Lucrezia Borgia oggi: uno spettacolo che mette in crisi e rifiuta il lieto fine
La “Lucrezia Borgia” di Donizetti era in scena al Teatro Lirico di Cagliari con la regia di Andrea Bernard. Figura irriducibile, Lucrezia Borgia interroga il nostro sguardo e ci chiama a confrontarci con ambiguità, potere e maternità negata
Ci sono figure che attraversano il tempo senza mai diventare davvero storiche. Lucrezia Borgia è una di queste. Non perché continuamente aggiornata, ma perché strutturalmente incompatibile con qualsiasi tentativo di pacificazione morale. La recente messa in scena dell’opera di Gaetano Donizetti al Teatro Lirico di Cagliari, con la regia di Andrea Bernard, ha riportato in primo piano proprio questo nodo. Quanto siamo oggi disposti a confrontarci con personaggi che non chiedono empatia, non offrono riscatto e non si lasciano ordinare dentro categorie etiche rassicuranti?
La messinscena di Andrea Bernard
La rilettura di Bernard, già approdata al Maggio Musicale Fiorentino con esiti fortemente divisivi, sposta l’azione dal Rinascimento all’Italia del secondo dopoguerra, nel pieno del pontificato di Pio XII. Ma più che un aggiornamento temporale, si tratta di una traslazione simbolica. Lo spazio storico diventa progressivamente uno spazio mentale. Il palcoscenico si trasforma in un dispositivo instabile, un labirinto in cui politica, religione, desiderio e colpa si sovrappongono senza mai trovare una sintesi. La regia lavora per immagini in movimento, con un montaggio che molti hanno definito cinematografico. Scene che scorrono, ambienti che si inseguono, dissolvenze e continui cambi di prospettiva. È proprio questo aspetto ad aver attirato alcune delle critiche più frequenti, accusando Bernard di attingere in modo troppo evidente all’immaginario del cinema, in particolare a Todo modo di Elio Petri, con la sua feroce rappresentazione del potere clericale, della penitenza come strumento di controllo e dell’ipocrisia morale travestita da disciplina spirituale.

“Lucrezia Borgia” tra cinema e opera lirica
Ma che cosa significa davvero “prendere troppo dal cinema”? E soprattutto, perché questa accusa emerge con tanta forza proprio in un’opera che mette in discussione il rapporto tra potere e morale? L’opera lirica non è mai stata un territorio puro. È un linguaggio ibrido per definizione, nato dall’intreccio di musica, parola, gesto, architettura e immaginario visivo. Oggi il nostro sguardo è inevitabilmente formato dal cinema e dall’audiovisivo. Ignorarlo significherebbe musealizzare il teatro, non proteggerlo. In questo senso, l’eventuale dialogo con Todo modo non appare come una citazione gratuita, ma come una risonanza tematica. Laddove il film di Elio Petri smaschera la degenerazione del potere religioso, la regia di Bernard innesta lo stesso nervo scoperto all’interno di una tragedia lirica che da sempre parla di potere, colpa e violenza travestita da ordine morale. Qui torna utile ricordare una frase di Bruno Munari: “Da cosa nasce cosa”. L’atto creativo non è mai un gesto isolato o originario in senso assoluto. È un processo, una catena di trasformazioni, un attraversamento di forme e immaginari. Pretendere un’originalità pura significa, in realtà, chiedere una ripetizione rassicurante, non una visione.
Ritratto della “Lucrezia Borgia” di Bernard
La Lucrezia di Bernard non viene né assolta né condannata. Viene esposta. Donna di potere e madre privata del figlio, figura scissa e moralmente instabile, resta fino alla fine irriducibile. La regia insiste ossessivamente sulla maternità negata attraverso una drammaturgia per immagini. La culla ritorna più volte, prima piena, poi vuota, poi illusoriamente abitata da un accumulo di tulle, fino a trasformarsi in sudario per il corpo di Gennaro. La stessa stoffa che promette vita finisce per coprire la morte, in una continuità visiva che rifiuta ogni ricomposizione.

