Nella mostra di Marina Abramović a Venezia c’è davvero una trasformazione di energia?
Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, la nuova mostra dell’artista serba mette al centro un’esperienza performativa costruita su energia e presenza. Ma una domanda sulla “trasformazione” apre una frattura nel discorso
Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, Transforming Energy, la mostra di Marina Abramović (Belgrado, 1946), si presenta come un dispositivo esperienziale che si estende oltre la forma espositiva tradizionale. Inserita nel contesto della Biennale Arte 2026, la mostra è aperta al pubblico dal 9 maggio al 30 settembre 2026 e si costruisce attorno a un’idea precisa: mettere lo spettatore in condizione di determinare la propria presenza. Ci sono esperienze che iniziano prima di essere comprese. Non chiedono interpretazione immediata, ma una sospensione. È in questa zona, fatta di lentezza e attenzione, che si colloca il percorso performativo proposto da Abramović.

La mostra di Marina Abramović a Venezia
Lo spettatore non entra in una mostra nel senso consueto del termine. Attraversa una sequenza di ambienti, ognuno costruito attorno a una relazione precisa tra corpo, materiali e tempo. I cristalli, disposti come dispositivi di concentrazione, e le ciocche di capelli, che introducono una dimensione intima e quasi organica, non funzionano come elementi decorativi. Sono presenze che chiedono di essere abitate. In questo percorso, ogni spettatore è chiamato a determinare la propria presenza. Non si tratta di partecipazione spettacolare, ma di una forma di attenzione radicale: stare, fermarsi, percepire. Il tempo si dilata, il gesto si riduce. Il corpo diventa il luogo in cui qualcosa potrebbe accadere. L’intensità è reale, tangibile. Ma resta una domanda sospesa: questa intensità è già trasformazione, o ne è soltanto la condizione preliminare? È una domanda che accompagna l’esperienza e riemerge nel momento della parola.
Durante la conferenza stampa, il lessico utilizzato da Abramović è coerente con quello che il suo lavoro ha costruito negli anni: energia, presenza, passaggio dal fisico al metafisico. Non c’è esitazione nel rivendicare la dimensione trasformativa dell’esperienza. Ma è proprio qui che si apre uno spazio critico.
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Arte, partecipazione, energia in Marina Abramović
Durante l’incontro, una domanda mette in tensione questo impianto:
“Quando parla di trasformazione dell’energia, come evita che questa non diventi qualcosa che il pubblico si limita a consumare come intensità, piuttosto che qualcosa che lo trasformi realmente?”
La risposta è immediata. Abramović insiste sul fatto che i materiali utilizzati, in particolare i cristalli, possiedono una “vera energia”, capace di agire direttamente sul corpo e sulla percezione dello spettatore. Non si tratterebbe quindi di una metafora o di una costruzione simbolica, ma di una condizione reale, attiva.
Sulla stessa linea si colloca il curatore Shai Baitel, che rafforza questa posizione sottolineando come l’esperienza proposta non sia soltanto percettiva o interpretativa, ma fondata su una dimensione energetica effettiva, in grado di produrre effetti concreti.
È in questa convergenza che si apre una frattura sottile ma decisiva.
I cristalli di Marina Abramović a Venezia
Se l’energia è dichiarata come reale, e se la trasformazione dipende da questa energia, allora il rapporto tra opera e spettatore si sposta. Non si tratta più soltanto di attraversare un’esperienza e costruirne il senso, ma di riconoscere come valida una premessa. La questione non è più soltanto cosa si percepisce, ma anche a cosa si aderisce.
Questo passaggio modifica profondamente il ruolo dello spettatore. Da soggetto attivo di un’esperienza, diventa il punto in cui quell’esperienza deve trovare conferma. La trasformazione non emerge più necessariamente da una relazione aperta e indeterminata, ma rischia di essere già inscritta in un sistema che ne presuppone l’esistenza.
Eppure, proprio nell’esperienza iniziale, qualcosa resiste a questa chiusura.
Nel silenzio degli ambienti, nel contatto con i materiali, nella sospensione del tempo, non c’è nulla che imponga una lettura univoca. L’intensità che si percepisce non ha ancora un nome. Non chiede adesione, ma disponibilità. È una condizione fragile, che potrebbe aprire a una trasformazione, ma che non la garantisce.

Il ruolo dello spettatore per Marina Abramović
È forse qui che si gioca la tensione più interessante del lavoro di Abramović oggi: tra un’esperienza che resta aperta e un discorso che tende a chiuderla. Tra un’intensità che potrebbe trasformare e un linguaggio che dichiara la trasformazione come già avvenuta.
La domanda, allora, non è se i cristalli abbiano o meno una “vera energia”. Ma cosa accade quando l’arte chiede allo spettatore di riconoscerla come tale.
Tra presenza e credenza, tra intensità e trasformazione, si apre un territorio incerto. Ed è proprio in questa incertezza che il lavoro di Abramović continua a produrre, ancora oggi, le sue frizioni più vive.
Antonino La Vela
Venezia // Fino al 18 ottobre 2026
Marina Abramović. Transforming Energy
GALLERIE DELL’ACCADEMIA, Campo della Carità 1050, 30123
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