La Milano Fashion Week è stata oscurata perfino dal Sanremo di Conti (perché? Perché la creatività scarseggia)

In Italia è stato sacrificato lo spazio riservato alle sfilate di moda perché “Sanremo è Sanremo”. Il problema non è solo questo: poche idee, tante cose già viste e già fatte. Ma come sempre ci sono le dovute eccezioni 

La Milano Fashion Week Donna Autunno/Inverno 2026-27 si è accavallata con il Festival di Sanremo 2026. La kermesse dedicata alla canzone italiana ha dovuto fare a sua volta i conti con il calendario delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina venendo posticipata, comprimendo tempi e attenzione. I media hanno dovuto coprire entrambi gli eventi, privilegiando inevitabilmente ciò che catalizza di più il dibattito popolare. E questo è il primo problema. Ma ce n’è un altro, più profondo e strutturale: la carenza di idee. Non in senso assoluto – le eccezioni non mancano – però il sistema appare ancora titubante rispetto al presente e incerto sul futuro.

Fendi by Maria Grazia Chiuri

Questo porta ad essere prudenti. Lo conferma Maria Grazia Chiuri al suo debutto da Fendi come nuova direttrice creativa. Era uno dei momenti più attesi della settimana, che avrebbe dovuto segnare una nuova traiettoria per la maison romana, forte di un heritage potente fatto di pellicceria d’eccellenza, artigianalità e sperimentazione sui volumi. Eppure, in passerella la sensazione è stata quella di un avvio prudente. L’identità storica del brand resta sullo sfondo – riconoscibile nei materiali pregiati, nella costruzione impeccabile dei capispalla, in una certa idea di lusso borghese – ma manca una frattura, un gesto capace di riscrivere il presente. Le silhouette sono controllate, i tagli misurati, la palette sofisticata ma prevedibile. Anche quando compaiono elementi più femminili o accenni di romanticismo, tutto resta incanalato in un equilibrio che non rischia mai davvero di spezzarsi. È una collezione ordinata, talvolta elegante, ma priva di quell’energia dirompente che solitamente accompagna un nuovo inizio. Così la prima volta di Chiuri lascia una domanda aperta: è un capitolo di transizione o l’inizio di una nuova grammatica ancora da svelare? 

Dolce&Gabbana, Jil Sander e Ferragamo: sicurezza 

Diversa è la questione per altri due marchi che hanno mandato in scena la versione più sicura della moda, dimostrando al contempo che le cose possono cambiare senza che – apparentemente – lo facciano. Dolce&Gabbana, infatti, resta fedele ai propri capisaldi: sensualità, lingerie esibita, tailoring maschile affilato. Nulla di rivoluzionario, ma un linguaggio che continua a evolversi senza tradire il DNA. Il nero domina, i pizzi dialogano con completi rigorosi, la seduzione è più controllata che provocatoria. Non è una collezione che cerca di rivoluzionare l’arte del vestire, ma la conferma che la coerenza è la strategia migliore, anche per non sbagliare mai. Jil Sander by Simone Bellotti ne sa qualcosa, dato che il minimalismo non viene tradito. Linee pure, palette essenziali, silhouette asciutte bilanciano texture più ricche, mentre volumi ammorbiditi rompono la perfezione apparente. Quello proposto per l’Autunno/Inverno 2026-27 è un minimalismo meno dogmatico, più umano. Un’evoluzione sensata che dimostra come l’essenzialità possa trasformarsi senza perdere autorevolezza. Mentre da Ferragamo, Maximilian Davis continua a esplorare gli Anni Venti, decade di nascita della maison fondata da Salvatore Ferragamo. L’ispirazione speakeasy diventa metafora di attraversamenti culturali: uniformi da marinaio decostruite, maglieria nautica intrecciata con chiffon, slip dress in velluto lamé convivono tra utilitarismo ed eleganza notturna. Le calzature rileggono modelli d’archivio – come la slingback ispirata al 1954 – e la “suola a conchiglia” degli Anni Cinquanta torna come dettaglio contemporaneo. La palette, filtrata come da una patina del tempo, racconta un passato immaginato più che citato. Heritage e visione dialogano davvero. 

