Isadora Neves Marques | Guendalina Cerruti

Informazioni Evento

Luogo
UMBERTO DI MARINO CASA DI MARINO
Via Monte di Dio, 9, Napoli, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al
Artisti
Guendalina Cerruti, Isadora Neves Marques
Generi
arte contemporanea, doppia personale

Due mostre.

Comunicato stampa

Isadora Neves Marques
Love in the Paleolithic

Inaugurazione: sabato 23 maggio 2026, dalle 11:00 alle 19:00
Durata: fino al 30 luglio 2026

Sede espositiva: Casa Di Marino - Via Monte di Dio, 9, 80132 - Napoli
Orario: lunedì – venerdì, ore 11:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

Siamo molto felici di inaugurare Love in the Paleolithic, di Isadora Neves Maqrues, primo progetto personale interamente concepito e sviluppato negli ambienti di Casa Di Marino. La mostra segna l’avvio di un nuovo capitolo nella programmazione della galleria, attivando la dimensione domestica come spazio di sperimentazione e ricerca, in cui si alterneranno progetti personali e nuove produzioni degli artisti rappresentati e non.

Abitare questo contesto significa anche metterne in discussione le consuetudini. Le logiche della decorazione domestica vengono piegate e rimesse in gioco, mentre lavori recentissimi si inseriscono in un ambiente privato, contribuendo a ridefinire il rapporto tra spazio e esposizione. In dialogo con la quotidianità della famiglia Di Marino, queste immagini che evocano una preistoria possibile, più che ricostruita, aprono a una riflessione in divenire e tracciano le prime linee di un nuovo ciclo di opere su cui Isadora Neves Marques è ancora al lavoro. La mostra si configura così come una soglia, un momento di passaggio che lascia intravedere il processo prima della sua compiutezza, una visione che si offre come work in progress.

Segue un testo scritto dall’artista:

“Alcuni anni fa ho scoperto che una delle più antiche rappresentazioni sessuali conosciute nella storia dell’arte si trova nel mio paese d’origine. Nella remota valle del Côa, nel nord del Portogallo, al confine con la Spagna, tra incisioni rupestri di cavalli e altri animali, esiste un’immagine paleolitica di un uomo che ha un rapporto con un toro. È molto raro trovare rappresentazioni di figure umane nel Paleolitico, e ancora più raro in una scena di natura sessuale.

Ho visitato questo disegno l’anno scorso, di notte, sotto la luna piena, con l’aiuto di un archeologo. Abbiamo dovuto camminare nell’erba alta lungo un ruscello, con l’acqua che scorreva malinconicamente nelle orecchie, evitando le zecche che cercavano di saltarci addosso. La luna era così luminosa che riuscivamo a vedere la valle a occhio nudo. Superati alcuni alberi dai rami bassi, l’archeologo ha puntato la torcia verso un masso, ed eccolo lì, un grande toro, disegnato con precisione in uno stile realistico, e sopra di esso la figura di un uomo, con la bocca aperta, un fallo enorme, una linea espressiva e diretta a indicare l’eiaculazione e diverse linee ondulate sopra la testa, che l’archeologo interpretava come un orgasmo o come lo spirito dell’uomo che abbandona il corpo. Il disegno rupestre potrebbe risalire a 35.000 anni fa, ma credo che quella sensazione la conosciamo tutti, no?

Il disegno del Côa non è una semplice scena sessuale tra due esseri umani. È una scena tra un umano e un animale che, ai miei occhi, al di là del tabù, mette in luce l’intensità di sentimenti senza vincoli, quasi disumani, che tutti affrontiamo, ieri come oggi, quando si tratta di sesso e amore. Siamo separati dai nostri antenati paleolitici dal linguaggio e dalla psicologia, e da tutti questi discorsi sofisticati sull’ego, eppure, nonostante ci consideriamo così intelligenti e civilizzati, siamo altrettanto posseduti dalle nostre emozioni primarie, dal desiderio, dalla passione e dall’ambigua confusione tra gelosia e idealizzazione. Il desiderio di amare e di essere amati.

Da solo per mesi in una grande casa messa a disposizione dalla Luma Foundation ad Arles, nel sud della Francia, vicino ai luoghi in cui sono stati rinvenuti resti di Neanderthal, ho dipinto il disegno del Côa a memoria. Poi ho cercato altre immagini sessuali preistoriche, dipingendo variazioni di ciascuna, cercando di instaurare con esse un rapporto intimo. Non sono molte quelle che conosciamo, alcune incisioni rupestri in Val Camonica, nelle Alpi italiane, altre in Scandinavia. Alcune rappresentano anch’esse rapporti tra umani e animali, altre mostrano due esseri umani che si abbracciano.

