Cosa significa fare ricerca nell’arte oggi? Un progetto a Roma prova a rispondere

Il progetto diffuso EAR - Enacting Artistic Research riunisce per qualche giorno convegni, mostre e installazioni che spiegano lo stato della ricerca artistica e la collaborazione tra arte, scienza e tecnologia

Cosa significa fare ricerca nell’arte oggi, e come si dimostra che la ricerca artistica produce conoscenza quanto quella scientifica? È questo obiettivo il cuore del progetto EAR – Enacting Artistic Research, che dal 16 al 21 febbraio trasforma Roma in un ecosistema di studi diffuso. Snodandosi tra Accademia di Belle Arti, Ara Pacis, Conservatorio Santa Cecilia e Musei Capitolini, l’iniziativa vuole individuare cosa significhi fare ricerca nell’arte oggi con convegni, mostre, installazioni, esperienze digitali e momenti di confronto che mettono in dialogo arte, scienza, tecnologia, patrimonio e formazione avanzata, restituendo la ricerca artistica come pratica viva.

Fare ricerca artistica in Italia oggi

L’equivoco è pensare che la “ricerca artistica” sia una novità o uno slogan: gli artisti hanno sempre fatto ricerca, teorica e pratica Quello che mancava, in Italia, era il riconoscimento istituzionale dentro Accademie e Conservatori, rimasti fino a poco fa senza il terzo ciclo: la ricerca esisteva, ma non aveva ancora una cornice formativa e valutativa paragonabile a quella internazionale. A parlare è Dalma Frascarelli, storica dell’arte moderna e vicedirettrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma. Sotto la sua guida nascono, per EAR, la mostra immersiva su Giovan Battista Marino, la mappa PhD Hub, il videogioco Hohenstaufen ambientato a Castel del Monte. Le abbiamo fatto qualche domanda sulle sue esperienze tra ricerca artistica, scienza e tecnologia.

Fare ricerca artistica secondo Dalma Frascarelli. L’intervista

Cosa tiene insieme accademie, conservatori, università in un progetto di ricerca?
Il metodo. La ricerca ha un metodo unitario: studi lo stato della conoscenza, ipotizzi nuovi risultati, li verifichi, consegni il prodotto alla comunità per la valutazione. Questo vale per tutte le discipline. Cambiano gli strumenti, cambia il campo di applicazione, ma il metodo tiene.

Può farci un esempio?
La mostra su Marino lo dimostra. Il Conservatorio dell’Aquila ha curato la parte musicale, l’Università Politecnica delle Marche la modellazione 3D e la realtà virtuale, l’Accademia di Roma i contenuti storico-artistici. Ognuno con le proprie competenze, tutti dentro lo stesso processo di ricerca. Il problema vero è stato far riconoscere che anche la produzione artistica procede attraverso ricerca. Che un’opera, una mostra, un’installazione producono conoscenza. La ricerca si misura nella comunità che attiva: non solo nel prodotto finale, ma nel contesto in cui viene discussa e messa alla prova.

Arte e scienza secondo Dalma Frascarelli

Come ha associato in mostra Marino e il prompting per l’Intelligenza Artificiale generativa?
Marino costruisce con le parole quello che chiama una “galleria”, uno spazio mentale fatto di descrizioni. Quando descrive un quadro, che a volte esiste a volte no, vuole farti vedere quell’immagine attraverso la parola. All’AI generativa noi diamo una descrizione testuale e otteniamo un’immagine. Il processo è invertito rispetto a Marino, ma il principio è lo stesso: la parola che genera visione. Per questo abbiamo scelto lui per ragionare su cosa cambia quando l’IA entra nel processo artistico. Non come gadget, ma come ambiente.

PhD Hub ha mappato 1046 dottorati artistici e musicali in Europa. Che Italia emerge?
Un’Italia in ritardo ma non follower. Siamo arrivati ultimi: i dottorati AFAM esistono dal 2024, il Portogallo li fa da 13 anni. Ma non siamo passivi: abbiamo uno dei patrimoni artistici più grandi al mondo e finalmente possiamo lavorarci con strumenti di ricerca riconosciuti. PhD Hub nasceva per orientare i nostri diplomati tra dottorati in Italia e all’estero, ma è diventato anche uno strumento utile a Ministero e ANVUR: mostra quanto in Europa i modelli siano plurali. Durate e formule cambiano (non sempre tre anni, non sempre full-time) e soprattutto il finanziamento non è automatico: spesso il candidato deve portare progetto e sponsor. Pensavamo che Bologna avesse uniformato tutto; nel terzo ciclo, invece, le declinazioni sono molte. Conoscerle serve a migliorare il nostro modello.

