what color is silence | Anastasiya Tarasenko
Due progetti espositivi: la mostra collettiva “what color is silence” nello spazio principale della galleria e una mostra personale di Anastasiya Tarasenko in Sala Nova.
Comunicato stampa
Andrea Festa è lieta di presentare what color is silence, una mostra collettiva che riunisce opere di Carla Accardi, Jean-Baptiste Bernadet, Ernesto Burgos, Günther Förg, Riccardo Guarneri, Dylan Solomon Kraus e Jane Swavely, accompagnata da un testo critico di Elisa Carollo.
La mostra sarà visitabile dal 9 luglio al 12 settembre 2026. L’opening si terrà giovedì 9 luglio, dalle 18:00 alle 21:00, presso Lungotevere degli Altoviti 1, Roma.
Concepita come una meditazione sul colore inteso come forza silenziosa, la mostra costruisce un dialogo tra posizioni storiche e contemporanee dell’astrazione. Più che affrontare il colore come elemento puramente formale, what color is silence lo considera atmosfera, struttura, memoria, pressione e vibrazione. Le opere in mostra interrogano la capacità della pittura di parlare senza dichiarare, di trasformare il silenzio in spazio e di custodire emozione, storia e pensiero prima che questi prendano forma nel linguaggio.
Al nucleo storico della mostra si trovano Carla Accardi, Günther Förg e Riccardo Guarneri, tre artisti che hanno ampliato il linguaggio dell’astrazione del secondo dopoguerra attraverso approcci radicalmente diversi alla superficie, alla luce e alla percezione. Senza titolo di Carla Accardi, realizzata nel 1967 su sicofoil, apre idealmente il percorso espositivo. Figura centrale dell’astrazione italiana e cofondatrice del gruppo Forma 1 nel 1947, Accardi ha sviluppato un vocabolario visivo fondato su segno, ritmo e sperimentazione cromatica. Il suo lavoro è stato presentato in diverse edizioni della Biennale di Venezia ed è conservato in importanti collezioni pubbliche, tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e il Museo del Novecento di Milano.
Günther Förg introduce una tensione più scura, materica e architettonica attraverso un’opera su carta del 1986. Tra gli artisti tedeschi più significativi della seconda metà del Novecento, Förg ha sviluppato una pratica capace di attraversare pittura, fotografia, architettura e scultura, tornando costantemente sull’eredità irrisolta del modernismo. Il suo lavoro è stato esposto in istituzioni internazionali tra cui il Solomon R. Guggenheim Museum di New York, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la Kunsthalle Bern, il Museum für Moderne Kunst di Francoforte e le Deichtorhallen di Amburgo. Le sue opere sono incluse in collezioni quali MoMA, Tate, SFMOMA e Hamburger Bahnhof.
La pratica di Riccardo Guarneri avvicina il colore a una condizione quasi immateriale. Radicato nelle ricerche percettive dell’astrazione italiana del dopoguerra, il suo lavoro lascia emergere l’immagine attraverso delicate variazioni cromatiche, geometrie sottili e segni appena percettibili. Guarneri fu invitato alla 33ª Biennale di Venezia nel 1966 e partecipò successivamente a Weiss auf Weiss presso la Kunsthalle Bern. Nel 2017 è stato incluso da Christine Macel in Viva Arte Viva, alla 57ª Biennale di Venezia. In anni recenti, il suo lavoro ha ricevuto una rinnovata attenzione istituzionale, culminata nel 2021 con l’ingresso di quattro sue opere nella collezione del Centre Pompidou di Parigi.
Queste posizioni storiche sono poste in dialogo con pratiche contemporanee che estendono l’astrazione verso territori psicologici, simbolici e materiali. La pittura di Jean-Baptiste Bernadet opera come un campo atmosferico. Le sue opere resistono a una lettura immediata e si dispiegano lentamente attraverso passaggi tonali, luce e ritmo pittorico. Bernadet ha sviluppato una pratica riconosciuta a livello internazionale attorno all’instabilità della percezione e alla carica emotiva del colore. Ha tenuto mostre personali presso Almine Rech a Bruxelles, Parigi, Shanghai e Monaco; il Musée des Beaux-Arts de Rouen; Marfa Book Company, Texas; Valentin, Parigi; e Karma, New York. Il suo lavoro è incluso in collezioni quali Fondation Louis Vuitton, Parigi; Museum Voorlinden, Wassenaar; MAC VAL, Francia; CNAP / FNAC, Francia; Long Museum, Shanghai; e JPMorgan Chase Collection.
Le superfici luminose di Jane Swavely suggeriscono soglie, schermi o portali, costruiti attraverso stratificazione, cancellazione e intensità cromatica. I suoi dipinti tengono in equilibrio romanticismo e minimalismo, presenza e assenza, con il colore che spesso appare come qualcosa di ricordato, dissolto o solo parzialmente rivelato. Basata a New York, Swavely emerge negli anni Ottanta e lavora come assistente di Lois Lane e, successivamente, di Brice Marden, sviluppando una forma di astrazione intuitiva e profondamente atmosferica. Tra le sue mostre personali recenti figurano quelle presso Magenta Plains, New York; kaufmann repetto, Milano; Night Gallery, Los Angeles; e Mandeville Gallery at Union College. Le sue opere sono incluse nelle collezioni dell’Allentown Art Museum, della JPMorgan Chase Art Collection e di Union College.
