joseph, photo Irene Fanizza

Biennale Arte 2019 Arsenale, Kahlil Joseph, photo Irene Fanizza

IL DIALOGO COSTRUTTIVO DELL’ARTE

Tra i lavori più shared c’è Can’t help Myself di Sun Yuan & Peng Yu, esposto nel Padiglione Centrale dei Giardini. Un robot industriale di grandi dimensioni, ‘rinchiuso’ in una grande teca trasparente, che ipnotizza da subito con dei movimenti improbabili e impacciati. Il macchinario tenta, senza risultati, di contenere del liquido rosso. Condannato alla ripetizione di un gesto inutile che cerca di eliminare qualcosa di indelebile come il sangue, che impregna qualsiasi luogo dove trova spazio. Un messaggio forte, che destabilizza ma che risponde sinceramente a questi interesting times.
Tempi così ironicamente interessanti, che in realtà nascondono la complessità di un mondo che fa fatica a “sistemarsi”.
Occorre comprendere quanto sia poco banale la complessità del presente, e ragionare sul proprio ruolo, e di quanto sia in grado di influenzare il corso degli eventi.
L’arte, come per Beuys, è un’esperienza sociale capace di far dialogare gli uomini.
È necessario, quindi, cucire un tessuto che sia in grado di trasmettere messaggi profondi, permettendo che l’ambito artistico diventi, anche per i più giovani, luogo di reale riflessione e crescita individuale e collettivo.

Marlene L. Müller

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