Quando la parola divenne astratta. L’eredità odierna della Metasemantica

Tra surrealtà, Oriente e gestualità della parola popolare, la ricerca di Fosco Maraini apre una strada in cui il linguaggio smette di rappresentare il mondo per tornare a crearlo. Una tensione linguistica sempre viva e tutt’altro che conclusa

Negli Anni Sessanta, la Metasemantica di Fosco Maraini (Firenze, 1912 – 2004) sembra segnare l’approdo ufficiale della poesia all’astrazione. Un’astrazione gioiosa e giocosa, a tratti buffa, che sa di Miró. Il Lonfo, la creatura più famosa di Maraini, ha le forme biomorfe e impossibili delle sculture di Arp, la sottile inquietudine degli ibridi di Ernst, una mostruosità perturbante e non così mostruosa: “Non vaterca, né gluisce e molto raramente barigatta”. La parola non denota più, e prende le distanze dal suo aguzzino semantico: il significato istituzionalizzato delle cose. Si libera dal peso di rappresentare, evoca immagini, emozioni, presenze, costruisce un linguaggio autonomo e crea la libera “vita dei suoni” vocali, come la musica con le note, che non si limitano a riprodurre la realtà. Anche la poesia segue così la strada già indicata da Kandinskij per la pittura, alla ricerca di tonalità cromatiche e ritmi pittorici. 

Il Mamou surrealista e la parola come emersione psichica 

Tra i precedenti noti della Metasemantica si fa in genere riferimento a un poemetto di Lewis Carroll nella saga di Alice nel Paese delle Meraviglie, pieno di parole nonsense. Ma il prozio del Lonfo sembra acquattarsi piuttosto tra le sperimentazioni delle Avanguardie, tra poesie parolibere futuriste, parole frullate dadaiste e parole assolute surrealiste, tutte pratiche in cui in qualche modo il linguaggio smette di descrivere il mondo per produrlo. Ed ecco il suo vero antenato: il Mamou, uno strano essere uscito fuori durante un gioco surrealista (Arricchite il vostro vocabolario”) e accolto immediatamente dal gruppo di Breton. Con una genesi inversa rispetto al linguaggio convenzionale, la parola non rinvia a una realtà esistente: la fa esistere, generando col suo suono un’“evidenza psichica immediata”. Il Mamou evoca l’idea di un essere vivente, non umano, forse un piccolo vitello, un po’ inquietante ma non mostruoso: “vidi un Mamou che dormiva, il suo viso era il mio”, scrisse Arrabal. La parola automatica, rivelazione di una realtà superiore attraverso una forma di emersione psichica, enuclea l’idea di linguaggio come produzione ontologica della realtà.  

Metasemantica
Soraya Checola, Nenia, Stampa ai sali d’argento, 2022

Oriente e post-modernità nella Metasemantica 

Un’idea, questa, che diventerà radicale nel costruttivismo e che mostra sorprendenti affinità con concezioni tradizionali orientali, dove il suono – dai mantra al monosillabo sacro Om – non rappresenta il mondo ma agisce e lo genera. Non a caso, Maraini è un grande orientalista. Attraversa e respira il Tibet a ridosso dell’occupazione cinese, tra la fine degli Anni Trenta e Quaranta. Elemento persino più decisivo, Maraini è fiorentino, naturalmente incline a giocare con le parole. L’espressività della lingua parlata toscana alimenta in lui una pulsione autoctona e quasi viscerale verso l’evocazione fonosimbolica. L’abbinamento è vincente. La Metasemantica è al contempo astratta e premoderna, parolibera e tradizionale, contemporanea, postmoderna, orientale e occidentale, dialettale. Una complessità che la rende una tensione linguistica sempre viva, piuttosto che un semplice episodio concluso della sperimentazione novecentesca. È in questo orizzonte che la Metasemantica incontra un terreno linguistico e antropologico incredibilmente affine: quello dell’espressività popolare campana.  

Metasemantica Livia Messina, Never born foetus, Fluid Painting
Livia Messina, Never born foetus, Fluid Painting

Inconscio e sonorità archetipiche nell’oralità campana 

Vero gesto sonoro, la parola popolare campana agisce sul corpo: vibra, invoca, cura, protegge e maledice, come se canti di lavoro, nenie infantili, glossolalie, scongiuri e lamenti del Sud non fossero mai stati pienamente sottomessi alla funzione denotativa del linguaggio. È all’interno di questa dimensione orale, prelogica, evocativa e rituale, che prende forma La smania dell’Alicantro, raccolta in via di pubblicazione per la casa editrice campana Introterra, specializzata in poesia, che unirà i versi metasemantici di Athena Maryam alle opere astratte di Livia Messina, lavorando su stratificazioni visive e sonore. Orientalista, attrice e cantante, Maryam rielabora echi arcaici e dialettali, risonanze archetipiche e mitologiche: una ricerca che in passato l’ha portata a inventare una lingua propria, come nel progetto musicale Thorayavaaj. In “Eu de ti curau curei”, il ritmo oscillante di “Lulla lulla, cunne cunna” evoca una ninna nanna universale, una fonosimbolica della maternità e della cura rivolta ai neonati, agli esuli, agli sfrattati. Nel dispositivo evocativo complesso dell’Alicantro, le colate cromatiche, i vortici di colore e le stratificazioni fluide di Messina funzionano come un controcanto visivo alla poesia astratta. Il colore, come il suono dei versi, non rappresenta ma accade. Il linguaggio genera mentre dissolve, la mente dà senso e forma a una realtà solo evocata, e mai definitivamente compiuta. 
 
Alessandro Paolo Lombardo 

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Alessandro Paolo Lombardo

Alessandro Paolo Lombardo

Docente di Lettere e giornalista, scrive per testate locali e nazionali, tra cui Il Mattino, Il Fatto Quotidiano, Artribune e bMagazine. Laureato in Storia e Critica d'Arte, ha collaborato con la cattedra di Storia della Fotografia dell'Università di Salerno, concentrandosi…

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