Arte come mestiere, teatro come progetto: nasce a Firenze il premio dedicato a Franco Zeffirelli

Pippo Zeffirelli racconta la nascita di un nuovo premio per riportare al centro il valore civile e professionale dello spettacolo, riaffermando, attraverso l’eredità di suo padre, l’idea dell’arte come metodo, lavoro quotidiano e progetto formativo per le nuove generazioni

Nel Complesso di San Firenze, a pochi passi da Palazzo Vecchio, nasce un nuovo riconoscimento radicato nel metodo del maestro Franco Zeffirelli, che ha unito cinema, opera e teatro. Nell’antico Oratorio dei Padri Filippini, sotto la volta affrescata con l’Assunzione della Vergine di Giuliano Traballesi, prende forma il racconto di un nuovo premio promosso dalla Fondazione Franco Zeffirelli e dal Trust Zeffirelli per il Centro Internazionale delle Arti e dello Spettacolo, pensato per valorizzare le professioni della scena. La prima edizione si terrà a Firenze il 16 febbraio nel Salone dei Cinquecento, ed è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica; accanto ai riconoscimenti speciali a Plácido Domingo e Robert Powell, il premio valorizza la creazione contemporanea con Marco Bellocchio, Sarah Greenwood, Katie Spencer e Ann Roth. Ne abbiamo parlato con il figlio, Pippo Zeffirelli.

Pippo Zeffirelli. Courtesy Archivio Fondazione Franco Zeffirelli Onlus
Pippo Zeffirelli. Courtesy Archivio Fondazione Franco Zeffirelli Onlus

L’intervista a Pippo Zeffirelli sul nuovo premio per il teatro a Firenze

Come nasce l’idea del premio?
Direi dal desiderio molto concreto di riportare al centro il valore civile dello spettacolo e il lavoro di chi lo rende possibile, nel cinema, nel teatro di prosa e nell’opera lirica. Deve rappresentare un obiettivo, sia per onorare personalità già affermate sia per valorizzare talenti emergenti nel settore dello spettacolo. Intitolarlo a mio padre significa richiamare un’idea di spettacolo costruita sull’unità fra racconto e visione.

Che in oltre 70 anni di attività ha attraversato linguaggi molto diversi…
È stato regista, scenografo e costumista, e ha costruito un metodo fondato sul disegno e sulla pittura come strumenti quotidiani di lavoro. Lo stesso orizzonte che oggi guida il Museo e la Fondazione, con l’idea che studio, ricerca e formazione del pubblico siano parte accesa della vita culturale.

Zeffirelli letto da Plácido Domingo e Robert Powell

In che modo Domingo e Powell aiutano a leggere l’opera di suo padre?
Raccontano due momenti molto diversi, ma ugualmente decisivi, del suo lavoro. Con Domingo c’è stata una collaborazione lunga e continuativa nei principali teatri internazionali, dal Teatro alla Scala alla Wiener Staatsoper e alla Royal Opera House, con allestimenti come Otello, La traviata e Cavalleria rusticana. In quelle produzioni è evidente un’idea di teatro musicale in cui il cantante partecipa in modo pieno alla costruzione del personaggio, lavorando sul gesto, sullo spazio e sull’azione scenica. Powell è invece legato in modo profondo al suo immaginario per l’interpretazione nello sceneggiato Gesù di Nazareth, seguito da un pubblico stimato di circa un miliardo di telespettatori. È un lavoro che ha lasciato un segno fortissimo nella memoria collettiva ed è diventato uno dei progetti televisivi più riconoscibili della sua carriera.

In che modo il museo entra nel metodo di lavoro di Zeffirelli?
Lo fa in maniera molto diretta, perché documenta il processo creativo di un artista che ha seguito personalmente tutte le fasi dei propri progetti. Conserviamo oltre 250 opere tra bozzetti, disegni, figurini, modellini, fotografie, costumi e materiali video. Tutto nasce dal disegno e dalla pittura, che rappresentano il primo momento di costruzione dello spettacolo e permettono di definire lo spazio, i movimenti degli interpreti e l’impostazione visiva. Le prime sale sono dedicate alle figure che hanno inciso sulla sua formazione, Luchino Visconti e Maria Callas, con bozzetti di Zeffirelli e di Salvador Dalí per produzioni curate da Visconti e una sala immersiva dedicata alla collaborazione con la Callas. Una parte importante è riservata al teatro di prosa, con testi di William Shakespeare, Alfred de Musset e Friedrich Schiller, mentre una sezione specifica approfondisce l’opera lirica.

