Giorgio Griffa – Ritmi e pause

Informazioni Evento

Luogo
STAMPERIA D'ARTE ALBICOCCO
Via Ermes di Colloredo, 8, 33100 , Udine, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

da lunedì a sabato 9/12 - 16/18, domenica 10/12

Vernissage
30/04/2026

ore 18

Artisti
Giorgio Griffa
Generi
arte contemporanea, personale

La mostra personale dell’artista Giorgio Griffa “Ritmi e pause” , inserita nel ricco programma di eventi dell’edizione 2026 del festival “Vicino Lontano”.

Comunicato stampa

Giovedì 30 aprile alle ore 18.30 inaugura, negli spazi della Stamperia d’arte Albicocco in via Ermes di Colloredo 8c a Udine, la mostra personale dell’artista Giorgio Griffa “Ritmi e pause” , inserita nel ricco programma di eventi dell’edizione 2026 del festival “Vicino Lontano”.
La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Magonza edizioni con introduzione di Luca Pietro Nicoletti.

Nell’estate 2025 Giorgio Griffa aveva realizzato con l’aiuto di Corrado e Gianluca Albicocco tre grandi matrici per acquatinta lunghe e strette, attraversate ciascuna come un fregio da un unico andamento lineare: una spezzata e puntuta, come un incedere per vette aguzze e improvvise cadute; un’architettura dalle anse rettangolari dalla cadenza più lenta; un sinuoso serpente dal tortuoso andamento ondulato, ripetutamente ritornante su se stesse. A queste tre, poi, nella primavera del 2026 si è aggiunta un’altra incisione, meno grande delle precedenti, stampata poi in tre varianti di colore. Sono questi grandi fogli i protagonisti della mostra Giorgio Griffa. Ritmi e pause presso la Stamperia d’Arte Albicocco di Udine, che persegue anche in questo caso la linea sperimentale di accompagnare verso il linguaggio della calcografia i grandi maestri contemporanei, escogitando tecniche e procedimenti di volta in volta adatti a restituire sulla lastra di zinco le impressioni e gli effetti ottenuti in pittura. in questo caso, in particolare, si trattata di ottenere in incisione quel tono impalpabile ed evanescente che l’artista torinese - incluso suo malgrado fra i protagonisti della stagione della pittura “analitica” – ottiene tracciando liquidi e trasparenti segni di puro colore sulle tele di lino prive di telaio, o su carte ingiallite.
La scommessa di queste immagini, però, si pone non solo sul piano della traduzione di uno stile pittorico su una superficie specchiante che può disorientare, che non consente lo stesso esito immediato del segno tracciato con un colore, ma si gioca soprattutto sulla conversione di un metodo di lavoro di lungo periodo, oggetto per Griffa di costanti e reiterate riflessioni, alle esigenze tecniche della calcografia. Non era così ovvia, per esempio, la restituzione di quel segno fluido tipico della sua pittura - che talvolta rasenta i modi della calligrafia vera e propria – con la vernicetta coprente che impermeabilizza la lastra anziché con i suoi amati pigmenti ad acqua, che precludeva al contempo un riscontro istantaneo sulla trasparenza impalpabile del colore. Da subito Griffa mise a punto un dispositivo pittorico tutto in evidenza, basato su una scommessa di esattezza, che non ammetteva margini di errore e non consentiva pentimenti: la trama, fin dai primi esperimenti, è sempre stata a vista e improntata a un trattamento alla prima, senza possibilità di intervenire in un secondo tempo sul già dipinto. Ogni volta che il pennello tocca la tela o il foglio di carta deve seguire un ritmo e una disciplina ordinate, e sta all’artista sapersi fermare per tempo: non è solo questione di poetica del “non finito”, per quanto centrale nel ragionamento di Griffa, come indicazione di un potenziale completamento del campo secondo le indicazioni date, ma di calibrare il ritmo fra riempimento e spazi di riposo che diano compiutezza a quel carattere provvisorio. Tutta la riflessione di Griffa, in fondo, verte sul segno e sulla sua dimensione tanto materialmente concreta quanto eterea e inafferrabile, fin quasi a una scissione fra i due concetti: fra la memoria del medium e la costituzione del segno come “individuo” con una identità autonoma. Di certo rimaneva intatto, come diceva l’artista stesso, il desiderio, di «introdurre spazi di silenzio», con le ricadute che questo poteva avere sulla percezione del lavoro e della sua finitezza nel non finito: «il lavoro», mi dice «è compiuto quando mi fermo, cioè quando rimane una parte di silenzio». Tutto, insomma, si tiene su uno stato di sospensione e rarefazione tanto visiva quanto temporale.

LUCA PIETRO NICOLETTI