Provincia Cosmica. Intervista a Giacomo Giovannetti, artista “plurale” dell’entroterra marchigiano
La testa di Giacomo Giovannetti è un frullatore di idee e possibilità. Alex Urso lo ha raggiunto a Roncitelli, frazione di Senigallia. In questo posto poco incline ai linguaggi contemporanei, l’artista porta avanti la sua ricerca. Mettendo l’individuo al centro
Giacomo Giovannetti è uno, ma potrebbe benissimo essere molti di più. Nato a Senigallia nel 1983, l’artista marchigiano ha infatti condotto negli anni una ricerca fondata sullo scambio e sul dialogo con l’altro. Nel suo processo creativo, l’altro è l’elemento fondante: ora in funzione attiva – collaborando alla realizzazione dell’opera attraverso laboratori e momenti di confronto – ora in maniera passiva – destinatario ultimo del messaggio –, la presenza di un interlocutore è per Giovannetti la ragione stessa dell’operare. Eppure, la sua visione globale nasce in uno studio lontano da (quasi) tutto: a Roncitelli, piccolo paese dell’entroterra anconetano.

Intervista a Giacomo Giovannetti
Artista, illustratore, educatore, fondatore del brand di abbigliamento streetwear sostenibile Upupa&Colibri. Fare una lista esaustiva degli interessi e degli ambiti intorno a cui graviti è un esercizio vano in partenza. Cosa cerchi?
Cerco la vitalità, non sono Picasso e non voglio imparare a dipingere “come un bambino”. Voglio piuttosto continuare a preservare e proteggere il me bambino e, idealmente, approcciarmi sempre all’arte come strumento di conoscenza, per entrare in contatto con le molteplici sfumature della quotidianità. Un processo apparentemente naif o scanzonato, ma a mio avviso molto coraggioso, dove si mette in conto un sistematico smarrimento. Perdersi, unica via per trovarsi. Oltre a questo, c’è una riflessione identitaria: preferisco il pittore della domenica al vate istituzionalizzato, trovo che il bricoleur possa affrontare e conoscere con maggiore sincerità ciò che lo circonda rispetto a una figura barricata in un’identità eccessivamente delineata. In quest’ultima riflessione trovo anche il senso profondo del vivere in provincia, o meglio in una periferia di provincia, un luogo connotato dalle partenze e non dagli approdi.
Quanto il posto in cui vivi soddisfa questa tua fame di immaginari?
Senigallia la fame non la soddisfa, la genera (infatti è conosciuta per i suoi ristoranti stellati). È un luogo perfetto per essere abbandonato da chi cerca stimoli culturali e vorrebbe “vivere di cultura”. Per questo forse preferisco vivere qui, per costruire un’arca di Noè per fuggirne, appartenere alla condizione di colui che va in cerca, più che a quella di chi è cercato. Anni fa, quando sono tornato nella città in cui sono nato dopo quasi vent’anni passati in giro, avrei risposto in maniera diversa a questa domanda, avrei avuto un maggiore entusiasmo, mi sarei soffermato maggiormente su genuinità, qualità della vita, ti avrei “parlato bene” di questo posto.
E invece oggi?
Invece oggi sono più ambivalente, ma credo che questa ambivalenza sia importante e fruttuosa per il mio lavoro. Forse mi priva di riconoscimenti e mi allontana da occasioni di visibilità e centralità, ma allo stesso tempo mi tiene sveglio e lucido rispetto a dei valori e a delle visioni che per non perdere la loro forza si devono confrontare costantemente “con la base umana”. Abito a sei chilometri dal centro, in un borgo di poche centinaia di persone. Qui posso vivere con la mia famiglia senza che il mio tempo venga per forza mediato dal consumo; passo ore nella natura dove mi alleno; ho una casa con il mio studio dove dipingo e creo con le mie figlie. Preferisco relazionarmi alla città per il lavoro che faccio a scuola con i bambini, per passeggiare con le mie figlie al mare e per frequentare pochi posti – tendenzialmente piccole librerie o al massimo locali dove stare tranquillo per bere un caffè o una birra. Abitare in un luogo del genere mi dà la possibilità di vivere in una forma radicale il processo artistico, senza illudermi o anestetizzarmi in circoli e dimensioni culturali autoreferenziali.
Preferiresti vivere in un grande città?
A volte si, a volte no. La maturità comporta dubbi, la vita è fatta di fasi. Questi anni li sto passando qui.
Giacomo Giovannetti e il rapporto con Mario Giacomelli
La tua è una visione “globale” (hai speso lunghi periodi in Ecuador e in giro per l’Italia) applicata al “locale” (scegliendo di avere in provincia la tua base). Mi racconti come vivi il tuo studio? E a quali figure della zona sei legato?