La Milano Fashion Week è stata oscurata perfino dal Sanremo di Conti (perché? Perché la creatività scarseggia)
Etro Donna FW26

Etro: tra i più coerenti

Etro prosegue nella sua intenzione di sviluppare un linguaggio che si evolve per accumulazione, senza mai spezzare il filo con il passato. Difatti, la visione di Marco De Vincenzo procede in continuità. Stagione dopo stagione, elementi riconoscibili (fluo, stampe, richiami al tailoring maschile britannico, suggestioni nomadi) si ricombinano in nuove armonie, in un racconto che si trasforma senza ripetersi. Per questa collezione, l’“Etrosità” diventa attitudine al collezionismo: mondi lontani dialogano in un mix di tartan, stampe foulard trompe l’oeil, bestiari medievali, stemmi e paisley ingigantiti. Il rigore sartoriale è attraversato da dettagli inattesi – piume, bagliori di paillettes, cappotti dal gusto marinaro – in un continuo gioco di contrasti. Come sempre, texture e decorazioni amplificano il movimento, tra jacquard devoré su jersey, frange dorate, ricami di animali fantastici, gonne a pieghe e maglie ornate da cordoncini araldici. La palette alterna neutri caldi, gialli e blu profondi, fino al nero pieno. Completano il racconto stivali robusti, sandali sottili con maxi fibbie, sabot in suede nati dalla collaborazione con Birkenstock e borse morbide e ricamate. Il risultato è un’estetica circolare: sempre fedele a se stessa, eppure ogni volta diversa.

La Milano Fashion Week è stata oscurata perfino dal Sanremo di Conti (perché? Perché la creatività scarseggia)
Prada Donna FW26

Bottega Veneta, Prada, Marni: il nuovo che avanza

Altrove si continua a sperimenta su materia e tessuti, facendo sempre dell’addizione il proprio credo. Da Bottega Veneta, la seconda collezione di Louise Trotter è “a study of intimacy as much as protection”. Strutture ammorbidite, curve calibrate per il daywear, un dialogo tra generazioni e generi non costituiscono un minimalismo freddo, ma costruzione emotiva perché i dettagli nostalgici (un floreale rétro, la borsa da sera della nonna, la scarpa vissuta del padre) diventano strumenti narrativi. L’artigianalità mimetizza texture fur attraverso sete e fil coupé, in un gioco di “pelle su pelle” che attraversa abiti e accessori. Il rimando a figure radicali come Maria Callas e Pier Paolo Pasolini suggerisce un’idea di arte non convenzionale, di bellezza come scelta controcorrente. Anche Prada lavora sulle proprie certezze, ma lo fa scavando in profondità. La collezione AI26-27 di Miuccia Prada e Raf Simons è un elogio delle pluralità intrinseche: una riflessione sulla complessità della vita e sulla realtà sfaccettata delle donne. La stratificazione diventa metafora esistenziale. Sartoria, sportswear, abiti in raso ricamato convivono in combinazioni non gerarchiche; materiali sovrapposti e patinati evocano memoria e trasformazione. Frammenti, imperfezioni e richiami d’archivio raccontano il tempo che passa come valore, non come limite. Nel Deposito della Fondazione Prada, arazzi e arredi tra XVI Secolo e Novecento dialogano con gli abiti: cinque secoli di storia a fare da cornice a un pensiero stratificato. In una Milano prudente, Prada sceglie di articolare, non di urlare. Allo stesso modo, il debutto di Meryll Rogge da Marni imprime una nuova tensione creativa al marchio, riportando al centro quella dimensione emotiva e sperimentale che ne aveva segnato gli anni più felici. Colore, proporzioni irregolari, layering istintivo: la collezione gioca con volumi che sembrano quasi improvvisati, ma in realtà sono studiati con precisione. Le stampe dialogano senza gerarchie, i materiali si scontrano e si fondono, creando un effetto volutamente “imperfetto”. Rogge non cancella l’eredità di Marni, la attraversa. L’ironia resta, ma si fa più sottile; l’eclettismo non è caos, bensì costruzione emotiva. È uno dei pochi momenti della settimana in cui si percepisce un vero rischio creativo. E quando c’è rischio, c’è direzione.

La Milano Fashion Week è stata oscurata perfino dal Sanremo di Conti (perché? Perché la creatività scarseggia)
Bottega Veneta FW26

Il vero nodo della Milano Fashion Week Donna

La sensazione complessiva resta comunque che Milano non sia stata oscurata solo da Sanremo. Se la moda avesse imposto una narrazione potente e condivisa, l’attenzione mediatica si sarebbe divisa più equamente. Salvo alcune eccezioni, molte collezioni hanno preferito la comfort zone al rischio. Il sistema moda italiano appare prudente, quasi timoroso di sbagliare in un momento storico fragile. Ma la creatività non può essere amministrata come un bilancio: o c’è, o si percepisce la sua assenza. E così, mentre l’Ariston catalizzava commenti e dettava trend, Milano sfilava in tono minore per un deficit di visione. Perché quando le idee scarseggiano, basta poco – anche una canzone – per prendersi tutta la scena.

Giulio Solfrizzi

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Giulio Solfrizzi

Giulio Solfrizzi

Barese trapiantato a Milano, da sempre ammaliato dall’arte del vestire e del sapersi vestire. Successivamente appassionato di arte a tutto tondo, perseguendo il motto “l’arte per l’arte”. Studente, giornalista di moda e costume, ma anche esperto di comunicazione in crescita.

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