La Cerimonia d’apertura dei Giochi del Mediterraneo di Taranto è stata all’insegna dell’arte. Gli ideatori ci spiegano tutto

Maschere greche, archeologi, atleti, immagini rievocanti vasellami antichi, giochi d’acqua. Chi ha seguito la Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo di Taranto lo scorso 20 agosto, in tv o dal vivo, avrà notato una presenza costante di riferimenti all’arte e all’archeologia. Chi ha disegnato il tutto spiega e racconta perché

Si sono inaugurati lo scorso 20 agosto 2026 allo stadio di Taranto I Giochi del Mediterraneo, manifestazione sportiva multidisciplinare di ispirazione olimpica, in corso fino al 3 settembre in Puglia. Un’edizione, come ha commentato Ibtissem Mehrez Boussayene, presidente del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo, già epocale, essendo la più grande mai organizzata per numero di atleti.

Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026, XX edizione
Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026, XX edizione

La Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo 2026

La Cerimonia di apertura, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è stata solo all’insegna dello sport e dello spirito olimpico (e anche un po’ della politica), ma anche dell’arte e dell’archeologia. A fare da “spirito guida” è stata la figura de l’Atleta di Taranto, vissuto a Tàras nel V Secolo a.C, campione del pentathlon, la cui tomba rinvenuta nel 1959 è conservata al Museo nazionale archeologico della città pugliese.

Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026, XX edizione
Cerimonia di apertura dei Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026, XX edizione

Chi è l’Atleta di Taranto ai Giochi del Mediterraneo 2026

“L’Atleta di Taranto è forse l’immagine che meglio sintetizza il senso di tutta la cerimonia. Lo abbiamo immaginato come una figura rimasta sospesa nel tempo che, dopo millenni, torna improvvisamente alla vita: emerge dall’oscurità, si solleva e guarda davanti a sé. Ma in quel momento non è più soltanto l’antico Atleta: è Taranto stessa che si rialza. Una città con una storia immensa e anche con ferite profonde, che ritrova nelle proprie radici la forza per guardare al futuro”, commentano Angelo Bonello, direttore artistico e regista, e Francesco Paolo Conticello, direttore creativo della Cerimonia, per G2 Eventi, società del gruppo Casta Diva. A loro abbiamo chiesto di raccontare il dietro le quinte della cerimonia di apertura, tra arte, archeologia, sport e uso virtuoso della tecnologia.

Intervista a Angelo Bonello e Francesco Paolo Conticello

Che incarico avete avuto per l’inaugurazione della Cerimonia di Apertura dei Giochi del Mediterraneo?
G2 Eventi, società del gruppo Casta Diva Group, ha ideato e realizzato la Cerimonia di Apertura dei XX Giochi del Mediterraneo, curandone l’intero progetto creativo e produttivo. La direzione della cerimonia ha visto Francesco Paolo Conticello come Direttore Creativo e Angelo Bonello come Direttore Artistico e Regista, alla guida di un articolato team artistico e produttivo.

In che cosa consisteva esattamente il vostro intervento?
Siamo partiti dall’ideazione del concept “Il mito diventa futuro” e da lì abbiamo costruito l’intera drammaturgia della cerimonia: scenografia, regia, coreografie, musiche originali, costumi, light design, grandi elementi scenici e tecnologie. L’obiettivo era creare non una successione di numeri spettacolari, ma un unico grande racconto, capace di partire dalle radici millenarie di Taranto e del Mediterraneo per arrivare al presente e soprattutto al futuro.

Come si procede quando si riceve una commissione del genere? Avete avuto altre esperienze simili?
Si parte sempre dalla ricerca. Bisogna conoscere profondamente il luogo, la sua storia, le sue contraddizioni, i valori dell’evento e il pubblico a cui ci si rivolge. Poi si cerca un’immagine, un’intuizione narrativa capace di tenere insieme tutto. Il nostro approccio è profondamente teatrale: una cerimonia deve avere un prologo, uno sviluppo e un finale. Ogni elemento deve avere una ragione narrativa. Arrivavamo inoltre dall’esperienza della Cerimonia di Chiusura delle Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, che ci aveva già confrontato con la complessità di un grande evento istituzionale e sportivo internazionale.

Il progetto da voi realizzato affonda direttamente le radici nella storia di Taranto. Quando si lavora su una iniziativa del genere quanto è importante la relazione con il territorio?
È fondamentale. Una cerimonia dovrebbe poter nascere soltanto nel luogo per cui è stata pensata. Taranto ci ha offerto una materia narrativa straordinaria: la Magna Grecia, il mare, Taras, le anfore panatenaiche e soprattutto l’Atleta di Taranto. Ma non volevamo semplicemente celebrare questi simboli: volevamo riattivarli e farli parlare al presente. Da qui nasce una delle metafore centrali dello spettacolo: l’Atleta di Taranto che, dopo essere rimasto sepolto per millenni, si risveglia e si rialza. In quel gesto è Taranto stessa a rialzarsi, riscoprendo la forza della propria storia per guardare al futuro.

In che modo avete fatto dialogare le esigenze istituzionali, con gli ideali della manifestazione sportiva e l’interesse per l’aspetto artistico-culturale?
Abbiamo cercato di trasformare i valori istituzionali dei Giochi in immagini e azioni sceniche. La tregua sacra diventa un messaggio contemporaneo di pace; l’acqua riunisce simbolicamente le diverse sponde del Mediterraneo; l’Atleta di Taranto porta nel presente i valori di lealtà, rispetto e fratellanza; la parata delle 26 delegazioni rende fisicamente visibile l’incontro tra culture. In questo modo protocollo, sport e arte non sono tre livelli separati, ma diventano parti della stessa narrazione: il Mediterraneo come spazio di incontro e lo sport come linguaggio universale.

