New York è così cara che ormai non è più possibile produrre arte e cultura in città
Un saggio del curatore e artista Josh Kline propone un’analisi di lungo periodo sulla crisi della produzione artistica a New York, spia di una più generale stagnazione del sistema dell’arte americano. Sotto accusa la speculazione immobiliare e l’assenza di welfare, che impongono la polarizzazione del mercato
Non è certo una novità che sopravvivere al mercato immobiliare e ai prezzi di New York sia una vera sfida per chiunque voglia intraprendere un’attività commerciale. Succede da decenni, con cicli che solo in presenza di eventi eccezionali – leggasi Covid – accennano a concedere una tregua, per poi tornare ad assestarsi su condizioni proibitive.
La crisi del sistema dell’arte a New York. L’analisi di Josh Kline
A risentirne è anche il sistema dell’arte. E su questo punto si concentra l’ultimo saggio di Josh Kline (New York Real Estate and the Ruin of American Art), per la serie Art Communities at Risk, che molto sta facendo discutere gli addetti ai lavori. Nella sua riflessione, Kline spiega come la bolla immobiliare di New York abbia svuotato il sistema dell’arte statunitense, trasformando la città in un ecosistema economicamente insostenibile per chi produce lavoro culturale. Una dinamica che contraddice la natura stessa della creatività newyorkese, alimentatasi a lungo di spazi industriali riconvertiti, loft a basso costo, studi, project space e gallerie mid‑size che permettevano a una nutrita comunità “di vivere, sperimentare, fallire e riprovare”. Negli ultimi decenni, però, evidenzia Kline – curatore indipendente e artista con oltre vent’anni di esperienza alle spalle – la finanziarizzazione del mercato immobiliare (dal luxury development alla speculazione di fondi e grandi proprietari) ha spinto affitti e costi di vita a livelli incompatibili con i redditi, spesso precari, di artisti, curatori, tecnici, lavoratori culturali. Una crisi nella crisi del sistema creativo americano, tendente “alla stagnazione e al collasso dell’innovazione”: “Un’arte significativa, rilevante per la società e per il nostro tempo, potrebbe non essere sostenibile nelle condizioni attuali”, sostiene l’autore.
Le condizioni proibitive di New York per i giovani artisti
A New York, si assiste da tempo a una selezione di classe feroce: resta o arriva solo chi ha patrimoni familiari, seconde entrate o accesso a capitali, mentre una generazione di artisti viene “espulsa” verso periferie remote o altre città. La spirale che si innesca a queste condizioni mette in dubbio la missione dell’arte: “Solo pochi fortunati tra i molti artisti che vivono a New York riescono a mantenersi con la vendita delle proprie opere. Nel 2026, la maggior parte degli artisti newyorkesi dovrà svolgere uno o più lavori a tempo pieno o part time per pagare l’affitto, provvedere al sostentamento della famiglia e continuare a creare arte. Se gli artisti non hanno tempo per dedicarsi alla loro arte, non hanno nemmeno tempo per impegnarsi: gli artisti che si interessano di politica e società saranno costretti a scegliere tra arte e politica, e tra entrambe e la necessità di guadagnarsi da vivere”.
Gli effetti della speculazione immobiliare e della polarizzazione dell’industria dell’arte
Eppure, dopo la pandemia, molti spazi commerciali di Manhattan restano vuoti e sfitti: “Con tutti questi spazi vuoti, perché non stiamo vivendo una nuova età dell’oro di progetti fai-da-te e arte sperimentale? Perché gli uffici vuoti di New York non vengono riempiti di studi d’arte?”, si chiede Kline. “Una risposta è che le politiche fiscali della città di New York rendono più redditizio lasciare vuoti gli spazi commerciali piuttosto che abbassare gli affitti. Una seconda risposta è che gli spazi commerciali più economici a New York tendono ad essere più grandi e in condizioni peggiori, richiedendo un maggiore investimento iniziale”. Tra i giovani artisti, pochi possono permettersi di accedere. E lo stesso vale per le gallerie d’arte, pressate da costi di gestione insostenibili.
Dunque, la struttura dell’industria si polarizza: da un lato mega‑gallerie globali e musei che parlano ai collezionisti ultra‑ricchi, dall’altro un arcipelago di lavoratori sottopagati, stage non retribuiti, occupazioni instabili. New York diventa così la spia di una paralisi della produzione artistica – quella realmente innovativa, che prende posizione e ha qualcosa da dire – estesa al sistema americano, dove il mix di speculazione immobiliare, mancanza di welfare e disparità economica e sociale genera la tempesta perfetta. A fronte di una sovrapproduzione di immagini ed eventi di consumo che regala l’illusione di una scena florida.
Leggi qui la versione integrale del saggio
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