L’artista Andreas Zampella porta una costellazione di oggetti in una galleria di Milano 

La Galleria Poggiali a Milano si trasforma in uno spaesante osservatorio astronomico, grazie all’intervento dell'artista Andreas Zampella, fabbricante di stelle artificiali e archeologo del quotidiano

Nulla può essere più oscuro della luce.  
E a Milano, la luce, acceca. Si arrampica tra gli strati di polveri sottili, corre tra i banner, zigzaga tra i fili del tram, bacia i monumenti, straripa dagli stadi, si tuffa dai lampioni. Cancella il firmamento: il cielo è una tela nera che schiaccia a terra tutte le cose, un vuoto dove per secoli brillavano i destini umani. Per restituirci quello che abbiamo perso, il curatore Nicolas Ballario ha invitato Andreas Zampella (Salerno, 1989) a fabbricare stelle decadenti. A modo suo, naturalmente. Senza temere deviazioni dalla sua traiettoria artistica, Zampella agisce come un antropologo del presente: raccoglie squarci della vita quotidiana e li fissa in un cielo artificiale. È il buio ad accenderli.  

Andreas Zampella, Il cielo sopra Milano, Galleria Poggiali, Installation View
Andreas Zampella, Il cielo sopra Milano, Galleria Poggiali, Installation View

Il cielo sopra Milano nell’opera di Andreas Zampella 

Ne nasce un’installazione totale che irradia Galleria Poggiali, proiettando ombre luminose anche oltre lo spazio espositivo. Un invito dantesco a riveder le stelle, alla ricerca di una porzione di cielo, seppur chiuso in una stanza, seppur fatto di ciò che abbiamo creato e poi dimenticato. L’installazione è performativa. Chi entra è costretto a un gesto perduto: alzare lo sguardo, piegare il collo all’indietro, ritrovare quel rapporto ancestrale tra l’umanità e l’infinito. Ma qui le stelle sono altro: ogni oggetto – bottiglia, pennello, telecomando dimenticato – è vivo, verbo più che sostantivo. Per questo li traduce in azioni, “egli canovaccia” è il titolo di un’opera. Sospesi in un tableau vivant, si trasformano in attori improvvisati nella pièce che Zampella dirige, un teatro dell’assurdo in cui gli oggetti dall’alto guardano chi li ha trascurati, e la civiltà umana si trova relegata in uno spazio subordinato, sotto di loro.   

La natura morta di Andreas Zampella 

Andreas Zampella è un gioco di specchi. Pittore che impasta argilla, scenografo di equilibri precari, cacciatore di oggetti in cui sente scorrere vita, eremita capace di ritirarsi quindici giorni in una grotta a dipingere al ritmo della luce solare. “Sono anche l’ultimo dei romantici”, mi confessa. La sua pratica è un’antologia visiva sulla natura morta, ma il termine può tradire. Zampella mi spiega che dove l’italiano legge fine – natura morta – l’inglese (still life) e il tedesco (Stilleben) vedono una vita trattenuta, un’esistenza silenziosa che continua a resistere. Più vicino alle vite silenziose degli oggetti di de Chirico, l’artista abita questa crepa semantica: i suoi lavori sono “natura morta su natura morta”, strati di vitalità e morte sospesi in una coesistenza paradossale. L’attimo prima della fine, l’ultimo battito di vita. 

La vita degli oggetti nelle opere di Andreas Zampella 

Consumati dall’usura, gli oggetti che salva dall’oblio vengono riattivati da pennellate delicate. Restituisce dignità a una tovaglia macchiata dal vino di una cena dimenticata, a un canovaccio logoro, a un lenzuolo ingiallito. Li tende sulla tela e vi innesta una seconda storia che non cancella la prima ma la sublima, infiltrando ossessioni personali: insetti che sembrano migrare da un’opera all’altra, l’abbraccio di due non-ti-scordar-di-me, uno sciame di zanzare che disegna un cuore. Visioni naturali e materiali sintetici dialogano in un contrappunto emotivo costante.  

Ne emerge un memoir stratificato di oggetti sottratti a un amico, trovati in un mercatino, recuperati dal cassetto della madre, della nonna. Quando gli chiedo se abbia una stella fissa, un oggetto preferito, non sa rispondere: troppo vasta, troppo viva, la sua archeologia affettiva del quotidiano.  
Mentre mi lascio attraversare dai colori brillanti che zampillano dalle opere, sento qualcuno dire: “ogni quadro è una poesia”. Ecco, allora Zampella è anche un poeta. 
 
Noemi Palmieri 

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