Romeo Castellucci e Mario Banushi inaugurano l’edizione 2026 del festival di arti performative alla Triennale di Milano

L’attesa, nuova creazione del maestro Romeo Castellucci, Credere alle maschere; e Mami, il lavoro più recente del giovane Leone d’argento 2026, Mario Banushi, sono stati gli spettacoli inaugurali del festival FOG in Triennale Milano

L’edizione 2026 del festival FOG Performing Arts, la nona, è stata aperta da due installazioni di indubbia suggestione, malgrado il differente linguaggio e la diversa ispirazione. Romeo Castellucci, maestro indiscusso della scena performativa non solo italiana, ha debuttato con la sua nuova creazione, Credere alle maschere, installazione-performance per spettatori-maschere-oggetti. Il giovane regista-coreografo-autore Mario Banushi, Leone d’argento 2026 alla Biennale Teatro di Venezia, ha, invece, portato in scena, per la prima volta in Italia, Mami, spettacolo senza parole intorno alla figura della “madre”.

Romeo Castellucci, Credere alle maschere. Stan Laurel
Romeo Castellucci, Credere alle maschere. Stan Laurel

Com’è la performance “Credere alle maschere” di Romeo Castellucci

Prodotta da Triennale Milano Teatro in collaborazione con Vienna Festival (Wiener Festwochen), Grec Festival Barcelona 2026 e Transart Bolzano, la nuova creazione di Romeo Castellucci è una perturbante riflessione sullo scollamento fra realtà e sua percezione, fra oggettività del significato e arbitrarietà del significante.
All’ingresso in sala, al pubblico è consegnata una maschera – diversa per ciascuno, un “dono” che si potrà conservare “per tutta la vita.” Accomodati su delle panche poste sui tre lati dell’ampio salone della Triennale di Milano, gli spettatori – che le maschere obbligatoriamente indossate rendono improvvisamente estranei anche se conoscenti, amici, amanti – osservano sulla parete che chiude lo spazio la proiezione di parole, incongruenti “didascalie” degli oggetti che, l’uno dopo l’altro, alcuni “inservienti” nero vestiti portano in scena. Un bicchiere di latte e una volpe impagliata, un crocifisso e una fotografia di Stan Laurel. E poi una sedia elettrica, sulla quale si siedono l’uno dopo l’altro quattro spettatori-performer, ma anche il pubblico, se vuole…

Qual è il significato della performance di Romeo Castellucci

Non vi è alcuna apparente relazione fra parola proiettata e oggetto esibito, tanto da far pensare a un gioco un po’ dadaista. Ma, a prestare maggiore attenzione, non vi è nulla di casuale né di “ludico” nella costruzione drammaturgico-visiva messa a punto da Castellucci che, mentre costringe il pubblico, indossando la maschera, ad assumere postura e sguardo non propri e finanche scomodi, rimette anche in discussione consuetudini del tutto arbitrarie e, nondimeno, accolte come intrinsecamente reali. L’autore-regista invita a riconsiderare tanto la fisionomia di “cose” solo apparentemente ordinarie, quanto l’essenza convenzionale eppure densa di qualità implicite delle parole. Una riflessione intellettualmente elaborata e tuttavia immediatamente e concretamente evidente: qualcosa che ogni spettatore avverte con i propri sensi prima ancora che con l’intelletto: percezione fisica e, poi, intervento della mente. Il corpo e poi il pensiero, non necessariamente in accordo, anzi…

Com’è lo spettacolo “Mami” di Mario Banushi

Il regista, coreografo, autore greco-albanese Mario Banushi (1998) rende omaggio alle sue due “madri” – quella biologica, che, fra l’altro, era un’ostetrica, e la nonna, con cui ha vissuto durante l’infanzia. Non si tratta, nondimeno, di un lavoro solo autobiografico, quanto un itinerario immaginifico e finanche un po’ inquietante in uno sfaccettato universo generato dalla parola mami/mamma. Una casa, un letto su cui avviene un parto e sul quale riposa poi la madre invecchiata e bisognosa di cure. Biciclette e giochi ma anche concepimento e originaria unità di madre-padre-figlio. Una vasca d’acqua-liquido amniotico in cui tornare e i gesti spicci e nondimeno accudenti della madre che asciuga la figlia. La fotografia della madre dello stesso Banushi che, dalla platea, sale sul palcoscenico per tagliare da essa la figura di lui neonato. Corpi nudi e oscurità, immagini plastiche di conturbante attrattività, assenza di parole compensata dalla sonora loquacità delle visioni magicamente generate in scena. Malgrado la giovane età, Banushi rivela un indubbio talento, visionario e, allo stesso tempo, rigoroso nella composizione in scena di evocativi e, in alcuni frangenti, struggenti, tableaux vivants.

Laura Bevione

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Laura Bevione

Laura Bevione

Laura Bevione è dottore di ricerca in Storia dello Spettacolo. Insegnante di Lettere e giornalista pubblicista, è da molti anni critico teatrale. Ha progettato e condotto incontri di formazione teatrale rivolti al pubblico. Ha curato il volume “Una storia. Dal…

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