Ambiguità e cortocircuiti visivi sul palcoscenico
Nella scena finale, Lucrezia distrutta richiama esplicitamente l’iconografia della Pietà, con un rimando diretto al Cristo morto di Giovanni Bellini. Non è una sacralizzazione, ma un cortocircuito potente. Una figura moralmente ambigua viene inscritta in un’immagine di pietà cristiana senza essere redenta. Non c’è assoluzione, ma esposizione del dolore. Ed è forse qui che lo spettacolo tocca il suo punto più scomodo. Anche il rapporto tra Gennaro e Maffio Orsini, ruolo tradizionalmente en travesti, viene caricato di un’ambiguità esplicita. I baci, i gesti affettivi, il tentativo di trattenere Gennaro dalla fuga spostano l’opera dal terreno della vendetta a quello del desiderio e delle identità instabili. Un ulteriore scarto che priva lo spettatore di qualsiasi punto fermo.
L’accoglienza dell’opera “Lucrezia Borgia”
Non sorprende, allora, la frattura nella ricezione. A Firenze la regia è stata accolta con fischi, mentre a Cagliari lo spettacolo ha registrato il tutto esaurito e un consenso diffuso. In entrambi i casi, nessuno ha messo in dubbio la qualità musicale o la professionalità dello staff. Il rifiuto ha colpito la regia e, con essa, ciò che essa mette in discussione. La denuncia del potere clericale, l’ipocrisia morale, la difficoltà di accettare una rappresentazione che non offre redenzione né ordine. Anche l’interpretazione di Jessica Pratt, accolta con grande favore dal pubblico cagliaritano, ha contribuito a sostenere questa lettura senza addolcirla, restituendo al personaggio una complessità capace di reggere l’urto della visione registica.

La ricezione della figura di Lucrezia Borgia
Lucrezia Borgia, del resto, è sempre stata una figura respinta. Lo fu già all’origine, quando il soggetto di Victor Hugo venne guardato con sospetto dal librettista Felice Romani, contrario all’uso di testi stranieri per il melodramma italiano. Oggi continua a esserlo, non più perché straniera, ma perché moralmente ingestibile. In questo senso, la regia di Bernard non fa che rendere esplicita una tensione già inscritta nell’opera. Il vero tema, allora, non è la provocazione né l’ispirazione cinematografica. È lo sguardo dello spettatore contemporaneo. Uno sguardo abituato a narrazioni che promettono un percorso, un’evoluzione, una ricomposizione finale. Anche l’ambiguità, quando c’è, viene spesso spiegata, giustificata, resa accettabile.
Il vero nodo dello spettacolo di Andrea Bernard
In Lucrezia Borgia questo non accade. Nulla viene rimesso in ordine. Nulla viene davvero purificato. Il dolore non redime, la maternità non salva, il potere non si lascia ricondurre a una morale leggibile. La regia di Bernard non chiede allo spettatore di comprendere Lucrezia per amarla, ma di restare dentro la sua contraddizione. Ed è forse qui che si produce il vero attrito. Non nell’anticlericalismo, non nelle citazioni visive, non nella contaminazione dei linguaggi, ma nella richiesta implicita fatta a chi guarda. Abitare l’ambiguità senza giustificarla. Sostenere un personaggio che non cerca empatia e non offre riscatto. Accettare che alcune figure, e forse alcune parti della nostra storia, non siano fatte per rassicurare né per ricomporre ciò che resta irrisolto. Lucrezia Borgia continua a disturbare proprio perché rifiuta il lieto fine. In un presente che chiede narrazioni risolutive, la sua ambiguità non viene spiegata né addomesticata. Resta lì, come una domanda aperta, affidata allo sguardo di chi è disposto a sostenerla.
Tila Lara
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