Il cortometraggio non è il parente povero del cinema. Riflessioni alla fine del Figari Short Film Fest

In Sardegna va in scena, ormai da molti anni, un festival dedicato ai cortometraggi e agli esordi di giovani registi. Con il direttore artistico, Matteo Pianezzi, facciamo il punto sulle potenzialità e i limiti di un mercato su cui l’Italia è ancora in ritardo

Venti minuti. È la soglia massima che identifica, nel perimetro del tax credit italiano, un cortometraggio. Una misura tecnica, solo in apparenza. Per Matteo Pianezzi, direttore artistico del Figari International Short Film Fest, che quest’anno si è tenuto dal 15 al 20 giugno a Golfo Aranci, stabilire questa soglia è stato anche il risultato di una battaglia politica: difendere il corto da tutto ciò che corto non è, ma rischiava di assorbirne risorse e riconoscimento.

 Figari Short Film Fest
Figari Short Film Fest

Il riconoscimento del cortometraggio al Figari International Short Film Fest

Uno dice: ma perché non avete portato il limite a trenta minuti?”, racconta Pianezzi. “In realtà c’è un problema: quando parli di minutaggio, inglobi tutto quello che è serialità tv, doc tv e altri prodotti con una larga distribuzione che non sono pensati per essere corti. E quasi l’80% del tax credit veniva preso da prodotti che non erano corti”.
La sedicesima edizione del Figari ha selezionato 35 cortometraggi tra oltre 2mila titoli arrivati da più di quaranta Paesi. Ma la questione più interessante non sta nei numeri. Sta nel modo in cui il festival, negli anni, ha smesso di essere solo una vetrina, ed è diventato un’infrastruttura.

 Figari Short Film Fest
Figari Short Film Fest

Valorizzare il cortometraggio in Italia

Il corto è poco interessante politicamente perché non girano tanti soldi” spiega Pianezzi “Quindi ha meno peso. E quando si blocca il sistema – lungometraggi, industria, finanziamenti pubblici – come sta accadendo adesso in Italia, il cortometraggio non diventa automaticamente più libero: Si blocca tutto”.
Il punto è il modo in cui in Italia si continua a discutere di sostegno pubblico alla cultura. “C’è una narrazione sbagliata” continua Pianezzi “Un’opera che incassa tanti soldi non ha bisogno del finanziamento pubblico perché può già andare da sola. Invece il documentario, il film difficile, quello che tratta temi di nicchia, deve poter arrivare a tutti. È lì che il finanziamento pubblico è l’eccezione culturale”.

La costruzione di una filiera del cortometraggio

Giuseppe Tommasini, cofondatore di Advista Studio – lo studio che cura l’identità visiva del Figari e si occupa di promozione cinematografica dallo sviluppo alla distribuzione – osserva il problema da un’altra posizione: quella di chi lavora sull’identità dei film e sul loro incontro con il pubblico. “Il film è un’opera intellettuale che va preservata nella sua autenticità, ma quando incontra un pubblico diventa prodotto. Non è disdicevole accettare che il cinema sia industria. Dietro un’opera che funziona ci sono tecnici, persone pagate. Non sminuisce il valore dell’opera, anzi, l’opera che ti racconti da solo, sull’isola, non serve a nessuno. Per assurdo, non serve neanche a te“.
È qui che il Figari trova il suo spazio: nella costruzione di una filiera. “Il nostro festival nasce come momento d’incontro. Quando ci siamo accorti che i buyer iniziavano ad acquistare i corti, che i produttori si mettevano in contatto con i registi per l’anno dopo, abbiamo detto: quello che sta succedendo qui è già un mercato. Diamogli un nome, diamogli una struttura”. A confermare che il Figari è un festival che dialoga con network europei, quest’anno uno dei progetti è arrivato dal Marché di Cannes, altri ancora da festival di Bruxelles e spagnoli. Il lavoro consiste nel selezionare progetti in sviluppo, mettere insieme produttori, distributori, buyer, broadcaster e piattaforme. Nell’edizione 2026, il Premio Looking4 è andato ai produttori Selin Van Laethem e Sven Spur; il Premio WeShort a Prove tecniche di empatia di Jacopo Cullin; il Premio Rai Cinema e il Premio France TV a Tempi supplementari di Matteo Memé.

Come aiutare la crescita del mercato del cortometraggio?

Ma il nodo più fragile arriva prima. “Il passaggio più fragile è quello fra lo scrivere e il produrre. È lì che bisognerebbe investire molto di più. Un esempio concreto riguarda le coproduzioni” spiega Pianezzi “In Italia stiamo lavorando moltissimo come coproduttori minoritari sui lunghi, ma non esistono fondi di coproduzione minoritaria o diretta per i corti. È uno dei punti in cui la filiera si interrompe: proprio dove il corto potrebbe servire a costruire relazioni internazionali tra produzioni piccole, prima di arrivare a progetti più grandi”. Tommasini individua la stessa frattura dal lato della comunicazione: “Il produttore ha tutta la potenzialità del marketing in pre-produzione, ma dice che deve occuparsene il distributore. Il distributore arriva con il film chiuso e si adatta a format già rodati. Nessuno pensa alla potenzialità di un film ancora in sviluppo”.

Potenzialità e limiti del cortometraggio

Per Pianezzi il problema è anche il coraggio. “Il corto è proprio un linguaggio in sé per sé. Ti deve permettere di osare, di rischiare. Molto spesso invece noi italiani siamo un po’ restii al rischio. Nessuno ha bisogno del compitino, oggi”. “Esiste un’economia del cortometraggio e credo che stia crescendo” sottolinea Tommasini “Lo vediamo dai player che investono, nelle piattaforme dedicate, nell’interesse di broadcaster che stanno iniziando a capire il potenziale del formato breve”.
Alla domanda su cosa manchi al cortometraggio italiano per competere davvero, non solo nei festival ma nella distribuzione e nella percezione critica, Pianezzi individua due assenze: “Da un lato una volontà politica di renderlo importante quanto il resto. Dall’altro una visione più ampia, internazionale: bisogna uscire dal nostro giardino”.
Tommasini invece, che lavora con chi deve vendere quei progetti, risponde: “Non il budget, non il potenziale commerciale. È l’assenza di una visione da parte di chi lo fa.” E individua nell’eccesso di ambizione narrativa l’errore più comune tra i corti che provano a entrare nel mercato e non ci riescono: “Il più grosso errore è voler raccontare troppo: la vera difficoltà di un corto riuscito è chiuderlo bene“.

La domanda che resta al centro della riflessione, allora, è questa: se il cortometraggio è davvero il luogo in cui si scoprono nuovi autori, perché continuiamo a trattarlo come il parente povero del cinema?

Alessia de Antoniis

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Alessia de Antoniis

Alessia de Antoniis

Giornalista e autrice, modera incontri su cinema e teatro e scrive di arti sceniche, libri e viaggio. Collabora con Globalist e Wondernet Magazine, dopo esperienze per Exibart, NextGen e Manintown. Ha curato la comunicazione e moderato panel in festival, seguendo…

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