Ernesto Burgos spinge l’energia pittorica verso la forma scultorea. Lavorando con fibra di vetro, resina, legno, cartone, carboncino e pittura a olio, piega, taglia, curva e stratifica i materiali in oggetti a parete che sembrano sospesi tra costruzione e collasso. La sua pratica estende il linguaggio fisico dell’astrazione del dopoguerra nello spazio tridimensionale, mettendo gesto, superficie e oggetto in uno stato di tensione. Nato a Santa Clara, California, e basato a New York, Burgos è stato incluso in mostre istituzionali presso El Museo del Barrio, New York; Museum of the City of New York; University of Maryland; Kunstmuseum Magdeburg; e Palazzo Rospigliosi, Zagarolo. Il suo lavoro è conservato nella collezione del Kunstmuseum Magdeburg, in Germania.
I dipinti di Dylan Solomon Kraus combinano superfici a olio stratificate con motivi ricorrenti quali lune, uccelli, segni simili a glifi e paesaggi archetipici, generando immagini che appaiono al tempo stesso arcaiche e futuribili. Attingendo alla spiritualità del primo modernismo, alle favole, all’occulto e ad antichi sistemi di rappresentazione, Kraus costruisce un universo privato in cui la pittura diventa spazio di profezia, memoria e sogno. Ha conseguito il BFA presso la Cooper Union, New York, e ha tenuto mostre personali presso Almine Rech, New York e Londra; Peres Projects, Berlino, Seoul e Milano; Mamoth, Londra; ed Entrance, New York.
Ciò che connette queste opere non è un linguaggio comune, ma una tensione condivisa: il colore diventa più della superficie, trasformandosi in veicolo di tempo, di sensazione e di opacità. La mostra si chiede come il colore possa parlare prima del linguaggio, come il silenzio possa diventare attivo e come la pittura possa ancora produrre forme di attenzione capaci di resistere alla velocità, al rumore e alla scomparsa.
Andrea Festa è lieta di presentare Eternal Conduit, mostra personale di Anastasiya Tarasenko in Sala Nova, visitabile dal 9 luglio al 18 settembre 2026.
L’opening si terrà il 9 luglio, dalle 18:00 alle 21:00, presso Lungotevere degli Altoviti 1, Roma, primo piano.
“Mi trovo spesso a riflettere sulle forze della natura che ci plasmano e sulle metafore che esse offrono per descrivere i nostri paesaggi emotivi interiori. Gli oceani turbolenti della nostra mente sono altrettanto carichi di pericolo, eppure quelle stesse forze ci donano anche un’immensa capacità di gioia, meraviglia, desiderio e vitalità.
Le figure nei miei lavori esistono nel mezzo del caos: mari implacabili, fulmini violenti e mostri degli abissi. La domanda è se stiano soffrendo o prosperando. Quale gioia può nascere dal danzare dentro una tempesta? Sono nude, erotiche e vulnerabili, ma nei loro movimenti c’è anche una forma di agency, un senso di abbandono che è al tempo stesso un atto di sfida.”
— Anastasiya Tarasenko
Eternal Conduit riunisce un nuovo corpus di dipinti e opere su antiche mannaie realizzate da Anastasiya Tarasenko. Attraverso intime vignette di oceani rocciosi, fughe pericolose da altezze vertiginose e figure che ululano ai fulmini come un lupo alla luna, la mostra esplora stati di vulnerabilità, trasformazione e resistenza estatica.
Ogni opera è attraversata da un senso di desiderio: non soltanto il desiderio di sopravvivere, ma la volontà di prosperare. Le figure di Tarasenko abitano mondi instabili, segnati da tempeste, fuoco, acqua e violenza, eppure non appaiono semplicemente come vittime di queste forze. Le attraversano, vi si abbandonano e, a tratti, sembrano riuscire a canalizzarle. I loro corpi diventano condotti di energia, sospesi tra fragilità e determinazione, paura e desiderio, crollo e rinnovamento.
Nella serie dei coltelli, le antiche mannaie raccolte dall’artista nel corso dell’ultimo anno diventano oggetti carichi di tensione. Arrugginite, consumate e segnate dal tempo, portano con sé storie di uso e violenza. La loro funzione originaria resta leggibile, sollevando interrogativi su chi le abbia impugnate e a quale scopo. Ora sottratte alla loro utilità, vengono trasformate in supporti pittorici: oggetti di contemplazione, non più di uso. In un’opera, un piccolo intaglio a forma di lacrima nella lama rivela un dipinto nascosto al suo interno. Nel mezzo di una notte buia e tempestosa, emerge una giornata illuminata dal sole, suggerendo la possibilità della luce dentro la frattura, o del rinnovamento dentro la minaccia.
In Flight of the Valkyries, piccole figure femminili cadono dal cielo come meteore. In fiamme e circondate da fulmini, precipitano verso la terra avvolte dal fuoco. Sospese in un momento di divenire, il loro potenziale resta ancora sconosciuto. L’opera evoca la vita come una grande catapulta: il tempo si muove in una sola direzione, trascinandoci in avanti con una forza che sfugge al nostro controllo. Le figure di Tarasenko diventano creature di possibilità, capaci tanto di creazione quanto di distruzione, nel bene e nel male.
In definitiva, Eternal Conduit esplora il movimento caotico e instabile della vita e le forze che ci spingono ad attraversarla. Vulnerabili ma determinate, fragili ma desideranti, le figure di Tarasenko incarnano una condizione umana fondamentale: il desiderio di continuare ad avanzare nonostante l’ incertezza, alla ricerca di senso, gioia e trasformazione nel cuore della tempesta.
BIO
Anastasiya Tarasenko è nata a Kyiv, Ucraina, nel 1989, e si è trasferita negli Stati Uniti con la famiglia nel 1995. Ha conseguito un MFA presso la New York Academy of Art. Il suo lavoro è stato presentato in mostre personali e collettive a livello internazionale, e l’artista ha curato diverse mostre collettive a New York, Boston e in Germania. Nel 2024 è stata Artist Fellow presso il National Arts Club e artist-in-residence presso Silver Art Projects. Tarasenko vive e lavora a Queens, New York.