L’apprendimento è qualcosa di estetico e di emotivo. Lo dice Marco Dallari nel suo ultimo libro (e in questa intervista)

Maestro della didattica dell’arte italiana, l’autore è in libreria con la sua ultima fatica. “La bellezza di Sophia” nasce dalla riflessione per cui l’apprendimento non è solo esercizio razionale e di memoria, ma emozione e desiderio

Troppo spesso, crescendo, il sapere diventa obbligo, anziché avventura. Eppure, le conoscenze diventano davvero utili solo quando ci toccano, ci cambiano, ci somigliano. Questa la riflessione da cui nasce “La bellezza di Sophia” (Il Margine, 2026), l’ultimo libro di Marco Dallari (Modena, 1947) al centro di questa intervista.

Intervista a Marco Dallari

Come è nato il suo ultimo lavoro “La bellezza di Sophia”? C’è stato un evento particolare o una riflessione che lo ha guidato?
Era già un po’ di tempo che riflettevo sull’opportunità di evidenziare come il bisogno e il piacere di conoscere sia legato a una pulsione originaria, tipicamente umana, e non sia una scelta strumentale, una strategia pragmatica di sopravvivenza. E già da qualche tempo questo argomento era oggetto di conversazioni con la mia compagna Stefania, prof.ssa di lettere in una scuola secondaria superiore, e l’amico psicoanalista Giorgio Fugazza, che mi ha suggerito di fare riferimento all’idea freudiana di pulsione epistemofilica, già presente nella primissima infanzia. Poi riordinando vecchi libri, mi è capitato fra le mani I modi di amare Sophia un saggio di una vecchia amica e collega, Alessandra Risso, dei tempi in cui, ancora giovanissimi pedagogisti, continuavamo la nostra Long life Learning postlaurea guidati dal comune maestro Piero Bertolini e cominciavamo a pubblicare articoli e saggi. Alessandra scrisse questo originale libretto a cui non ne seguirono altri perché decise di dedicarsi alla vita monastica. Ma il suo scritto giovanile resta stimolante e bellissimo, e rileggerlo mi ha dato l’idea di partire dalle sue considerazioni e cercare di svilupparle. 

Marco Dallari, La bellezza di Sophia, Il Margine, 2026
Marco Dallari, La bellezza di Sophia, Il Margine, 2026

Al centro dei suoi saggi c’è sempre la Scuola, spesso luogo dove il “piacere della conoscenza” non viene sufficientemente nutrito, o quanto meno viene trascurato, sommerso dai metodi valutativi. Qual è il suo parere oggi?
Nella scuola dell’infanzia italiana, quando è modellata sull’impostazione montessoriana e sulle esperienze creative e innovative delle istituzioni comunali del Nord Italia degli Anni Settanta, non si “insegna” alle bambine e bambini, ma si stimola la loro curiosità, il desiderio di utilizzare tutte le risorse simboliche per scoprire e rappresentare il mondo e se stessi, utilizzando il gioco, l’esplorazione, il disegno, l’uso di libri e materiali adatti. Poi, alla scuola dell’obbligo, soprattutto alla secondaria, comincia il supplizio di una insensata disciplina militaresca, dell’apprendimento non più come piacere ma come dovere e obbligo, dell’umiliante e arbitraria pratica della valutazione. I saperi vengono presentati come strumenti necessari per il lavoro futuro, anziché come risposta a un bisogno esistenziale e a una risorsa che riguarda la categoria della bellezza e della qualità della vita. Così molto spesso chi nei primi anni di vita si era appassionato all’osservazione, alla curiosità, alla lettura, perde queste abitudini o comunque cambia punto di vista sulle risorse della ricerca e dell’apprendimento.

“L’Arte è inutile” la trovo un’affermazione da sempre abusata e fuorviante. Ci aiuta a capire quando e come le conoscenze possono diventare davvero delle risorse?
Beh, sarebbe davvero un paradosso se una testata come Artribune condividesse il pregiudizio dell’inutilità dell’arte. Pregiudizio stupido e palesemente insostenibile, visto che è stata proprio la nascita dell’arte, come testimoniano i graffiti dei nostri progenitori vissuti decine di migliaia di anni fa, a segnare il passaggio a una fase evolutiva umana in cui la scoperta dei linguaggi ha rivoluzionato, attraverso la nascita della cultura, la nostra stessa natura, rendendo la nostra specie “sapiens”. L’arte, come sosteneva già uno dei miei filosofi più cari, Arthur Schopenhauer, è indispensabile elemento di conoscenza, poiché dimostra e permette la costruzione di rappresentazioni, del mondo, della realtà, ma anche del pensiero. L’arte rappresenta il modo più alto di usare tutti i linguaggi, ed è dunque una specie di archetipo di ogni possibile modalità di conoscenza e condivisione simbolica.

Da sempre gli artisti con le loro opere e vite sono un serbatoio, uno scrigno straordinario per chiunque sia consapevole dei meccanismi simbolici e della bellezza del congegno narrativo. Ultimamente ha “scoperto” qualche nuovo pittore o fotografo?
Quello dell’arte è un mondo in perenne e instancabile movimento, ma l’evento-scoperta che mi ha lasciato tracce più profonde, ultimamente, è stata la mostra Surrealismo e magia. La modernità incantata del 2022 al Guggenheim di Venezia. Ho scoperto i lavori di donne surrealiste che la storia dell’arte scritta dai maschi aveva tenuto in ombra: un vero e proprio movimento nel movimento. Queste artiste incantatrici, vere e proprie Femmes sorcières, come le definì Max Ernst, Leonora Carrington, Remedios Varo, Leonor Fini, etc che aderirono al Surrealismo, nei loro ritratti e autoritratti, rappresentano sé stesse come veggenti, streghe e dee capaci di re-incantare il mondo. E mostrano come la creatività e la capacità di accedere alla dimensione del fantastico siano doni di meraviglia e di bellezza, ma anche veri e propri strumenti di conoscenza e di conoscenza di sé.

Vuole lasciarci spunti per esercizi estetici infra-ordinari, al fine di mantenere sempre vivo il nostro amore per Sophia?
Il consiglio che mi sento di dare è semplice e complicatissimo al tempo stesso: coltivare, e promuovere anche nei piccoli, la curiosità e il desiderio di esplorare senza farsi ingannare dalle suggestioni del mercato, della pubblicità, del conformismo. La lettura di un libro, magari strano, fuori mercato ed estraneo rispetto ai concorsi a premio, può essere più interessante di un bestseller patinato e recensito dai soliti critici, e vedere un’alba o un tramonto alle foci di un fiume vicino a casa, magari raggiunto in barca a remi o in bicicletta, può essere più bello e suggestivo che ammucchiarsi per andare come pecoroni in fila a Sharm el-Sheikh.

Annalisa Trasatti

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Annalisa Trasatti

Annalisa Trasatti

Sono laureata in Beni culturali con indirizzo storico artistico presso l'Università di Macerata con una tesi sul Panorama della didattica museale marchigiana. Scrivo di educazione museale e didattica dell'arte dal 2002. Dopo numerose esperienze di tirocinio presso i principali dipartimenti…

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