Se Martin Margiela è uno stilista di successo, lo si deve anche a una designer italiana

Fra le tante prescelte, le prime in coda per le ordinazioni davanti all’iconica tenda in plastica silver della Maison, c’era lei, Laura Urbinati. Quando Martin Margiela e il suo brand erano un enigma per tutta la moda, lei scelse di scommettere sulla sua linea, portandola a Los Angeles

La storia tra lo stilista Martin Margiela (Genk, 1957), che ora vuole vivere nel totale anonimato, e la buyer e imprenditrice Laura Urbinati non inizia con volti velati in chiffon né con tabi shoes saldate alla pianta del piede da due stretti giri di scotch. Questa storia inizia piuttosto con una folgorazione infallibile, enigmatica e pressoché indecifrabile perché sussurrata in emulsioni di cimose fruscianti o di stampe trompe l’oeil da primissima fotocopiatrice. Dove fosse il primo show-room del brand è quasi un rebus. Da qualche parte lassù, a nord di una Barbès, non proprio mansueta come la si vive ultimamente. Fra le tante prescelte, le prime in coda per le ordinazioni davanti all’inconfondibile tenda in plastica silver, associata al marchio allora chiamato Maison Martin Margiela, c’era lei: Laura Urbinati. “Non avevo un appuntamento più importante di quello. C’era l’emozione di tornare a Parigi e trovare al concierge l’invito più assurdo del mondo”, racconta Urbinati, che dal 1989 fa di Margiela uno dei brand cardine della sua boutique di Los Angeles, e prosegue: ”C’era l’attesa di dove ci avrebbe portato e cosa ci avrebbe fatto vivere per quella stagione”.

Photo Alessandro Timpanaro
Photo Alessandro Timpanaro

Lo spirito di Laura Urbinati

Gli abiti sono tutti suoi, ciascuno con una voce propria, compagni di mille peripezie. Dalle feste allo Chateau Marmont fino alla sua Roma, passando per Pesaro e poi Milano, dove oggi vive. Anche se il suo cuore è rimasto sulle spiagge di Malibu, coperto di sale ad aspettare il tramonto. “Per me Margiela è stato la rottura di tutto e la cosa più naturale del mondo, come quando incontri una persona e in fondo sai già che gli sei da sempre appartenuta. Non lo riesci a spiegare”. Come quando hai davanti qualcuno che non parla la tua stessa lingua, ma in un modo o nell’altro trovi una via di comunicazione, un’intesa al di là del dove e del come. Prosegue: ”Ti inebriava. Era come assistere a uno spettacolo di Pina Bausch o come prendere un volo di sola andata per NY per una personale di Jean Michel Basquiat. Non credo sia più esistita una forma tanto forte”. In quegli anni l’hanno provato a fare in tanti, ma viene da chiedersi quale sia la grande differenza con un fenomeno complesso che sembra essere a tutti gli effetti un’indagine olistica sull’abbigliamento e il suo abitante. “Si può solo immaginare cosa fosse entrare in quegli appartamenti délabré tutti foderati di bianco, vedere tutti i suoi collaboratori in camice, con le tabi in crosta. Entrava la signora borghese con la borsa di Chanel o la ragazzotta come me, che faceva fatica a pagare i conti, ed era tutto uguale. Nessuna differenza di trattamento. C’era onestà. Ti sentivi parte di quella dimensione pur appartenendovi solo idealmente”.

Il successo di Martin Margiela

L’attesa si univa allora allo stupore per pezzi davanti a cui era quasi impossibile non domandarsi se l’incompiutezza non fosse altro che un saggio diversivo per risolvere una completezza fin troppo disarmante. “Al di là dell’eccezionalità dei suoi capi ciò che mi sconvolge ancora è la quantità di genialità che c’era in lui. Ogni sua stagione avrebbe previsto lo sforzo di quattro collezioni di un altro essere umano. C’era una preparazione più concitata di una pièce di teatro che va in tournée per 10 anni. L’invito, la sfilata, la musica, i gadget, tutto aveva un’identità precisa, talmente lui”. Esistono espressioni che ci fanno dubitare, altre ancora sono come inestinguibili combustioni. La collisione con queste è rovinosa e si diventa un tutt’uno, le bruciature restano sulla nostra superficie, orme tanto metaforiche quanto emotive. Quante memorie, quanti frammenti di verità cuciti a doppio filo all’asola di una giacca, all’orlo sfilacciato di uno smanicato. “Ho visto volti trascolorare davanti ai capi che indossavo. In Italia mi guardavano come se fossi matta. Ma a Los Angeles era all’ordine del giorno. All’epoca Margiela era un brand molto apprezzato dal panorama intellettuale legato all’industry. Molti ne avevano fatto una fede, altri un’ossessione“, dice. “Mi ricordo che un giorno una delle mie clienti più affezionate entrò in boutique, era agosto e quell’anno proponevo soprabiti smanicati in panno rosso fiamma. Brandiva una sua polaroid, chiedendomi di portarla fino a Parigi all’attenzione di Martin. Lei era completamente posseduta, voleva diventare la sua musa. Passava almeno 3 ore al giorno a provare i nuovi arrivi, studiava i lookbook come se ne andasse della sua stessa vita”.

Il mondo di Laura Urbinati

Con quel negozio di Los Angeles, Laura Urbinati ha senza ombra di dubbio attratto un pubblico glitterato-impegnato. Se si passava fuori dagli orari di punta non era raro incontrare, tra abiti Clements Ribeiro, Dirk van Saene ed Helmut Lang, una giovanissima Sofia Coppola o Angelica Huston con una gonna in crepe nero dagli orli bruciacchiati intenta a districarsi fra le tante relle. “Credo lo comprassimo tutte per il suo essere silenzioso. Margiela aveva il dono di non prendere il sopravvento su di te. Per me resterà sempre uno dei progetti moda più sexy che siano mai esistiti anche perché non nasce con questo intento, ma qualcosa di inaspettato si manifesta quando lo si indossa. Ti metti un maglioncino con quattro stitches dietro, sei anonimo, ma al tempo stesso condividi uno sterminato corollario di sensi e riflessi. Mi sentivo ordinaria, ma per me è stato uno dei regali più grandi”.

Amir Capogrossi Badreddine

Photography by Alessandro Timpanaro
Styling by Ariel Bretas
Art Direction by Amir Capogrossi Badreddine
Hair & Makeup by Matilde Davolio
Hair & Makeup ass by Nicole Melillo
Casting by Martina Amadori
Photography Assistant Francesco Speranza
Styling Assistant Leonardo Vantaggi
Model Eliza Petersen
Special Thanks Laura Urbinati

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Redazione

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