L’Italia dell’arte tra pratica e teoria

L’Italia practice-based o teorica?
Siamo a metà. I nostri dottorati sono nati con fondi PNRR nel 2024, in un momento in cui le università avevano più borse che candidati. Il Ministero si è ricordato dell’AFAM e ci ha dato il terzo ciclo. Ma ci ha anche detto: attenzione, dopo il PNRR non sappiamo se possiamo mantenere il regime. 

Quali i rischi?
Senza un finanziamento strutturale il rischio è che resti un’esperienza episodica. La vera sfida ora è stabilizzare il regime, non celebrarne l’avvio. Poi, sul practice-based, i nostri dottorati prevedono sia tesi che prodotto artistico, e qui si apre il problema vero: un dottorato scientifico che lavora su un farmaco trova finanziatori se funziona, le case farmaceutiche hanno interesse. Un dottorato artistico che produce una mostra, un’installazione, un progetto espositivo: chi lo finanzia? Noi abbiamo potuto realizzare la mostra su Marino perché abbiamo vinto fondi PNRR europei. Ma serve un sistema che premi e finanzi i migliori progetti dottorali artistici. Altrimenti nel momento in cui la ricerca artistica non produce, verrà cancellata.

Usare l’IA nelle mostre

Come avete usato l’AI per la mostra su Marino?
Con rigore filologico: niente scorciatoie fotografiche. Abbiamo alimentato l’AI con la descrizione di Scamozzi e con disegni di gallerie tra fine Cinquecento e primo Seicento: ne è uscita un’immagine evocativa, poi finita in copertina. Abbiamo evitato il fotorealismo per non creare un falso storico: non volevamo la fotografia di una galleria del Seicento, ma un’immagine coerente con l’idea di Marino. Anche l’ispirazione alla Galleria Farnese resta un riferimento, non una replica. Abbiamo anche testato la generazione di quadri “alla Bernardo Castello”: risultati inaccettabili, scartati — e anche i fallimenti fanno avanzare la ricerca. Nel VR, ogni dettaglio è ricostruito per fonti: l’AI non decide da sola, costringe a scegliere istante per istante.

Chi firma quando l’AI è coagente?
Noi, sempre: l’AI è uno strumento, non un autore. Il controllo e le scelte restano umani, in un lavoro di mediazione continua: anche l’abbandono del fotorealismo. La responsabilità dell’esito è nostra: estetica, storica e soprattutto filologica. Le tecnologie servono a rendere comunicabili contenuti rigorosi, non a spettacolarizzarli.

Cosa resterà dopo questa settimana di studi e mostre?
PhD Hub cercheremo di mantenerlo, intercettando nuovi finanziamenti o con fondi del bilancio istituzionale. In Italia trovare fundraising per una piattaforma accademica è complicato. I grandi finanziatori vanno su azioni molto visibili. Ma il punto non è solo la piattaforma. Quest’anno abbiamo avuto borse dottorali fuori PNRR. Il Ministero ha trovato fondi, seppur ridimensionati. Significa che il sistema regge.

Qual è la vera eredità di EAR?
Dimostrare che si può fare. Che la ricerca artistica non è un ossimoro. Che accademie, conservatori, università possono lavorare insieme. Che le nuove tecnologie non vanno demonizzate, ma usate con rigore. E che Marino, quattrocento anni dopo, ha ancora qualcosa da insegnarci: la conoscenza non avanza per soluzioni già prese, ma per domande ancora da risolvere.

Alessia De Antoniis

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Alessia de Antoniis

Alessia de Antoniis

Giornalista e autrice, modera incontri su cinema e teatro e scrive di arti sceniche, libri e viaggio. Collabora con Globalist e Wondernet Magazine, dopo esperienze per Exibart, NextGen e Manintown. Ha curato la comunicazione e moderato panel in festival, seguendo…

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