Nel ridipingere queste immagini antiche ho trovato un modo per riconnettermi con me stesso. Dopo una formazione come pittore, non dipingevo da quindici anni. Mentre il mio lavoro nel cinema cresce di scala e la mia carriera parallela si sviluppa in veri e propri lungometraggi per le sale, dopo Rotterdam e Cannes, sto ritrovando un rapporto personale con l’arte in questi piccoli gesti pittorici, ognuno simile a un frammento poetico, cosa che chi mi segue sa quanto ami.

Naturalmente, detto tra noi, sto anche realizzando un film con dei Neanderthal innamorati, che avrete modo di vedere presto, portando per la prima volta il disegno del Côa nel cinema, e dipingendo i diversi divani su cui ho fatto psicoterapia negli anni, persino le vecchie scarpe consumate del mio terapeuta. Un’idea, o un’immagine, ne genera sempre un’altra.

Stiamo vivendo tempi confusi. E a volte ci ritroviamo soli a chiederci a cosa ci abbia condotto tutta questa intelligenza. Per andare avanti con speranza, umanità e desiderio, sento il bisogno di tornare all’inizio. A ciò che ci ha resi umani. Al sesso e all’amore”.

Isadora Neves Marques, Aprile 2026

Guendalina Cerruti
Guendalina malatesta

Inaugurazione: sabato 23 maggio 2026, dalle 11:00 alle 19:00
Durata: fino al 30 Luglio 2026

Sede espositiva: Galleria Umberto Di Marino - Via Monte di Dio, 9, 80132 - Napoli
Orario: lunedì – venerdì, ore 11:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00

La Galleria Umberto Di Marino è lieta di annunciare Guendalina malatesta, prima mostra personale a Napoli di Guendalina Cerruti. Per questa occasione, l’artista presenta una nuova serie di lavori scultorei, sia ambientali che a parete, che si sviluppano attorno a una tensione precisa, quella tra potenziale creativo e costrizione, tra un’immaginazione che si avvita vorticosamente su se stessa e una realtà che tende a comprimerla.

Gli elementi che compongono il linguaggio visivo di Cerruti, come reti metalliche, fili dorati e centinaia di farfalle, si ripetono con insistenza secondo una logica che sfiora l’ossessione ma si radica in una pratica lenta e disciplinata. Il gesto creativo assume i contorni di un fare manuale e paziente, vicino a una dimensione artigianale, dove la reiterazione diventa metodo e misura. In questo processo, l’estetica DIY si configura come una forma di resistenza, una resistenza del tenero contro l’iperrazionale e l’omologazione, capace di restituire valore a ciò che è fragile, eccentrico o eccedente.

Attraverso un’attenzione minuta ai dettagli, questi elementi apparentemente marginali acquistano una nuova intensità e ciò che nasce come frammento domestico o percezione intima si trasforma in presenza plastica e corale, attivando un sistema di rimandi e accumulazioni. Ne emergono assemblaggi stratificati, tra sculture, collage, oggetti-arredo e narrazioni personali, che si compiono nell’incontro con lo spettatore, dove la dimensione privata si apre a forme di affettività condivisa. Lo sguardo dell’artista si posa su gesti e ambiti marginali, il superfluo, il domestico, l’ordinario, restituendoli come un lessico capace di produrre senso. Le opere si configurano come presenze sensibili, capaci di instaurare una relazione diretta con chi osserva, attivando una dimensione di prossimità e coinvolgimento. Allo stesso tempo, le strutture a griglia mantengono una funzione ambivalente e si configurano come barriere emotive che insieme proteggono e separano. Questo nuovo corpo di opere rivela una doppia anima, da un lato un tono cupo e quasi oscuro, dall’altro un’energia vitale e imprevedibile. La contraddizione è intenzionale e riflette una mente affaticata e nevrotica che proprio nel momento della creazione trova una forma di sospensione e incanto.

La riflessione proposta da Cerruti porta al centro la salute mentale nella contemporaneità, interrogando il peso delle aspettative sociali e il potenziale del pensiero creativo anche quando si manifesta come gesto minimo. Il micro non è qui sinonimo di marginalità ma si afferma come lingua totalizzante, capace di incrinare una logica iperindividualista e di costruire un’infrastruttura dell’emotività condivisa. Con Guendalina malatesta, l’artista costruisce un paesaggio sensibile che richiede tempo e attenzione. Le barriere invitano e trattengono, mentre l’intimità si dilata fino a farsi corale. In questo spazio la fragilità, lungi dall’essere debolezza, si manifesta come forza resistente e generativa.