A Roma le comunità queer africane protagoniste di una mostra di fotografia su intimità e condivisione
Le relazioni invisibili e il tempo da condividere a ogni costo sono al centro delle immagini del fotografo sudafricano Sabelo Mlangeni. Così dà forma alla quotidianità delle comunità queer marginalizzate d’Africa
Testimoniare un’esistenza significa prima di tutto condividerne il tempo. È da questa prossimità che nasce la fotografia di Sabelo Mlangeni (Driefontein, Mpumalanga, 1980), una pratica fondata sull’ascolto, sulla fiducia e su una presenza prolungata di settimane, mesi, talvolta anni accanto alle comunità che ritrae. L’influente artista sudafricano, per la sua prima personale in Italia, porta alla galleria ADA Project una sua collezione di immagini sulla vita in una comunità queer.

Sabelo Mlangeni, da osservatore a testimone
La raccolta di fotografie in mostra è l’esito di una prolungata residenza a Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo sviluppatasi nel corso del 2017 in una comunità rurale marginalizzata. Mlangeni ha tratto immagini intime e quiete che restituiscono momenti di quotidianità, affetto e sospensione, rendendo visibili individualità spesso relegate ai margini. Le sue fotografie non raccontano soltanto chi è il soggetto, ma affermano la possibilità di esistere insieme, di affermare una reciproca dignità, di abitare lo spazio comune attraverso la cura e lo sguardo condiviso.

Un approccio spirituale alla fotografia in mostra a Roma
Le fotografie esposte, in bianco e nero e a colori, sono tutte state realizzate utilizzando una camera analogica e pellicole negative. Il processo adottato accentua ulteriormente il valore simbolico del gesto fotografico, che assume le qualità materiali di una produzione lenta e preziosa, come la costruzione del rapporto tra l’artista e il soggetto che ne è alla base. Un approccio spirituale, quasi devozionale, come dichiara la curatrice Francesca de’ Medici e come traspare dal titolo della mostra I have stopped time. A Family Portrait. Un senso di famiglia e di prossimità che si riflette anche nella disposizione delle immagini nella galleria, laddove i registri seriali o l’accostamento angolare di più immagini tendono a ricostruire le condizioni di intimità in una comunità che si marginalizza per sfuggire ai tabù culturali e alle persecuzioni.
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Analizzare la vita interiore tramite gli scatti
Questa mostra si inserisce nel percorso di ricerca che Mlangeni segue da oltre due decenni, dedicandosi alla rappresentazione intima delle comunità che si costruiscono ai margini dello spazio sociale comune. A partire dai primi lavori come Country Girls, dedicato alla vita queer nelle aree rurali del Mpumalanga, fino a progetti più recenti presentati in contesti internazionali (ad esempio, al MoMA di New York nel 2025) la sua indagine si concentra sulla vita, gli affetti e le relazioni, letti attraverso la fotografia come linguaggio comune e strumento di condivisione del tempo. È il “tempo fermato” a cui allude il titolo dell’esposizione romana, quello nel quale si sedimenta un’immagine che non nasce dallo sguardo, ma dall’occhio dell’obiettivo che attribuisce alla realtà una diversa dimensione, una profondità determinata dalla presenza del fotografo in quel luogo e in quell’istante. La testimonianza dell’esistenza, di un vivere nonostante tutto, diventa una forma di resistenza al disagio e alla ostilità.
Alessandro Iazeolla
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