Maschere, archeologi, acqua, atleti del passato. Decodifichiamo meglio le immagini che buona parte dell’Italia ha visto.
Sono tutte immagini legate a una stessa idea: la storia che viene riportata alla luce e torna a parlare al presente. Un ragazzo di oggi entra metaforicamente nelle profondità della storia della propria città. I “ricercatori” illuminano ciò che è rimasto nascosto, l’anfora panatenaica riporta alla luce gli antichi valori dello sport, le maschere evocano il coro greco e la dimensione collettiva, mentre l’acqua è il Mediterraneo stesso, ciò che apparentemente separa le terre ma in realtà le unisce. E poi c’è l’immagine più potente: l’Atleta di Taranto che si rialza dopo millenni. È il mito che torna a vivere, ma è anche Taranto che simbolicamente si rimette in piedi e guarda davanti a sé.

Si tratta però di un immaginario proveniente da un passato molto lontano. Non si rischia l’effetto di presentare sempre una immagine dell’Italia da cartolina e legata alla sua storia dimenticando la contemporaneità?
È proprio il rischio che abbiamo cercato di evitare. Non volevamo raccontare il passato con nostalgia, ma usarlo come energia per costruire il futuro. Per questo il protagonista è un ragazzo contemporaneo e per questo un’immagine antichissima come quella dell’Atleta viene trasformata in una scultura monumentale, in movimento, e messa in dialogo con droni, laser, LED, musica elettronica e linguaggi coreografici contemporanei. Il titolo “Il mito diventa futuro” contiene esattamente questa idea: la storia non come luogo nel quale rifugiarsi, ma come forza dalla quale ripartire.

Taranto è una città affascinante ma con un vissuto difficile. Quale è la Taranto che avete voluto raccontare?
Non volevamo nascondere la complessità di Taranto, ma neppure lasciare che fosse quella complessità a definirla. Abbiamo voluto raccontare una città che possiede una storia enorme e che proprio da quella storia può trovare la forza per rialzarsi. Per questo l’Atleta è diventato quasi il suo alter ego: emerge dall’oscurità, prende vita, si rialza e guarda avanti. È una Taranto che non rinnega ciò che è stata e ciò che ha attraversato, ma sceglie di trasformarlo in energia per il futuro. E infatti il viaggio parte dagli occhi di un ragazzo di oggi: sono le nuove generazioni a riscoprire la città e a immaginare ciò che potrà diventare.

Quali sono le tecnologie che avete adoperato?
Abbiamo utilizzato LED dinamici integrati nella scenografia, laser, droni, sistemi avanzati di illuminazione, effetti speciali e grandi elementi scenici, sincronizzati con musica, coreografie e performer. Ma uno degli elementi apparentemente più tecnologici era in realtà costruito attraverso un lavoro fortemente artigianale: il gigantesco Atleta di Taranto. La scultura è stata ideata e disegnata da Angelo Bonello. È stata poi costruita attraverso un complesso lavoro di modellazione, con un sistema di cuciture e motori per il gonfiaggio. Successivamente i pittori scenografi ne hanno realizzato manualmente la decorazione seguendo i disegni dello stesso Bonello.

Come si ottiene un effetto come quello dei “finti fuochi artificiali”?
Attraverso una sincronizzazione estremamente precisa di luce, laser, droni ed effetti scenici, programmati sulla musica e sulla regia dello spettacolo. La cosa interessante è che oggi la tecnologia permette di utilizzare il cielo e l’intero stadio come una scenografia: non si illumina semplicemente uno spazio, si disegnano immagini nello spazio e nel cielo, facendole apparire, muovere e scomparire in relazione alla musica e all’azione scenica.

Che feedback avete avuto dall’evento?
L’Atleta di Taranto è diventato immediatamente una delle immagini più riconoscibili della cerimonia. E la cosa più interessante è che è stata colta proprio la metafora che avevamo costruito: quell’Atleta che emerge dall’oscurità, si rialza dopo millenni e torna a guardare il futuro è diventato, per molti, l’immagine stessa di Taranto che si rialza. Stampa, pubblico e social hanno recepito questa lettura: l’Atleta è stato descritto come una delle immagini destinate a rimanere della cerimonia e come metafora di una città che trae forza dal proprio passato per riabbracciare il futuro. Per noi questo è probabilmente il feedback più importante: essere riusciti a creare non soltanto uno spettacolo, ma un’immagine nella quale una città potesse riconoscersi.

Quali sono gli aspetti di cui siete più soddisfatti e, a posteriori, quali quelli su cui avreste voluto lavorare diversamente?
Naturalmente una cerimonia live di questa scala è un organismo enorme e, a posteriori, ci sono sempre tempi, transizioni e dettagli che vorresti poter provare e perfezionare ancora. Ma questa è anche la natura irripetibile del live: a un certo punto tutto converge in un unico istante e quello che abbiamo immaginato per mesi appartiene finalmente al pubblico.
Siamo soprattutto soddisfatti di essere riusciti a dare unità narrativa a una macchina estremamente complessa. Centinaia di persone, performer, musica, acqua, scenografia, luce, droni e laser dovevano concorrere a raccontare la stessa storia. E siamo particolarmente orgogliosi dell’Atleta di Taranto: un’immagine nata da un disegno di Angelo Bonello che, attraverso il lavoro di moltissimi artisti, tecnici, modellatori e pittori scenografi, è diventata una presenza monumentale nello stadio e, soprattutto, il simbolo del senso che volevamo dare alla cerimonia: rialzarsi, portare con sé la propria storia e guardare al futuro.

Santa Nastro

Taranto // fino al 3 settembre 2026
Giochi del Mediterraneo 2026, XX edizione
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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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