Tra fiction e storia, l’intervista all’attrice Gea Dall’Orto sulla serie che racconta il manicomio di Maggiano

È ambientata negli Anni Quaranta la fiction “Le libere donne” che, tratta dal romanzo del dottor Mario Tobino, affronta il tema della malattia mentale dal delicato punto di vista delle donne. Ne parla ad Artibune l’attrice fiorentina che interpreta Lilli, la paziente più giovane

Tobino studiava gli uomini e li amava, anche i malati di mente. Di quei “matti”, come li chiamava con parole sempre schiette, bisognava diventare amici per arrivare a una connessione empatica e profonda: lì stava il senso del suo lavoro. Soffriva con loro, convinto che la malattia potesse toccare l’intelletto ma non il sentimento, che restava puro, capace di interpretare il mondo. La follia diventava così uno sguardo diverso, e per questo prezioso. A raccontare la sensibilità di un uomo che fu medico e insieme poeta dell’anima, innamorato della vita in tutte le sue forme, è Le libere donne, serie in sei episodi diretta da Michele Soavi e coprodotta da Rai Fiction ed Endemol Shine Italy, in onda su Rai 1 da martedì 10 marzo.

La serie sul dottor Tubino, tratta dal romanzo autobiografico “Le libere donne di Magliano”

Liberamente tratta dal romanzo Le libere donne di Magliano (1953), nasce dall’esperienza dello psichiatra nel manicomio di Maggiano, a Lucca, dove lavorò per quarant’anni nella divisione femminile raccontando la vita delle internate. Dopo l’interesse di Federico Fellini e l’adattamento dello sceneggiatore Peter Exacoustos, il progetto ha preso forma negli ultimi anni. Ambientata nel 1943, la fiction racconta un’epoca in cui alle donne erano spesso negati autonomia e diritti: mentre Tobino (Lino Guanciale) mette in discussione i metodi repressivi del manicomio, la sua storia si intreccia con l’arrivo di Margherita Lenzi (Grace Kicaj), internata dal marito contro la sua volontà, e con il ritorno di Paola Levi (Gaia Messerklinger), amore del passato e staffetta partigiana. Nel cast anche Fabrizio Biggio, in un inedito registro drammatico, e Gea Dall’Orto, ventitreenne attrice fiorentina già diretta da Alessandro Siani e Nanni Moretti, che abbiamo incontrato.

Le libere donne, immagine promozionale
Le libere donne, immagine promozionale

Intervista a Gea Dell’Orto, nel cast di “Le libere donne di Magliano”

Come sei arrivata a questo ruolo e cosa ti ha colpito subito de “Le libere donne”?
È stata una bella sorpresa. Avevo fatto un provino per un ruolo diverso mesi prima, ma nel frattempo ero entrata in un altro set e mi stavo laureando. Non avendo ricevuto notizie, avevo pensato che non fosse andata. Poi la casting director Chiara Agnello mi ha richiamata per un’improvvisazione: dovevo cantare una canzone che mi ricordava molto quelle che ascoltavo con mia nonna quando ero piccola. È stato un momento molto tenero.

Chi è Lilli?
È una delle donne che abitano il manicomio e che, come suggerisce il titolo, intraprendono la strada della follia come unico modo per esercitare la propria libertà. È la più giovane, appena una “donna”, e credo sia stata costruita intrecciando vicende di pazienti diverse raccontate nei libri di Tobino. Tra le pagine che ho letto mi ha colpito in particolare la descrizione di una ragazza “timorosa, diffidente, virginea Maddalena che bagna di lacrime le trecce”.

Quanto ti hanno guidato quelle pagine nella costruzione del personaggio?
Sono state il punto di partenza perché hanno creato le prime immagini nella mia mente. Poi è arrivata la parte più difficile: portarle nel corpo. La parola “malattia” non è mai stata pronunciata dalla regia, che ha scelto di muoversi su un piano più onirico. Sono partita dall’idea di una “bambola rotta” e ho costruito una partitura di movimento con l’attore e ballerino Simone Zambelli. Tutti i pensieri, i disegni, le poesie e i collage sono finiti in un diario del personaggio, uno strumento che utilizzo in ogni progetto.

C’è una storia delle pazienti di Maggiano che ti è rimasta più addosso?
Sono stata colpita dall’ingenuità di Lilli. Essendo stata internata da bambina, immagino abbia visto troppe cose dure dentro il manicomio e troppo poche cose belle fuori. Mi hanno impressionato soprattutto i racconti delle bambine, documentati non solo da Tobino: molte crescevano subendo maltrattamenti e senza la possibilità di immaginare un’alternativa alla violenza con cui erano state educate. Pensare che ancora oggi tanti bambini nel mondo crescano senza la possibilità di sognare mi mette i brividi.

Quanto il luogo e l’atmosfera del set hanno inciso sulla tua interpretazione?
Molto. Gran parte delle riprese si è svolta in un’ala di un ospedale dismesso e questo ha contribuito a creare un’atmosfera molto forte. Più di ogni cosa, però, mi hanno aiutata le mie colleghe “matte”: lavorare insieme e creare un gruppo coeso era fondamentale per restituire davvero l’idea di libertà che attraversa la serie.

Con Fabrizio Biggio condividi alcune scene: che tipo di energia ha portato sul set?
Abbiamo lavorato a stretto contatto, anche se non posso ancora rivelare in che modo i nostri personaggi si incontrino nella storia. È stata una bellissima sorpresa conoscere l’uomo dietro al personaggio: è una persona molto umile e anche un grande intrattenitore. Ha portato una leggerezza preziosa, sia all’interno della narrazione sia nei momenti di pausa sul set.

Come hai lavorato per raccontare la fragilità senza ridurla all’etichetta della “pazzia”?
È stato un lavoro molto delicato perché volevo restituire quella fragilità senza imitare deficit o patologie mentali. Muovendoci su un piano onirico ho scelto di tornare alla danza, disciplina che ho praticato per anni. Con la guida di Simone Zambelli abbiamo cercato di dare dignità a un corpo fragile, segnato da spasmi e contrazioni, ma comunque capace di esprimersi.

La serie tocca il tema della salute mentale. Che rapporto ha la tua generazione con questo argomento?
Non posso parlare a nome di tutti, ma credo che oggi ci sia una sensibilità maggiore. Anche perché, purtroppo, molte forme di disagio si sono diffuse. I social ci hanno reso una generazione piena di stimoli, ma con poco ascolto verso gli altri e verso noi stessi. Forse bisognerebbe ripartire proprio dalla solitudine, come fanno queste donne, che trovano forza l’una nell’altra.

Dopo questa esperienza, dove ti porterà il tuo percorso di attrice?
Sono appena tornata da alcuni mesi a Londra, dove mi sono dedicata al mio primo amore, il teatro, in particolare a Shakespeare. Lì ho maturato un linguaggio che mi ha spinta a scrivere il mio primo spettacolo, un monologo che sto allestendo e che si intitola Come si mette a letto un padre? Il cinema, in questo momento, è un po’ fermo, ma cerco di fare sempre tesoro delle occasioni che arrivano.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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