Feel The Void
Upsilon Gallery presenta una mostra collettiva sul concetto di vuoto.
Comunicato stampa
Come si manifesta il vuoto? È davvero assenza o può essere inteso, piuttosto, come un’opportunità? Upsilon Gallery cerca una risposta con l’esposizione “Feel The Void”, un progetto pensato per la Milano Art Week 2026 e incentrato sul tema del vuoto.
In programma dal 1° al 17 aprile negli spazi di via Pisoni 2 nel cuore del Quadrilatero milanese, la mostra si pone come un’interruzione del flusso percettivo del XXI secolo, offrendo una pausa all’interno di un presente saturo e accelerato. In questo contesto, il vuoto non è mancanza, ma possibilità. È uno spazio di silenzio e di attenzione che permette di riconsiderare il modo in cui abitiamo lo spazio e ci relazioniamo alle immagini. A raccontarlo sono le opere di Loris Cecchini, Matija Čop, Eascker, Julia Gault, Ann Greene Kelly, Kohei Nawa, Alena Olasyuk, Chim Pom, Super Surface, Jeremie Thircuir e Yuji Ueda.
Superando la concezione tradizionale della galleria come contenitore neutro di oggetti destinati a occupare e animare pareti bianche, Feel The Void pone infatti il vuoto - lo spazio bianco, la sospensione, la rarefazione - al centro dell’esperienza. All’ingresso, la galleria appare quasi priva di opere offrendo un ambiente che sembra disabitato. Questa impressione nasce dalla natura stessa dei lavori esposti: completamente bianchi e in continuità con l’architettura, rendono incerta la soglia tra oggetto e spazio espositivo.
Sculture, installazioni e video - in tutto 43 – abitano quindi lo spazio in modi differenti.
Alcune opere sono caratterizzate da una materialità leggera - come la scultura sospesa nello spazio You Know How To Calm Me Down (2022) di Matija Čop, realizzata in EVA (etilene-vinil acetato, una schiuma polimerica leggera, morbida ed elastica), e l’installazione Wallwaves vibrations (Echolocation) (2025) di Loris Cecchini, una vibrazione scultorea che attraversa la parete centrale della galleria - che si integra delicatamente nell’architettura. La loro presenza è sottile, quasi impercettibile, invitando a uno sguardo lento e attento. Similmente, le sculture completamente bianche di Jeremie Thircuir si inseriscono nello spazio con la stessa delicatezza. Realizzate in porcellana di giada (yuni), queste opere sono repliche esatte di frutti e ortaggi provenienti dalle fattorie della provincia dello Jiangxi.
Altre opere si manifestano invece in modo più fisico, introducendo momenti di densità e interruzione all’interno della vacuità apparente, come nella scultura Untitled (2019) di Ann Greene Kelly e nelle sedie Le Bistrot I e Le Bistrot II (2022) degli artisti Super Surface. Il vuoto qui non è mancanza, ma una condizione percettiva che varia di intensità nel corso della mostra, fino a ricondurre progressivamente il percorso espositivo a una configurazione più vicina alla concezione tradizionale di galleria d’arte. L’installazione sonora Lines of Meditation (2026) degli artisti Alena Olasyuk ed Eascker ne espande ulteriormente la dimensione percettiva, intervenendo nello spazio sul piano sensoriale uditivo: un suono che rievoca il vuoto invece di annullarlo.
Attraverso il loro movimento all’interno dello spazio apparentemente disabitato, i visitatori diventano l’elemento più visibile e attivo in mostra, che si sviluppa attraverso l’interazione dinamica tra opere, architettura e pubblico: è in questo incontro che il vuoto viene continuamente messo in discussione e ridefinito.