Che ritratto umano restituisce?
Rende con estrema chiarezza la centralità che ha avuto il lavoro nella sua vita. La quantità dei materiali, la continuità della produzione e la precisione dei progetti raccontano una dedizione mantenuta lungo tutta la carriera. La ricostruzione del suo studio personale, con libri, bozzetti, fotografie, oggetti e ricordi, mostra una quotidianità scandita dalla preparazione degli spettacoli e da un legame molto forte con collaboratori e amici. Accanto ai materiali professionali ci sono ritratti di famiglia e i primi dipinti scolastici, che aiutano a capire come il talento si costruisca nel tempo.

Perché il progetto sull’Inferno, a cui è dedicata una sala immersiva, rappresenta un passaggio chiave nella sua ricerca artistica?
Con grande rammarico rimase incompiuto perché, nel 1972, non fu garantita una distribuzione internazionale capace di sostenere la produzione. La Sala Inferno raccoglie studi preparatori, disegni ed elaborazioni multimediali che permettono di cogliere l’ampiezza della visione e il modo in cui mio padre immaginava il viaggio dantesco. Questo lavoro rappresenta uno degli esempi più chiari della continuità della sua ricerca e della sua idea di cinema come sintesi tra teatro, pittura e musica.

Quanto la formazione e le scelte giovanili hanno inciso sulla costruzione del suo linguaggio?
Nasce a Firenze nel 1923 e si forma prima all’Istituto d’Arte e poi all’Accademia di Belle Arti. Nel 1943, con la benedizione di Giorgio La Pira, lascia gli studi, si unisce ai partigiani e poi alle truppe Alleate. Subito dopo la guerra l’incontro con Luchino Visconti segna una svolta decisiva: diventa suo aiuto regista e scenografo e lascia Firenze. Proprio in quegli anni prende forma un metodo basato sull’unità fra progetto visivo, spazio scenico e regia.

Firenze ha avuto un ruolo essenziale nel percorso artistico e nella sua identità.
Un legame molto profondo, fatto di ritorni continui e di momenti importanti del suo lavoro. È il luogo di alcuni spettacoli a cui era particolarmente legato, dai grandi allestimenti nei Giardini di Boboli fino al Teatro Comunale, dove ha lavorato con interpreti come Anna Magnani, Valentina Cortese e Rossella Falk, e ha firmato produzioni che per lui hanno avuto un significato speciale. Sempre a Firenze ha girato Tè con Mussolini e ha realizzato Per Firenze, il documentario sull’alluvione che contribuì a richiamare l’attenzione del mondo sulla città. È un rapporto che attraversa tutta la sua vita artistica e personale e che oggi trova un ultimo, naturale approdo nel Cimitero delle Porte Sante, dove riposa. 

Il Premio Zeffirelli. Courtesy Archivio Fondazione Franco Zeffirelli Onlus
Il Premio Zeffirelli. Courtesy Archivio Fondazione Franco Zeffirelli Onlus

Il lascito culturale di Zeffirelli

Come trasmettete oggi, concretamente, il suo lascito culturale?
Negli ultimi anni della sua vita ha voluto dare una casa stabile al proprio lavoro con la nascita del Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo, oggi ospitato nel Complesso di San Firenze. L’idea era quella di riunire l’intero patrimonio della sua carriera, riconosciuto di particolare interesse storico, e trasformarlo in un luogo aperto allo studio e alla condivisione. Attraverso l’Archivio, la Biblioteca delle Arti e dello Spettacolo e la Collezione Zeffirelli, il Centro propone attività e percorsi di formazione pensati soprattutto per chi oggi si avvicina ai mestieri dello spettacolo.

Cosa racconta l’Archivio?
Contiene copioni e sceneggiature, schizzi, disegni, bozzetti, appunti, migliaia di fotografie di prove, di set e di scena. Sono presenti tutti i materiali relativi alle diverse fasi di sviluppo dei progetti teatrali e cinematografici, comprese le versioni dei soggetti, le ricerche di location, il casting e anche un’ampia documentazione su progetti mai realizzati. È uno strumento essenziale per comprenderlo davvero.

La Biblioteca, invece?
Raccoglie circa 8mila libri che mio padre ha scelto e messo insieme nel corso degli anni, e che raccontano in modo molto diretto i suoi interessi e il suo modo di approfondire la professione. È una biblioteca fortemente legata all’immagine e alle arti dello spettacolo, con una particolare attenzione alla musica e all’opera. I volumi sono ordinati secondo l’impostazione che aveva dato lui e, grazie anche a diverse donazioni, oggi è diventato un vero strumento di studio e di formazione.

Ginevra Barbetti

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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