Si può sfilare in passerella mentre cadono le bombe?

Febbraio e marzo hanno visto susseguirsi le fashion week di Londra, Milano e Parigi, ma anche lo scoppio di una guerra. Il settore della moda di lusso sa reagire ai drammatici eventi del giorno oppure rimane chiuso nelle sue vetrine?

Certo una sequenza e una concomitanza del genere sino a poco tempo fa sarebbero state impensabili. Proviamo a ripercorrerle. Il Presidente degli Stati Uniti in una serie di dichiarazioni accavallate e confuse il 23 febbraio rilancia la politica dei dazi che era stata appena “digerita” dalla comunità internazionale. È stata la sua risposta di fronte al veto posto tre giorni prima dalla Corte Suprema alle sue precedenti indicazioni. La London Fashion Week si è conclusa proprio quel giorno 23, passando il testimone alla Fashion Week di Milano iniziata il 24 febbraio. Di certo non un bell’auspicio per il tessile abbigliamento già provato da una lunga serie di semestri difficili. 

Cosa succede nel mondo mentre si sfila in passerella? 

Le Olimpiadi invernali chiuse il 22 febbraio una scia di positività sembravano averla portata. Ma il 28 febbraio è accaduto l’indicibile: USA e Israele hanno dato il via ai bombardamenti sull’Iran che a sua volta in risposta ha incendiato l’intero Medio Oriente. Contemporaneamente all’incedere di modelli e modelle sulle passerelle del lusso a Milano e Parigi, i cieli tersi dei paradisi dello shopping di lusso, delle vacanze dorate e delle tassazioni a zero si sono screziati delle scie di razzi in cerca di distruzione. Tuttavia, nulla si è fermato: a Milano si sono susseguite 62 sfilate tra fisiche e digitali e 73 presentazioni; a Parigi 68 sfilate fisiche o digitali e 31 presentazioni. 

Le collezioni donna autunno-inverno nelle settimane della moda 

Quelle delle collezioni donna autunno-inverno sono le presentazioni in assoluto più rilevanti: si tratta di uno spettacolo nutrito da piccole o grandi performance dove in qualche modo l’accesso gratuito è garantito a tutti. Se non proprio a bordo pedana, attraverso streaming simultanei e fulminei rimpalli su schermi di ogni tipo. Show che impiegano centinaia di addetti per costruire spettacoli capaci di raggiungere centinaia di migliaia di persone in ogni parte del globo. Sono divenuti così popolari da essersi trasformati in un momento di divertimento anche per chi non è esperto del settore.  

Un momento della presentazione Balenciaga a/i 2026-7 20 moda
Un momento della presentazione Balenciaga a/i 2026-7 20

Il rischio del lusso nel mondo di oggi 

La passerella di Dior nel Jardin des Tuileries, quella di Saint Laurent in Place du Trocadéro, la scenografia immersiva di Balenciaga congeniata da Pier Paolo Piccioli insieme al creatore della serie Euphoria Sam Levison per Balenciaga e ancora Chanel al Gran Palais e Louis Vuitton alla Court Carrè du Louvre: sono “film” che non si dimenticano facilmente. Ma proprio questa loro grandeur rivela oggi un limite: sono performance costruite per stimolare il desiderio di emulazione, ma riescono ancora a farlo? L’accavallarsi di volti sorridenti, ambientazioni lussuose e corpi fiabeschi intrecciati alle immagini di distruzione e morte che implacabili ci inseguono giorno dopo giorno che cosa ci dicono? Come è possibile sostenere l’uno e l’altra cosa contemporaneamente? Se l’orrore alla lunga dà assuefazione, altrettanto il lusso in passerella si fa distante, diviene più “estraneo”.  

Quando i simboli non sono più tali 

Il desiderio di possedere un qualsiasi lasciapassare per l’accesso a categorie sociali superiori svanisce. Né rappresenta per chi lo può davvero raggiungere un segnale di stabile prosperità. Il possesso di una borsa firmata non garantisce nulla circa la persona che la indossa: second hand, imitazioni e dupe sono divenute pratiche così comuni che la “fatica” di estrarre dalle mirabolanti performance in passerella un pezzo “imperdibile” diventa quasi fastidioso. 

Il settore moda tra sperimentazioni e scivoloni 

Siamo di fronte a una trasformazione (di nuovo!) per niente di superficie. L’intera comunità implicata in questo importantissimo segmento dell’economia italiana ed europea per continuare a prosperare dovrà farci i conti. C’è un adagio che si sta facendo largo da qualche tempo: “Il potere ha due lati della medaglia: se da una parte dà opportunità e visibilità, dall’altra impone il dovere di restituire”. Alcune leadership aziendali lo conoscono e lo praticano intensificando il loro capitale sociale, che in questo caso specifico significa cercare nuove forme di sperimentazione accanto ai mezzi tradizionali di connessione con il loro pubblico. Andare avanti e necessario, la posta in gioco è altissima. Non tutti sembrano, però, essersi resi conto della situazione. Nonostante un quadro generale difficilissimo, assistiamo a pericolosi scivoloni nella retorica della “creatività” (che fa il pari con “la bellezza” dell’Idiota di Dostoevskij), a stonate e baldanzose dichiarazioni di CEO e scapigliati direttori artistici che posano a fare le star in stile Anni ’80. Evidentemente ignari che tutto è cambiato.  

Aldo Premoli 

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Aldo Premoli

Aldo Premoli

Milanese di nascita, dopo un lungo periodo trascorso in Sicilia ora risiede a Cernobbio. Lunghi periodi li trascorre a New York, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e…

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