La telenovela continua. Il Ministro Giuli diserterà l’inaugurazione della Biennale di Venezia
Tutto ha inizio con la decisione del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di consentire la riapertura del padiglione russo, assente dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. Una scelta motivata dall’istituzione con il principio di apertura: qualsiasi Paese riconosciuto dalla Repubblica italiana può partecipare, in nome del dialogo e della libertà artistica
Una decisione clamorosa, ma anche paradossale nei suoi sviluppi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha annunciato che non prenderà parte né alle giornate di pre-apertura né alla cerimonia inaugurale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, prevista il 9 maggio 2026. Una diserzione plateale dell’evento artistico più importante al mondo ospitato proprio nel suo Paese, e che include anche il Padiglione Italia. La scelta arriva al culmine di una sequenza di tensioni politiche e culturali che, nelle ultime settimane, hanno trasformato la Biennale in un vero campo di scontro geopolitico.
Il Padiglione russo e lo scontro Giuli-Buttafuoco
Tutto ha inizio con la decisione del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di non ostacolare la riapertura del padiglione russo, assente dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. Una scelta motivata dall’istituzione con il principio di apertura: qualsiasi Paese riconosciuto dalla Repubblica italiana può partecipare, in nome del dialogo e della libertà artistica. Ma la decisione scatena immediate reazioni. Lo stesso Giuli prende le distanze, mentre il presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone parla apertamente di una questione “geopolitica”. Il ministro arriva persino a chiedere il passo indietro di Tamara Gregoretti, rappresentante del ministero nel CdA della Biennale, accusata di non aver segnalato né contrastato adeguatamente la scelta.
La conferenza di presentazione del Padiglione Italia: continua lo scontro
Poi, durante la conferenza di presentazione del Padiglione Italia continuano a manifestarsi segnali evidenti di rottura. L’incontro, aperto con un intervento di Giuli dai toni durissimi, quasi apocalittici, si è chiuso con il tentativo di defilarsi del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, visibilmente restio ad affrontare eventuali domande. Una dinamica che ha messo in luce anche una gestione anomala della comunicazione: in una sala gremita di funzionari, uffici stampa, fotografi, dirigenti pubblici, ambasciatori e rappresentanti istituzionali, i giornalisti erano pochissimi e per di più confinati in uno spazio separato, dove la conferenza veniva trasmessa in streaming, rendendo di fatto impossibile qualsiasi interazione diretta. A rafforzare questa chiusura è intervenuto il direttore generale Angelo Piero Cappello, che ha limitato esplicitamente le domande al solo Padiglione Italia, rinviando ogni questione più ampia – dalla presenza della Russia alle tensioni tra ministero e presidenza – a un indefinito “prossimo momento”.
La reazione europea e il taglio dei fondi alla Biennale di Venezia 2026
La tensione si allarga rapidamente a livello internazionale. La Commissione europea condanna duramente la riapertura del padiglione russo e, il 23 aprile 2026, annuncia il taglio di due milioni di euro di finanziamenti alla Biennale. Una misura accompagnata da un ultimatum di 30 giorni per giustificare la decisione. Parallelamente, una lettera firmata da 22 Paesi europei ribadisce l’importanza dei valori comuni (libertà artistica sì, ma anche rispetto della dignità umana), mettendo ulteriormente sotto pressione l’istituzione veneziana.
La svolta della giuria della Biennale di Venezia che esclude Russia e Israele dai premi
A complicare ulteriormente il quadro arriva, il giorno successivo di questa lunga soap opera, la decisione della giuria internazionale della Biennale, presieduta da Solange Oliveira Farkas. In linea con un orientamento etico già tracciato dalla curatrice Koyo Kouoh, la giuria stabilisce che non verranno presi in considerazione per i premi quei Paesi i cui leader sono accusati di crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale. La conseguenza è immediata: Russia e Israele esclusi dalla competizione per i Leoni. Una presa di posizione esplicitamente politica, che riflette il clima globale segnato dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Medio Oriente, e che trasforma la Biennale in uno spazio di confronto etico oltre che artistico. Ma se la Biennale ha difeso la partecipazione di Russia e Israele perché poi ha accettato silentemente la decisione della Giuria di discriminarli?
La decisione del ministro Giuli di non partecipare all’inaugurazione della Biennale Arte 2026
È così all’indomani di questa decisione che arriva il comunicato ufficiale del ministero: Giuli non sarà presente a Venezia. Una scelta che appare, a molti osservatori, quasi grottesca nella sua evoluzione. Dopo settimane di polemiche contro la riapertura del padiglione russo – e dopo che la stessa Biennale, attraverso la giuria, prende una posizione che di fatto limita il riconoscimento internazionale di Russia e Israele – il ministro decide comunque di disertare l’evento non essendo riuscito a ricondurlo al suo volere. Non solo: lo fa rinunciando anche a rappresentare il proprio Paese visto che dalle comunicazioni di Giuli sembra che non presenzierà neppure al Padiglione Italia. Il risultato è una situazione che sfiora il paradosso: il rappresentante della cultura italiana sceglie di non partecipare alla più importante manifestazione culturale globale ospitata dall’Italia, proprio nel momento in cui essa diventa terreno centrale di dibattito politico.
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