Il mio studio è il mio corpo, la mia città è lo sguardo che offro alla mia città. Sono molto legato alla figura di Mario Giacomelli, un fotografo senigalliese che in vita, un po’ come me, campava anche facendo altro: aveva una tipografia e un campeggio, era generoso, manteneva la sua originalità e spontaneità nel relazionarsi agli altri, nel vestirsi, nel gestire il suo tempo e la sua creatività. Senigallia ora gli ha riconosciuto mostre, ma non è mai riuscita ad andare a fondo nella sua poetica così impregnata di dolore, poesia, frammenti di vita passeggera che ha trasformato, sublimato. Se ho un sogno, per me, nella mia città, è quello di riuscire a comprare o a fare qualcosa con la sua tipografia, che si trova al piano terra del palazzo dove hanno vissuto i miei nonni e ora vivono i miei genitori, e dove ho vissuto io da bambino.
Dimmi di più…
Negli anni dopo la sua morte quella tipografia è stata una parruccheria, poi un negozio di abbigliamento, per poi restare sfitta nella logica assurda dei costi altissimi e dello svuotamento dei centri urbani delle città di provincia. La sua tipografia si chiamava Tipografia Marchigiana; io vorrei crearci una “tipografia universale”, un progetto che non scimmiotta ma genera una continuità: quella continuità che alle volte sembra impossibile in provincia, dove i più giovani sono costretti a scappare per “essere loro stessi”, per sentire la dignità dei propri processi creativi.
Da piccolo, con mia nonna, interagivo spesso con il signor Mario e con i suoi colleghi, e mi relazionavo molto anche con la sua fotografia, con le cianfrusaglie che teneva in vetrina accanto a un biglietto scritto con la sua grafia “amo l’ordine sparso”, come a chiedere venia del disordine spontaneo con il quale univa piani e universi apparentemente diversi e distanti. Le sue foto che erano appese sulle pareti di casa nostra le leggevo con lo sguardo del bambino; ci vedevo mostri, animali, e pensavo che i suoi soggetti umani fossero i miei genitori da bambini o i miei parenti lontani. Questo ricordo mi ha ispirato, avviandomi sin da subito al concetto di “opera aperta”, che può generare multiletture, approcci dove l’immagine può davvero interagire con un background di esperienze intime, che più sono lontane dalla storia dell’arte più sono vicine alla storia degli artisti e delle nostre famiglie… di provincia.
Giacomo Giovannetti da Senigallia al mondo (e viceversa)
Che sentimenti ti suggerisce la parola “locale”? Ha ancora senso in questo mondo iperconnesso?
Ha senso, soprattutto nella misura in cui attraverso la località possiamo cogliere e affrontare in maniera concreta aspetti che hanno a che fare con la globalità, o forse anche con l’universalità.
Fammi un esempio.
Il mio lavoro è sempre stato un lavoro di collage, dove ho fuso aspetti intimi, provinciali, spiccatamente organici, con questioni più idealizzate, lontane, infiocchettate, politiche. Nel 2014 grazie all’associazione Sineglossa, in un progetto curato da Federico Bomba, ho attraversato per alcune settimane le Marche a piedi insieme ad artisti italiani e inglesi, raggiungendo piccoli borghi per generare una serie di opere site specific. Il mio progetto voleva “raccontare le Marche come un luogo esotico”. Venivo da anni in giro per il mondo e trovavo tantissime analogie tra rituali, racconti, elementi che avevo visto in Africa o nel Sud America, e alcuni gesti, tradizioni, pratiche che avevano a che fare con i miei ricordi d’infanzia, gli usi e costumi dei miei nonni materni. Mi trovai a creare una sorta di collezione di piccole opere, tra fotografia e pittura in cui generavo connessioni, parallelisimi provocatori tra curanderas e signore che raccoglievano ancora le erbe spontanee nelle aiuole spartitraffico.
Spesso proiettiamo la nostra idea di bellezza in un altrove che neppure conosciamo, perché questo ci priva del dolore generativo che è l’altra faccia della medaglia. È una sorta di processo anestetico, che ci porta a intrattenerci una vita intera perdendo l’occasione di scorgere la meraviglia in ciò che ci circonda. Da vecchi, credo, ci si renda conto di tutto questo con maggiore consapevolezza. Io attraverso il mio fare arte auspico a farlo un po’ prima. Non è detto che ci riesca, ma intanto provo ad aprire un piccolo sentiero assieme alle persone che mi circondano.
L’arte della “condivisione” per Giacomo Giovannetti
Il tema della condivisione è una costante nella tua pratica, sia per quanto riguarda la tua produzione artistica – con opere che molto spesso realizzi insieme alle tue bambine – che per le attività pedagogiche che porti avanti in parallelo – insegnamento e laboratori con i più giovani.
Attraverso la mia opera assimilo e do senso alla realtà: anche nel mio ultimo progetto, Mostrofico, utilizzo lo spazio del disegno come luogo intimo dove lasciare testimonianza di ciò che vivo, di ciò che affronto nella relazione con le mie figlie e con i bambini con cui lavoro. Entra dentro l’opera, in un dialogo visivo, tutto ciò che conosco con e attraverso l’altro, il meglio della nostra fantasia, le paure e i ricordi, ma anche il meglio delle differenze, dei conflitti, dei dubbi, di ciò che ci compone come esseri umani. Il nostro immaginario è la nostra ricchezza più vera, dobbiamo rivendicarne una certa autenticità per non inseguire strategie commerciali di altri.
Ecco, mi chiedi di parlare di condivisione e forse sono andato un po’ fuori tema, ma credo che si possa condividere davvero solo ciò che si è. Il resto è “ammazzare il tempo”. Per farlo si deve mettere in campo una certa disponibilità a lasciarsi mutare dagli eventi, dall’amore, dalle emozioni non sempre controllabili, semplificabili. Purtroppo il termine condividere (dividere qualcosa con qualcuno) si sta mescolando troppo con il termine pubblicizzare (che significa soltanto rendere pubblico).
Restiamo sulla pedagogia. Educare vuol dire, in senso etimologico, “tirare fuori”. Ma fuori da cosa? O addirittura, per rimanere in ambito geografico: fuori da dove?
Fuori dall’abitudine, fuori dalla paura, fuori dall’illusione di avere ancora tempo per essere noi in un futuro che non arriva mai. Accompagno e mi faccio accompagnare, perché l’educazione è un’arte fallimentare (direbbe Freud) che agisce su chi la riceve come su chi la pratica. Così mi alleno a diventare me stesso, dando agli altri degli strumenti per fare altrettanto.
Con l’età adulta sperimento la continuità e la costanza che sono qualità che avevo respinto e denigrato in gioventù. Nelle strutture dove opero e pratico la mia arte ricevo grandissime gratificazioni umane, trovo situazioni che pur non perdendo la loro criticità diventano sempre più “vere”. Provo a iniettare sincerità viscerale e onestà ai luoghi che mi circondano, e paradossalmente a valorizzare la loro natura divina, infinita, profonda.
Nella tua biografia ti definisci “un attivista a servizio della comunicazione visiva e dell’arte”. Al di là della geografia in cui si manifesta, l’arte – in fondo – è sempre uno spazio di incontro. Non credi?
Quando mostro le mie tele di “pittura relazionale” mi accorgo di aspirare a un obiettivo semiotico: non sapere più di chi è il segno, se mio o di un bambino con il quale ho dipinto, delle mie figlie, del ragazzo con il quale porto avanti un percorso espressivo all’interno di una comunità per superare le dipendenze da sostanze tossiche. Anni fa questo mi avrebbe fatto paura, ora lo vedo come una via per allontanarmi da una visione (solo) narcisistica dell’arte che porta luce all’ombelico dell’artista, per andare invece, con coraggio e alle volte un po’ di follia, verso quello che gli inca chiamavano “cusco”, l’ombelico del mondo. Bisogna anche però captare ciò che davvero serve attorno a noi; e in questo spazio si muove l’attivismo, che rischia di diventare moda, omologazione, se resta autoreferenziale, se non si manifesta agendo, appunto, con intelligenza, dando valore.
In questi ultimi anni oltre a dipingere, portare avanti laboratori creativi di sostegno in strutture di prima accoglienza, o a donne vittime di abusi, ho lavorato come insegnante nella scuola primaria. Qui ho avuto modo di attraversare moltissime questioni, ad esempio l’integrazione linguistica. Ho avuto modo di riflettere sul valore del tempo e come decidiamo di dedicarlo, sul valore dell’autodisciplina, dell’impegno profondo che serve per “costruire”.
Vedo purtroppo la tendenza che sta avvolgendo il mondo della cultura a preferire il risultato al processo, perdendo il senso profondo di ciò che facciamo. Vedo l’eccesso di burocratizzazione che invade l’aspetto relazionale, la valorizzazione di solo alcune tipologie di intelligenza. Parlare di questo limitandosi alla parola rischia di non generare un vero cambiamento. L’arte invece supera le barriere identitarie e può creare una connessione profonda, una consapevolezza che ci può davvero trasformare.
Alex Urso
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati